Prossima mostra personale

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

5-14 settembre 2017, "Skylines et Silhouettes", nell'ambito della rassegna "AUT-OUT OF-F BIENNALE"

Ultime mostre personali

A Castel dell'Ovo, Napoli, nell'ambito del Progetto DRAMATIS PERSONAE.

Dal 16 gennaio al 14 febbraio 2016.

Virgilio Patarini - DRAMATIS PERSONAE 2016. Org.  Zamenhof Art, in collaborazione col Comune di Napoli - Assessorato alla Cultura, e col patrocinio dell'Unesco di Napoli.

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A Palazzo della Racchetta, Ferrara, via Vaspergolo 4,6,6a, Ferrara Art Festival -Extra Time

Dal 21 AL 30 agosto  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

personale antologica

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Presso il Complesso Museale Ricci Oddi. Piacenza, via S.Siro, 13

Dal 16 AL 22 maggio  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

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Alla Galleria Spazio Libero 8, Milano, Alzaia Naviglio Pavese, 8

Dal 18 AL 24 APRILE 2015:

Virgilio Patarini - Giovanni Drogo, NAVIGLI CORSARI E ALTRE STORIE

Alla Galleria del Rivellino, Ferrara, via Baruffaldi, 6

Dal 19 luglio al 3 agosto 2014:

Virgilio Patarini - Luigi Profeta, MEMORIE CONDIVISE

Alla Galleria 20, Torino,

Corso Casale, 85

Dal 10 al 23 maggio 2014:

Virgilio Patarini, ZIBALDONE 2014

Mostra personale di pittura

SPAZIO E, Milano

Stratificazioni

mostra bi-personale di Raffaele De Francesco e Virgilio Patarini

Dal 15 al 28 febbraio 2014

ROCCA VISCONTEA, Lacchiarella (MI), dal 30 nov. al 12 dicembre 2013:

LA RUGGINE E LA LUCE, mostra personale di Virgilio Patarini

A Pieve di Teco (IM), installazioni lungo il torrente Arrogna: Rotta Astrale, Qualcosa di personale, L'albero della memoria, Pinocchio torna subito

Nello slide show, installazioni di Virgilio Patarini, Museo all'aperto "Arrogna NaturArte", Pieve di Teco: "Rotta Astrale", "Qualcosa di personale", "L'albero della memoria", "Pinocchio torna subito", "Papillon de pierre"

A Pieve di Teco c’è un sentiero che parte dove finisce il paese e si snoda lungo le sponde del torrente, accanto a cascine, prati, sotto l’ombra di un bosco, tra vecchi muri di cinta e chiesette medioevali scoperchiate, fino al santuario della Madonna dei Fanghi.

È una strada che attraversa la natura e la memoria e ci racconta la nostra storia: il rapporto tra l’uomo e la sua terra, il lavoro delle mani che scavano, si aprono varchi, costruiscono spazi nel rispetto dei luoghi, seguendo le anse del torrente o le inclinazioni del terreno, il silenzio della pietra, l’ascolto della musica dell’acqua e del vento tra i rami, i passi sul sentiero. Un uomo che strappa alla natura brandelli del suo grembo per farne luoghi sacri dove lavorare (i campi, le cascine) o pregare (le chiese). Sì, in questa dimensione anche il lavoro diviene cosa sacra: una via per trovare un equilibrio, tra le necessità della sopravvivenza e il rispetto della natura, tra l’io e il mondo.

I dodici artisti che in questi primi due anni di vita hanno dato corpo con oltre venti opere a questo ambizioso progetto di museo all’aperto non hanno fatto altro che salire lungo questo sentiero e ascoltare quello che il sentiero aveva da dire. Hanno ascoltato le pietre, l’acqua che scorre, il vento tra gli alberi e l’eco delle voci di generazioni di uomini e donne che lungo quel sentiero hanno camminato, lavorato, cantato, pregato, fatto l’amore. Hanno raccolto pietre, legni, vecchi strumenti di lavoro o di oggetti di culto e con questi hanno ridetto con parole nuove vecchi discorsi forse dimenticati, ma sempre attuali, hanno cantato con inediti arrangiamenti canzoni antiche sepolte in fondo al cuore.

Dennis Fazio con l’opera"Chi u ghe' me", un enorme rastrello piantato nei sassi della terra ligure, ci racconta secoli e generazioni di lavoro titanico per strappare alla natura brandelli di terra da coltivare e al mondo un angolo dove sopravvivere, con le unghie e coi denti; mentre con il grande ragno (“Araknos”) ci mostra le insidie della natura, le nostre paure arcane, ma anche la sottile bellezza e l’incantagione di questi pericoli incombenti e la loro assoluta naturalezza.

Cornelia Badelita nasconde una piccola classicissima statua della Madonna tra gli arbusti e le frasche, simulando un ritrovamento o forse denunciando uno stato di oblìo, con un gesto semplice, in apparente accordo col luogo e la sua storia, e forse proprio per questa apparente tautologia sottilmente spiazzante.

Fabian & Barny (Fabiano Speziari e Patrizia Barnato), così come Simone Azzurrini e Elena Saracino, recuperano una dimensione ancestrale e mitica del fare arte. Fabian & Barny come antichi sciamani piazzano le loro “trappole” per gli spiriti lungo il sentiero (“Il cacciatore di anime”) oppure costruiscono monumenti, oggetti totemici: una grande sfera di rami intrecciati e di pietre rosse o un arco di rami intrecciati da attraversare, simboli cosmici o di riti di passaggio. Mentre Azzurrini in un hortus conclusus cintato di pietre, spazio rustico e mistico che nella notte dei secoli era stato un cimitero, costruisce una architettura alchemica, con ferro, pietre, corda, legno e fuoco: un totem che si erge enigmatico e cifrato al centro di un luogo sacro (“NUOVO LUOGO – ripresa III 2013” di Simone Azzurrini). E la Saracino fa sorgere (o affondare) la sua grande mezza luna e la sua stella in un mare di erba, come due grandi sculture votive di arcane divinità astrali (“Cala la notte...”).

Io per conto mio, con la mia "Rotta astrale" fatta di cerchi di ferro e di pezzi di legno di vecchie botti, ho raccontato il mio naufragio tra cielo e terra: tra le pietre di un'antica chiesetta diroccata la mia nave fossile si è arenata al centro di un cerchio di sassi, la prua è salita tra i rami di un piccolo bosco cresciuto al centro del luogo sacro, la volta scoperchiata, e cerchi di ferro sospesi a rievocare le orbite delle sfere celesti... E poi lungo un vecchio muro di pietre ho disseminato sette cassette della mia personale memoria (“Qualcosa di personale”) e su un albero ho appeso gli strani frutti di una memoria collettiva del mondo contadino sepolta dal cemento (“Strange Fruits”).

Un discorso a parte per la ridda di animali immaginari che sbucano fuori di tanto in tanto da un cespuglio o da un ramo lungo questo sentiero che costeggia il torrente Arrogna: insetti o ragni giganti di legno o di ferro arrugginito (“Rusignò” di Seno e il già citato “Araknos” di Fazio), improbabili scimmie post-moderne fatte coi pezzi di una vecchia bicicletta o di un ciclomotore (“Ciclo evolutivo” di Paolo Lo Giudice), balene di cemento incrostato che giocosamente strizzano l'occhio alla Moby Dick di Melville, al Leviatano di Hobbes o al Pescecane di Collodi (“Pinocchio torna subito” di Patarini, Fabian & Barny e Fazio), animali di fantasia nati dall'assemblaggio di vecchi arnesi contadini (“Animale immaginario 1” di Jane Rose Speiser). un branco di buffi lemuri psichedelici tutt'occhi e niente corpo che compaiono inaspettati e ti fissano divertiti dal ciglio del sentiero (“Gli intrusi” di Fabian & Barny). Un piccolo straordinario bestiario immaginario che si declina secondo modalità formali differenti (la deformazione, l'ingrandimento, la sproporzione, la sostituzione dell'organico col meccanico), ma sempre in chiave d'effetto di meraviglia o di spiazzamento ludico o ironico.

E un ulteriore discorso a parte va fatto per le quattro opere che senz'altro potremmo definire “interattive” e che coinvolgono lo spettatore trasformandolo in fruitore a pieno titolo, coinvolgendolo ed invitandolo all'interazione, a muoversi intorno o dentro l'opera, dando il suo contributo alla piena realizzazione della medesima, con un riverbero verso più sensi contemporaneamente (oltre alla vista anche l'udito o il tatto).

Con “Carezza armonica” Dennis Fazio invita il fruitore a far suonare l'opera sfiorandola con una carezza. “Nei panni dell'albero” di Julia Jordan mostra allo spettatore, attraverso alcuni specchietti collocati ad arte in una specie di tunica di corda a spirale che gira intorno, quello che vede l'albero, mettendo così in relazione il paesaggio, il fruitore e l'albero stesso. Con “Pinocchio torna subito” lo spettatore è istintivamente portato ad entrare nel ventre stesso della balena, prendendo il posto di un Pinocchio temporaneamente assente. Con lo “Spazio creativo per gli innamorati” gli spettatori sono invitati esplicitamente a lasciare sulla balaustra un segno tangibile del loro amore, per poi fotografarlo e metterlo on line.

Dunque, lungo questo sentiero, tanti animali, oggetti legati alla memoria, strumenti magici, barche fossili, architetture sacre... oggetti, opere interattive... ma nessuna figura umana. Solo alla fine del percorso le ultime due opere, entrambe appese agli alberi alludono direttamente o indirettamente ad una presenza umana (femminile) o forse sarebbe meglio dire alludono ad una “assenza”: un piccolo vestito di rafia di una bambina o di una fanciulla (“Dress cage” di Cristina Cherchi) e un corpo fotografato, avvolto in una specie di sudario, il bozzolo di una crisalide (“e maris exiens” di Rosanna Pressato).

Ma in definitiva qual è il senso complessivo di questo percorso? Che cosa ci dicono di più o meno nuovo tutte queste installazioni e sculture? Che cosa ci resta, arrivati fino in cima, usciti dal bosco nella radura che si apre davanti alla Madonna dei Fanghi?

Forse quello che ci suggerisce questo piccolo museo all’aperto è che la tradizione e la natura, filtrate e reinventate con immaginazione e intelligenza, possono diventare arte contemporanea. E l’artista di oggi può risciacquare i suoi panni nell'Arrogna e ritrovare un senso - antico e moderno al tempo stesso- al suo fare arte. Al di là delle mode e del mercato. E trovare un rapporto nuovo, rinnovato, con il pubblico, con la gente: un rapporto più diretto, libero, e soprattutto giocoso, in cui chi fruisce possa sentirsi davvero partecipe se non addirittura protagonista, artefice, co-autore dell'opera in cui si imbatte, senza troppa necessità di paludate spiegazioni o di critiche, criptiche interpretazioni.

 

Nel segno del gioco e della meraviglia. E di un rapporto sano e dialettico con la natura e con la memoria. (VP)