Le installazioni di Patarini riprendono un “discorso scenografico” che l’autore inizia già alla fine degli anni Ottanta come autore e regista teatrale, e che resta certamente tra i punti nodali della sua poetica anche come artista visivo, fondata su una teatralità finalizzata ad interloquire con il pubblico.
Nascono da spunti di riflessione che nell’atto della creazione si nutrono di continui flussi di uno speciale spirito, una sorta di un connubio tra istinto e ispirazione che conduce il “gioco” della creazione, fino al raggiungimento di una relativa compiutezza.
L’atto della creazione, in realtà, potrebbe perpetuarsi in un processo continuo che non ha origine né fine e che offre proprio per questo una innumerevole varietà di interpretazioni e significati, nell’intento di dialogare con l’osservatore, inserendolo nell’opera per arrivare alla sua coscienza, stimolando meditazione e riflessione attraverso un forte coinvolgimento sensoriale.
Le installazioni di Patarini, in un contesto di dimensione corale, raccolgono-racchiudono non solo l’anima, il gioco, il tormento, la riflessione dell’artista, ma diventano “altro” nutrendosi delle chiavi di lettura offerte dallo spettatore in un processo di continuo arricchimento. Si tratta di opere in cui viene ridotto al minimo l’intervento dell’artista e la creazione viene abbandonata al suo destino, connettendosi solo al luogo e al momento in cui si esprime, in netta antitesi con il principio della riproducibilità seriale dell’opera d’arte.
I materiali utilizzati sono tipici ed indicano molto spesso delle intenzioni, delle scelte precise. Si tratta di materiali di riciclo: vecchie botti, ferro, stracci, cemento, mobili consumati dal tempo. Non v’è necessità di soffermarsi sulla carica poetica e simbolica che tali materiali hanno, quanto piuttosto sul rapporto personale, biografico, affettivo che intercorre tra l’artista e questi materiali, che provengono dalla tradizione contadina e familiare. Sono cimeli e al tempo stesso sono simboli e ci parlano di miti, di drammi dell’esistenza, di sogni infranti, di attese perpetue.
E in atmosfere di questo tipo incontriamo Ofelia rappresentata dall’”abito leggero dell’innocenza che vola tra l’erba sulla riva di un torrente in piena” per posarsi poi su di un letto di cemento con ai piedi un fiore di cemento, vittima del tormento e della follia d’amore.
“Il grande mare che avremmo attraversato” immerge invece lo spettatore in un’atmosfera atemporale, pervasa da uno stato di forte sospensione e tensione verso un sogno che non è né realizzato né infranto e, nella sua tensione, in questo sentimento di speranza, come mezzo per navigare il “Grande mare”, compare una fragile barchetta di carta.
Dalle poetiche atmosfere del “Grande Mare” si passa poi ad una proiezione verso il futuro con l’opera “Ex-po(st) 2015”, una riflessione sull’uomo moderno e sull’ambiente che lo circonda, in questo caso la città. Il forte contrasto fra i materiali usati (cerchi di botti antiche montati su un cubo di plexiglass, ricoperto parzialmente da riproduzioni dell’uomo vitruviano di Leonardo e da riproduzioni di mappe antiche della città di Milano) rappresenta simbolicamente la ricerca, l’indagine sull’identità dell’uomo moderno, in un percorso che va dall’arcaico -rievocato sia dalla forma del cerchio che dal materiale che lo compone- al moderno -cubo in plexiglass-, attraverso l’uomo di Leonardo -supposta rappresentazione della ricerca di una perfetta armonia di proporzioni, il quadrato inscritto all’interno di un cerchio. L’opera rievoca un rapporto ricco di contrasti tra la forte spinta alienante della metropoli contemporanea, che tanto offre, ma in realtà tanto toglie, ponendosi come madre assente, e l’ipotesi, rievocata dalle mappe antiche, di una città vista come madre accogliente, idea di un luogo che abbraccia l’uomo. Sorge una riflessione sulla città come luogo che per quanto ideale, o di fatto ricco di controversie rimane, resta infine comunque un palcoscenico sul quale ancora una volta è esclusivamente l’uomo (lo spettatore) l’unico protagonista dell’opera, sia essa tragedia o commedia, di quell’atto unico che si chiama vita.
Rosamaria Desiderio