Ultime mostre personali

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

14 aprile - 1 maggio 2018, "Parafrasi veneziane"

Alla Galleria Cantiere Barche 14, Vicenza, Stradella Barche 14

14 gennaio-28 febbraio 2018, "Giorni di freddo", a cura di Paola Caramel

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

5-14 settembre 2017, "Skylines et Silhouettes", nell'ambito della rassegna "AUT-OUT OF-F BIENNALE"

A Castel dell'Ovo, Napoli, nell'ambito del Progetto DRAMATIS PERSONAE.

Dal 16 gennaio al 14 febbraio 2016.

Virgilio Patarini - DRAMATIS PERSONAE 2016. Org.  Zamenhof Art, in collaborazione col Comune di Napoli - Assessorato alla Cultura, e col patrocinio dell'Unesco di Napoli.

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A Palazzo della Racchetta, Ferrara, via Vaspergolo 4,6,6a, Ferrara Art Festival -Extra Time

Dal 21 AL 30 agosto  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

personale antologica

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Presso il Complesso Museale Ricci Oddi. Piacenza, via S.Siro, 13

Dal 16 AL 22 maggio  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

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Alla Galleria Spazio Libero 8, Milano, Alzaia Naviglio Pavese, 8

Dal 18 AL 24 APRILE 2015:

Virgilio Patarini - Giovanni Drogo, NAVIGLI CORSARI E ALTRE STORIE

Alla Galleria del Rivellino, Ferrara, via Baruffaldi, 6

Dal 19 luglio al 3 agosto 2014:

Virgilio Patarini - Luigi Profeta, MEMORIE CONDIVISE

Alla Galleria 20, Torino,

Corso Casale, 85

Dal 10 al 23 maggio 2014:

Virgilio Patarini, ZIBALDONE 2014

Mostra personale di pittura

SPAZIO E, Milano

Stratificazioni

mostra bi-personale di Raffaele De Francesco e Virgilio Patarini

Dal 15 al 28 febbraio 2014

ROCCA VISCONTEA, Lacchiarella (MI), dal 30 nov. al 12 dicembre 2013:

LA RUGGINE E LA LUCE, mostra personale di Virgilio Patarini

IL TACCUINO DEL PRIGIONIERO 

 

Questo testo è un labirinto e un gioco di specchi, e come tale, direi, dovrebbe essere inteso.

Non si creda che si tratti semplicemente di un labirinto mentale dell’autore, perché non è affatto così. In realtà è un vero e proprio dedalo di citazioni, riscritture, falsificazioni, rielaborazioni e rovesciamenti di frammenti letterari celeberrimi o semisconosciuti, ma comunque pre-esistenti (da Shakespeare a Kafka, Borges, Papini, Maupassant, Baudelaire, Thornton Wilder, Dostoevskij)- Ogni frammento numerato deve essere considerato una stanza, un passaggio, la stazione di una via crucis assolutamente scomponibile. L’ordine è mutabile.

In un labirinto le stanze sono sempre quelle, ma i percorsi possibili sono infiniti.

Quello che propongo è semplicemente l’ordine che personalmente preferisco.

Non sono certo così ingenuo da credere che un testo, una volta composto, possa resistere a lungo imprigionato nella sua forma primigenia. Né tanto meno immagino che i miei lettori siano così sprovveduti da essere ancora legati a un ideale romantico di originalità dell’opera d’arte, poiché invece, si sa:

 

«La poesia consiste

nei suoi secoli d’oro,

nel dire sempre peggio

le stesse cose»

(Eugenio Montale)

 

 

 

 

1

 

Credo di non interessare a nessuno.

Sono uno straccio, un essere dipendente, un fantasma. Manco di realtà.

Vivo sospeso tra paure e desideri. Paure e desideri mi danno vita e mi uccidono, mi alimentano e mi divorano.

Giaccio nell’ombra, in lunghi e incomprensibili silenzi.

Giaccio nell’ombra, dimenticato per periodi di tempo interminabili. Poi all’improvviso qualcosa o qualcuno mi costringe a uscire alla luce.

Una luce cieca, abbagliante, sembra per un istante assicurarmi un barlume di realtà. Ma poi lui si dimentica un’altra volta di me. E di nuovi mi perdo nell’ombra.

I miei gesti diventano sempre più vaghi, le membra disarticolate, la voce lontana, finché mi dissolvo come l’ombra di un sogno.

La notte è il mio regno, la mia casa, il mio rifugio.

Di notte sono quasi sempre sveglio, mi sento vivo, perché quasi sempre, di notte, lui sogna di me.

 

 

 

2

 

Vivo una vita precaria, soggetta a rovesci ... A volte lui mi odia ferocemente, allora sento le lame del suo odio ferirmi dappertutto. Mi fa del male, ma non mi uccide.

Il suo modo di uccidermi sarebbe semmai dimenticarmi.

E’ spietato e materno.

Nasco dalla contraddizione, rinasco quotidianamente.

La mia gestazione è lunga, interminabile, angosciosa. Un lungo processo sotterraneo.

Non credo che lui sia sempre consapevole di quello che fa, di quello che mi fa.

Elabora a lungo la mia vita nei suoi pensieri, se la configura nei dettagli.

Sento i suoi occhi su di me che mi frugano senza pudore. Le sue mani tremanti cercano di modellarmi, facendomi e disfacendomi, ma alla fine sono sempre insoddisfatte.

Un giorno, quando per caso arriverà alla mia forma definitiva, finalmente potrò sfuggire e sognarmi da solo. Potrò vivere, sarò reale. Mi dividerò da lui e non avrò più paura.

E’ questo che sogno quando lui mi sogna.

 

 

 

3

 

Veglio lungo questa interminabile notte. Aspetto con ansia l’alba che non arriva.

Sento le mani che mi tremano. Trema tutto il mio corpo.

Non sono malato. Forse sono io stesso una malattia.

Non c’è niente che mi appartenga, niente che possa appartenermi. Sono io che appartengo a qualcuno.

Non possiedo nulla. Sono posseduto.

Solo gli uomini liberi possono possedere qualcosa.

 

 

 

4

 

Ci sono delle cose che devo dire. Non so se domani potrò (o saprò) ridirle. Tuttavia è necessario che le dica almeno una volta, questa notte.

Io non sono un uomo.

Non sono reale.

Non sono di carne e ossa, di muscoli e sangue, di nervi.

Non ho padre né madre.

Né fratello, né sorella.

Non sono nient’altro che l’ombra di un sogno.

Sono della stessa materia, della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni.

Esisto perché c’è qualcuno, fuori di me, che mi sogna.

Ecco, è così. C’è qualcuno che in questo momento mi sta sognando. Mi vede agire, vivere, parlare.

In questo momento sta sognando che dico tutto questo.

Quando lui ha cominciato a sognarmi io ho cominciato ad esistere.

Sono un ospite delle sue lunghe fantasie notturne.

Il suo sogno è così duraturo e intenso che io mi sono in qualche modo materializzato. Insomma sono diventato visibile anche durante la veglia. Ma il mondo della veglia non è il mio mondo.

La mia vita è quella che scorre lentamente nell’anima del mio creatore di sogni.

Non parlo per enigmi. Queste non sono metafore. Dico la verità.

Sono l’attore di un sogno. Ma non è questo che più mi tormenta.

Ci sono poeti che hanno detto che la vita di un uomo è l’ombra di un sogno. E ci sono filosofi che hanno suggerito che tutta la realtà potrebbe essere solo un’illusione, una sorta di allucinazione. Ma non è questo che mi preoccupa.

Una domanda mi perseguita. Un’idea fissa non mi da tregua, né respiro, né mi lascia dormire: chi è colui che mi sogna? Chi è che mi sta sognando? Chi è costui che m’ha fatto sorgere dalle tenebre e che al suo risveglio mi spegnerà, come una candela, in un soffio?

Quanti giorni, quanto tempo, per quante notti ininterrotte ho pensato a questo mio padrone sognatore ...

Insomma, lui chi è? Questa domanda mi mette (in) agitazione, non mi fa dormire, non mi dà scampo, respiro, da quando ho scoperto la materia di cui sono fatto.

 

 

 

5

 

I personaggi dei sogni godono di grande libertà.

Il mio destino in origine non era del tutto determinato, in gran parte era nelle mie mani.

Nei primi tempi ero terrorizzato dall’idea che potesse bastare il più piccolo incidente per svegliarlo, cioè per annientarmi. Pertanto m’industriai di svolgere un’esistenza assolutamente tranquilla. Cercai di vivere una vita normale, senza asperità, senza follie o stranezze.

Avrei fatto qualunque cosa per non contrariarlo, temendo che la più piccola contrarietà potesse svegliarlo.

Non conoscevo i suoi principi morali o religiosi e pertanto ero costretto a tenermi sul vago.

L’insicurezza aumentava la mia inquietudine. Non c’era azione che volessi intraprendere che non mi gettasse nell’angoscia più nera. Approverà? Non approverà? Ne rimarrà contrariato? Scandalizzato? Avrà un soprassalto d’indignazione, o d’orrore, che lo farà svegliare?

La vita di un sogno è una vita precaria.

Così il più delle volte mi astenevo da qualsiasi azione. Nel dubbio astenersi.

Finché mi sentii stanco e umiliato, troppo stanco e troppo umiliato.

Questa finzione di vita non valeva tanta bassezza, tanta viltà da parte mia.

Il pensiero di essere solo uno spettacolo per lui, di servire da trastullo a questo padrone sconosciuto e inafferrabile, questo pensiero mi umiliava profondamente.

E poi non ce la facevo più, ero sfinito. L’incertezza, l’angoscia dell’incertezza, la paura di agire, il terrore: tutto questo mi aveva annullato. Mi sentivo invecchiare rapidamente, giorno dopo giorno, e non facevo niente, niente di niente. Niente per combattere l’angoscia, l’invecchiamento, niente per dimenticare, per distrarmi dalle mie paure. Niente per contrariarlo, niente per compiacerlo.

Che senso aveva tutto questo? Che senso ha?

Tutto questo non è passato, almeno non del tutto, lo sento. Mi capita ancora spesso di piombare in questo stato d’animo, in questa angosciosa insicurezza ... Desidero allora ferocemente ciò che prima mi terrorizzava: vale a dire il suo risveglio, e con esso il mio annullamento.

Desiderai allora ferocemente quanto prima mi faceva orrore: vale a dire il suo risveglio, il mio annullamento.

 

 

 

6

 

Come provocare il suo risveglio?

Mi sforzo di riempire la mia vita di orrore, di spettacoli orribili, ripugnanti, per farlo svegliare dallo spavento.

Ho provato, provo di tutto pur di giungere all’annientamento. Ma niente. Sembra che lui non si spaventi di niente. Quello che sgretolerebbe l’animo dell’uomo dai nervi più saldi sembra che nemmeno lo scalfisca.

Quel bastardo non è un uomo, non è umano!

Certe volte ho persino paura che goda degli spettacoli orripilanti che ormai quotidianamente gli propino col mio comportamento. Mi pare di sentirlo sghignazzare nell’ombra. Mi sembra di sentire la sua risata sadica riecheggiare nel vuoto, in questo spazio vuoto che mi circonda, in questa notte oscura che mi circonda. Ma certo dev’essere auto-suggestione ... Certo, è così, è tutta autosuggestione, colpa della paura.

Se non gode di quanto vede di così orribile, comunque per lo meno non se ne cura, né si spaventa. Insomma, sembra totalmente insensibile, totalmente indifferente.

Così finora non sono riuscito in nessun modo a svegliarlo e sono costretto a trascinarmi ancora in questa vita ignobile, servile, disumana, irreale, come un verme sulla luna.

Aspetto con desiderio, desidero la fine di questo stupido sogno.

Quello che faccio adesso, in questo momento è l’ultimo tentativo, l’estremo tentativo. Dico a colui che mi sogna che sono un sogno, che sono solo un sogno. Glielo dico in faccia. Glielo grido.

Voglio che sogni di sognare. Che tutto sia chiaro. Che tutto sia chiaro tra me e lui.

Forse allora si renderà conto di quanto sia assurdo tutto questo, di come sia solo uno stupido sogno. Forse allora si sveglierà, e io sarò libero da questa tortura.

 

 

 

 

 

7

 

Lui se ne sta nell’ombra, oppure dietro le quinte, dove non lo posso vedere.

Non l’ho mai visto in faccia. Non l’ho mai nemmeno visto.

Qualche volta mi sembra di sentirne la voce, ma forse è solo un’illusione.

So che c’è, so che mi guarda, questo sì. Mi pensa, mi sogna.

Mi basta.

Non ha il coraggio di farsi vedere. Trama nell’ombra. E’ uno sporco vigliacco!

Se non ci fosse lui che mi sogna io non esisterei. Ma io esisto? Esisto davvero?

Se non ci fosse lui, io non sarei neppure l’ombra di un sogno ...

 

 

 

8

 

Sono solo, la sua esistenza non mi consola, non mi tiene nessuna compagnia. Forse la prima volta io sono stato evocato da lui perché gli facessi compagnia. Ma non sono un tipo di compagnia io. Non posso esserlo. Neppure esisto! Non sono niente e non ho nessuno.

Senza padre né madre, senza fratello né sorella.

Senza lavoro, senza casa.

Non esisto per cui non posso avere nessun documento, nemmeno il libretto di lavoro, ovviamente.

Non dormo mai, una casa non mi servirebbe a niente. Sono un cane randagio.

Esco solo nelle notti come questa e ululo alla luna.

Ho un solo nemico che non si mostra mai. Ma io so che lui esiste. Per questo sono qui. Per questo lo odio. Se ne sta nascosto dietro gli specchi. Fa di ogni specchio uno scudo per difendersi dalla mia ira.

L’odio mi consuma, mi divora le viscere, come un avvoltoio.

Desidero la vendetta. E’ lui l’origine d’ogni mia sofferenza.

E’ lui l’origine d’ogni male, ma tutto il male ricadrà su di lui. Io sono innocente.

Non so niente di lui, spesso dubito persino che esista. E’ lui che vuole così. Mi usa per mettersi in discussione. In questo modo mi mette in crisi, mi mette alla prova. Mi studia. Mi viviseziona. Mi guarda al microscopio, con la sua lente da Sherlock Holmes. E’ un sadico, un avvoltoio. Io sono nelle sue mani.

Si crede un Dio, ma è solo un povero illuso.

 

 

 

9

 

Essere all’altezza di un sogno non è facile.

C’è di che avere le vertigini.  

I sogni sono assurdi,

incoerenti,

inevitabili,

irripetibili,

fonti di gioia o di terrore infondato,

incomunicabili,

ma ansiosi, desiderosi di essere comunicati.

Così sono i sogni.

 

 

 

10

 

Lui muove i fili nell’ombra, fili sottili, invisibili, e io sono costretto ad eseguire questa miserabile danza.

Sono un burattino nelle sue mani. Lui muove i fili e io danzo.

Lui mi ha inventato, manipolato. Lui decide quello che devo fare, quello che devo dire. Lui mi apre la bocca, lui contraffà la sua voce per darmi una voce.

(Sono il suo schiavo, il suo prigioniero).

Vorrei essere libero. Vorrei essere un uomo. Vorrei essere, esistere, vivere. Sogno di essere libero.

Non è assurdo?

Lui adesso vorrebbe che io dicessi che sono il suo sogno di libertà. Insomma, che lui mi ha sognato per essere libero attraverso di me. Tutto questo è assurdo, perché io non sono affatto libero.

Dipendo da lui per ogni mio pensiero. Vengo da lui, continuo questa mia esistenza sospesa e precaria perché lui lo vuole. Come potrei essere libero? Non sono libero di morire, né di scomparire. Non sono libero. La libertà è un sogno.

Lui dev’essere uno squilibrato. Nessun uomo normale potrebbe sognare così a lungo. Da quanto tempo mi sta sognando? Deve aver perso il contatto con la realtà. Continuerà a sognarmi in eterno.

Solo uno squilibrato può sognare con tanta intensità da far materializzare il suo sogno.

Solo un pazzo potrebbe sognare con tanta intensità che il sogno acquisti un barlume di autocoscienza.

Solo la fede incrollabile e ingiustificabile nei sogni di uno squilibrato potrebbe permettere tutto questo.

 

 

 

11

 

Questa luce mi fa male agli occhi, tutta questa luce m’acceca.

Cieca necessità. Oscura necessità.

Tutta questa luce mi fa paura. Quando mi aggiravo senza nome e senza forma nei sotterranei non avevo paura.

E’ la necessità che scatena la paura. Necessità di esistere in qualche modo, in qualunque modo. Paura di non esistere più.

Perché lui ha bisogno di me?

In qualche modo gli sono necessario, gli sono diventato necessario, gli sto diventando necessario. Lo sento.

Questo spiega la mia prolungata permanenza, la mia resistenza alla luce.

Tenebra me genuit. La notte mi ha generato. Ma ora è la luce a mantenermi in vita.

La luce mi è necessaria.

Mi è necessario il dolore, la paura.

               

 

 

12

 

Ho paura dell’alba, ma l’alba sembra non arrivare mai.

Eterna notte.

Interminabile sogno.

Forse tutto è finito e io sono il sogno di eternità, di sopravvivenza, dell’ultimo uomo nell’istante prima della catastrofe.

Nei sogni, si sa, il tempo è dilatabile.

Prigioniero di questo sogno continuerò a vivere all’infinito nell’istante che precede la distruzione, la morte di colui che mi sogna.

L’ultimo sogno.

E’ forse questa la condanna eterna, il premio eterno? E’ forse questa la cifra dell’inferno e del paradiso? E’ questo il segreto?

 

 

 

13

 

Un tarlo instancabile mi corrode giorno dopo giorno.

Vorrei poter dormire, sognare.

Vorrei liberarmi della penosa coscienza di questa vita precaria, della sensazione inquieta e fastidiosa di questa assurda esistenza.

Ma forse non si tratta neppure di questo.

Forse colui che mi sogna è morto, dorme un sonno eterno, per questo non può svegliarsi.

Che sensazione terribile! Sentirsi le braccia pesanti, il cuore pesante sprofondare in un abisso oscuro, rendersi conto di abitare una casa grande e solitaria, buia e spaventosamente vuota. Una casa che conosco, riconosco, piena di corridoi e stanza buie, tappeti rossi per terra e tende rosse alle pareti, finestra murate, un’ombra inquietante, spettrale, che si nasconde nel buio, come l’ombra di un gatto, che si nasconde sotto il mio letto, mentre io vivo questo incubo, sospeso tra il sonno e la veglia, disteso sul mio letto, senza sapere se dormo o se sono sveglio ...

Spesso incubi come questo ad occhi aperti attraversano la mia notte senza sonno e se mi sottraggo all’orrore di sprofondarvi senza fine è perché un particolare, una contraddizione mi svela il trucco, l’inganno.

 

 

 

14

 

Forse colui che mi sogna è morto, il suo cuore sprofonda in un abisso oscuro mentre lui ancora mi sta sognando e non sa che è già morto. Io sono il suo incubo, la sua condanna eterna. Il suo inferno. Sognarmi in eterno.

Eterna inquietudine, eterno dolore.

Eterna solitudine la nostra, la mia e la sua.

Impossibile sapere le cose come stanno.

Si suppone che l’anima di chi dorme si allontani errabonda dal suo corpo e visiti i luoghi, veda le persone e viva gli avvenimenti come in un sogno. Se così fosse io sarei qualcosa come l’anima di chi in questo momento sta sognando.

E se lui fosse morto? Questo giustificherebbe la mia eterna inquietudine, questa mia impossibilità a trovare la pace di un approdo.

Il mio porto d’attacco non c’è più. L’isola da cui sono salpato è sprofondata nel mare. E io sono costretto a questo eterno navigare alla deriva.

Dicono che le anime dei morti insepolti vaghino sulla terra finché le loro spoglie non siano sotterrate. Se questo non accade possono vagare in eterno.

 

 

 

 

 

15

 

Una volta mi sono chiesto, per scherzo, che cosa fosse l’orrore del vuoto.

Da allora lui è entrato prepotentemente nei miei incubi ad occhi aperti. E’ diventato il mio incubo ricorrente.

Forse è questa terribile condizione in cui mi trovo, forse qualche altro disturbo ... Fatto sta che il terrore che mi attanaglia la mente non è affatto irreale. Un tempo credevo che fosse l’immagine della morte o la smorfia del teschio. Non è così. E’ la percezione che tutte le cose sono nulla, vento. E’ quell’ombra che mi passa negl’occhi quando mi guardo allo specchio. Lo smascheramento del male assoluto: burla e minaccia di ridurre al nulla ogni cosa.

Questo incubo si afferma come una rivelazione improvvisa e imprescindibile, una verità, la verità rivelata, innegabile.

 

 

 

16

 

La vita mi sfugge.

Indifferenza per tutto.

Dall’indifferenza per tutto nascono i sogni, ma i sogni vorrebbero essere raccontati.

Come si può restare indifferenti ai sogni?

La vita non mi appartiene.

La vita è qualcosa che desidero e che mi sfugge.

Posso vivere solo nel sogno, sognare di vivere, vivere di sogni.

 

Vorrei uscire da questa trappola, da questa prigione, o gabbia. Voglio uscire.

Voglio vivere, innamorarmi, correre a piedi nudi sull’erba, fare l’amore, avere dei figli. Voglio provare delle emozioni, parlare con qualcuno.

Sono stanco di questa vita artificiale, di questa vita immaginaria, irreale, di questo simulacro di vita.

 

E’ lui la chiave di tutto! E’ lui il mio carceriere.

Se lui volesse potrebbe liberarmi da questo incubo.

Forse lui ha paura? Paura di rimanere qui dentro da solo, al buio, nell’ombra.

Se io me ne andassi, se io uscissi, svanirebbe anche questo barlume di luce. Questo barlume di luce è per me, mi si addice. A lui si addice l’ombra. Per lui sono le tenebre.

Se io me ne andassi, in questo posto piomberebbero le tenebre. Lui rimarrebbe solo, non avrebbe più nemmeno questo sogno a tenergli compagnia, a gettare un po’ di luce nella sua vita oscura.

Questa è la sua tomba e io, con tutti i miei dubbi e la mia angoscia, sono la sua condanna, il suo castigo eterno.

 

 

 

17

 

Il mondo è cavo.

Il mondo è tutto qui, il mio mondo, fin dove arriva lo sguardo, quel poco che riesco a intravedere nelle tenebre che mi circondano.

Le tenebre stesse che mi circondano sono il mio mondo.

La volta del cielo vuota, senza stelle.

Un cerchio di luce innaturale che delimita il (mio) mondo visibile, che lo inventa e lo separa dall’invisibile.

Tutto qui.

 

 

 

 

 

 

18

 

 

Nel sottoscala della ragione, nell’insondabile malinconia, dove il destino mi ha relegato, rinchiuso, dove lui mi tiene prigioniero, dove non filtra un raggio di sole, dove sono solo con la Notte, insopportabile padrona di casa, come un pittore che un dio beffardo ha condannato a dipingere sulle tenebre con un pennello invisibile ... Come un cuoco spinto da un macabro appetito, faccio bollire e mangio il mio cuore ...

Per un istante intravedo nello specchio l’ombra di uno spettro, di un fantasma, la sua ombra inquietante, sfuggente ... No, no, niente paura, devo essermi sbagliato: lo specchio ha la mia faccia.

Non posso avventurarmi nell’ombra. Ma lo spazio circoscritto dalla luce è abbastanza grande e deserto. Arrivano spifferi da tutte le parti. Sento la volta del cielo gravare sul mio cuore come una montagna. Versa su di me, abbracciando l’orizzonte, la luce nera di questa triste notte.

E’ aperto o chiuso lo spazio che mi circonda?

Questo posto certe volte mi sembra una cella umida, dove la stremata speranza sbatte le sue ali lungo i muri come un pipistrello contro i fradici soffitti, o come una mosca contro il vetro.

Le infiltrazioni d’acqua sui muri disegnano le sbarre di una immensa prigione. L’infame ragno tesse le sue reti infondo al mio cervello. All’improvviso, furiosamente, si scatena dalle viscere (della terra) l’urlo terrificante di questo povero spirito inquieto, senza terra, senza affetti, che si lamenta con ostinazione.

Interminabili funerali sfilano lentamente nella mia mente, senza tamburi né musica, cortei d’ombre che sfilano lentamente in questo orizzonte chiuso: ecco, è morta la speranza.

L’atroce angoscia pianta sul mio cranio il suo vessillo nero, oscuro.

 

 

 

 

 

 

 

19

 

La luce della luna porta il delirio e trasforma ogni forma in un’altra opposta.

 

Questo posto è illuminato dai bagliori d’una luna invisibile. Invisibili anche i limiti di questo posto, che pure certe volte mi sembra di scorgere, ma si tratta soltanto di lampi di immaginazione.

Maledetta questa mia notte!

Maledetta la notte in cui sono stato concepito e quest’altra che mi nasconde e m’imprigiona!

Le tenebre oscurano questa notte, l’ombra della morte incombe ma non sopraggiunge.

L’amarezza.

Notte solitaria e silenziosa che maledico. La sua nuvola nera oscura le stelle, la luna.

Aspetto la luce, una luce che non arriva mai. Aspetto l’aurora.

Maledico questa notte perché non mi ha inghiottito, perché mi ha vomitato dal suo ventre immondo, perché mi ha stretto tra le sue braccia senza soffocarmi, perché mi ha lasciato questo barlume di luce perché vedessi il mio male riflesso.

Vorrei essere morto, sprofondare nel cuore della notte, dormire tranquillo e inconsapevole dentro di lei.

Perché mi è stato concesso questo barlume di esistenza? E’ la notte il mio carceriere? Sono le tenebre le catene che mi impediscono di andarmene?

 

 

 

20

 

Lui è la porta oscura dalla quale sono uscito questa notte.

Lui è la vita e la morte.

Lui è come il mare e come il mare ha vomitato me, questo mio barlume di esistenza, questo mio mondo oscuro che mi circonda; e come il mare potrebbe di nuovo inghiottire ogni cosa: me stesso, la mia esistenza, questo mio mondo oscuro.

Sono come un naufrago sbattuto sulla sua riva. Questa sedia, questa candela, questo specchio sono i relitti di un naufragio.

Una forza oscura e sconosciuta mi incatena qui, mi impedisce di addentrarmi nella vita.

Forse nel naufragio sono rimasto mutilato, ho perso l’uso delle gambe, oppure la pressione dell’acqua, quando, nella tempesta che mi ha generato, il mare mi aveva trascinato nei suoi abissi, ebbene forse allora la pressione dell’acqua nelle mie orecchie ha sfondato i timpani, ha intaccato il labirinto, facendomi perdere il senso dell’equilibrio. Ed ora sono qui, incapace di fare un passo senza crollare al suolo.

Forse la nave del naufragio era una galera, e io un galeotto incatenato alla nave stessa. Ho fatto naufragio incatenato a un pezzo della mia galera, un pezzo troppo pesante perché adesso riesca a trascinarmi verso la terraferma, oltre questo bagnasciuga.

Un enorme ceppo di legno putrido e fradicio di mare, e un ferro duro che mi incatena.

Questo evento straordinario (la tempesta, il naufragio), non ha mutato la mia condizione di schiavo, di prigioniero. Il mio destino è lo stesso.

 

 

 

21

 

Lui è un chiuso silenzio che non cede, un silenzio che dura. Labbra chiuse, occhi di tenebra. Lui è l’ombra che mi circonda e mi spia. Lui è la camera buia a cui ripenso sempre, la cantina chiusa, dal battuto di terra, dove sono entrato una volta che ero scalzo, da bambino, e ci ripenso sempre.

E se lui fosse la morte? Una morte che mi accompagna lungo questa interminabile notte, sorda, insonne, come un vecchio rimorso, o come un vizio assurdo. I suoi occhi una parola vuota, un grido trattenuto, un silenzio. Così li vedo ogni volta che solo mi volto verso lo specchio.

Verrà la morte, lo so. Ecco, sarà come smettere un vizio assurdo, come vedere nello specchio riemergere un viso troppo a lungo dimenticato. Sarà come ascoltare un labbro chiuso.

Soltanto allora ci avvieremo verso le tenebre di nuovo scalzi, in silenzio.

Soltanto allora, forse, lui ed io ci ricongiungeremmo.

 

 

 

22

 

Sento il rumore dei suoi passi, lo sento avvicinarsi, alle mie spalle, ho paura a voltarmi, ho paura di vederlo in faccia.

So che adesso balzerà fuori dallo specchio per assassinarmi. Fuggirò senza voltarmi e lui dietro, come un cane rabbioso, con la bava alla bocca, il suo fiato sul collo, i suoi denti alle mie calcagna.

Allora inizierà la mia fuga. Interminabile fuga di uno spettro braccato dalla sua invisibile ombra.

Interminabile fuga, sogno rovesciato di quest’altro sogno angoscioso che è la mia vita in attesa.

 

 

 

23

 

Mi sono procurato una pistola. Non so come, ma me la sono procurata ... Forse me la sono solo immaginata, non so ...

So che se lui non vuole non posso in nessun modo uccidermi. Ma sono deciso a provocarlo. Voglio farlo. Voglio farlo anche se lui non vuole.

Voglio farla finita con questa storia.

La pistola è qui, nascosta in una tasca interna della giacca. Non so se lui può vederla lo stesso. Non mi interessa. Aspetto ... Aspetto il momento opportuno per usarla.

Se lui non vuole, se vuole fermarmi, dovrà venire allo scoperto .... allora la scarico su di lui, così sarò libero.

Se lui mi lascia fare, allora la scarico su di me così sarò libero. Comunque vada ho il coltello dalla parte del manico ... l’ho messo in un vicolo cieco! Comunque sarò libero.

Devo solo trovare il coraggio ... solo trovare il coraggio ... il coraggio ... lui lo sa e ha paura. Lo sento.

Forse trovare il coraggio non è poi così difficile. Basta pensare a lui, concentrarsi su di lui. Non importa se non l’ho mai visto. Anzi, meglio …

 

                L’orrore dell’Altro.

 

                Il terrore di una coscienza estranea come un dio che mi spia.

 

 

 

24

 

 

Forse finora non ho capito niente. Forse tutto questo si può vedere diversamente. Devo cercare di mantenermi lucido e ragionare.

Sono prigioniero, questo è evidente.

E se sono prigioniero è altrettanto evidente che devo essermi macchiato di una qualche colpa, insomma devo aver fatto qualcosa che qualcuno deve aver ritenuto una colpa.

Ecco, le cose stanno così. Un giorno, inavvertitamente, devo aver commesso una qualche sciocchezza.

Insomma sono colpevole, colpevole di qualche cosa di orribile, a giudicare dalla pena. Devo aver fatto qualcosa che qualcuno deve aver giudicato tanto orribile da meritarmi tutto questo.

Ora su questo dovrebbe concentrarsi la mia attenzione. Mi sembra logico.

Sforzarmi di capire chi sia il mio carceriere e qualche legame abbia con chi mi ha giudicato, insomma se si tratti della medesima persona, o se anche solo i due si conoscano, oppure se addirittura l’uno ignori l’esistenza dell’altro.

Ebbene tutto questo è assolutamente al di fuori della mia portata! Come posso ragionare di qualcuno che neppure conosco, qualcuno che non ho mai visto nemmeno da lontano, qualcuno che mi è assolutamente estraneo e la cui esistenza, addirittura è una mia mera supposizione? Sarebbe assurdo, assolutamente illogico.

Debbo concentrarmi su di me, sforzarmi di ricordare, stanare il serpente che si è annidato nel groviglio delle mie azioni, nei miei pensieri.

 

 

 

25

 

Lui se ne sta dietro la porta, acquattato nell’ombra.

Mi aspetta.

Sento il suo sguardo cattivo attraversare lo spazio e le barriere che ci separano.

Lui lo sa che prima o poi varcherò quella soglia, per stanchezza o per disillusione. Lui lo sa, per questo mi aspetta. Si sfrega le mani e sogghigna.

Sento il suono del suo sogghigno scivolare sotto la soglia e insinuarsi nelle pieghe del mio vestito come un serpente, pronto a mordermi al primo passo falso. Vedo le sue zanne d’avorio brillare nel buio, e un lampo di odio negli occhi come una lama d’acciaio colpita dalla luce.

Vivo una vita precaria, in sospeso, come un condannato appeso sul baratro, con un carnefice sadico che non si decide a farla finita, oppure distratto che se n’è andato a passeggio dimenticandomi qui appeso sul baratro, aggrappato alla corda che mi lega le mani.

Vivo una vita precaria, provvisoria, sospeso sul baratro aggrappato con tutte le mie forze alla corda che mi tiene prigioniero e (che) mi salva dall’abisso.

Buffo, no? Anche se mi lasciassi andare non cambierebbe molto. Avrei male ai polsi, la corda mi segherebbe la pelle. Invece adesso mi fanno male le braccia e le spalle. Ma mi tengo aggrappato lo stesso. Non mollo. E’ l’unico modo per sentirmi vivo. L’unico inutile spazio di libertà: essere un prigioniero che si è arreso o un prigioniero ribelle.

Forse per questo il boia non taglia la corda: ci vuole più coraggio ad uccidere un prigioniero vivo. E lui è un vigliacco, questo lo so per certo. E lo sa anche lui, perché gliel’ho sputato in faccia mille volte:

«Vigliacco! Cane bastardo! Vigliacco!! Vieni fuori se hai coraggio! Fatti sotto!!».

Niente. Il suo silenzio era una prova ulteriore della sua vigliaccheria. Il suo silenzio ai miei occhi lo ha bollato col marchio dell’infamia. Ogni possibilità di rapporto si è definitivamente incrinata. Basta, tutto finito. Solo il mio odio e il mio profondo disprezzo per sempre.

Anche se domani venisse da me, mi sciogliesse da queste catene, mi abbracciasse come un padre o come un fratello, mi baciasse, curasse le mie ferite, asciugasse il sudore della mia fronte ... lo guarderei dritto negli occhi con odio e con disprezzo e mentre lui mi bacia sulla guancia gli pianterei il mio coltello della gola, lui cadrebbe per terra rantolando, e io continuerei a guardarlo fisso negli occhi con lo stesso odio e lo stesso disprezzo.

Senz’ombra di (rim)pianto.

 

 

 

26

 

Mi sono addentrato nel labirinto che mi circonda. Mi sono messo sulle sue tracce. L’ho cercato dappertutto, ho frugato ogni angolo d’ombra. Ma lui, il vigliacco si ritrae. Conosce queste tenebre meglio di me. Queste tenebre lo hanno generato.

Io invece non sono di qui. Sono uno straniero. Mi ci hanno costretto. Mi ci ha attirato lui, il traditore, con l’inganno. E’ passato tanto tempo, ormai. Non ricordo più neppure com’era il mondo da cui provengo. So solo che è un altro mondo, lontano, perduto. Non lo ricordo nemmeno. Lo sento. E’ come una sottile nostalgia, una nostalgia indefinibile. Nostalgia della luce, credo. Degli spazi in cui l’occhio poteva vagare. Spazi aperti. Nostalgia del cielo e del vento. Che colore aveva il cielo? Che colore aveva il vento?

Mi è costato fatica e coraggio abbandonare quel poco di luce illusoria che mi circondava, e addentrarmi nelle tenebre. Il buio mi fa paura. Non conosco lo spazio che mi circonda. L’esplorazione è lenta e dolorosa. Ma un desiderio mi sprona e mi sostiene.

Voglio scovarlo. Scovare la sua tana e il suo nascondiglio. Insinuarmi nella sua testa come un dubbio, come un serpente, prenderlo di sorpresa. Sarebbe costretto ad ascoltarmi. Potrei avanzare le mie ragioni, difendermi dalle sue accuse a viso aperto. Potrei addirittura sfidarlo! Affrontare e smascherare il suo odio.

Seguo con pazienza e con coraggio i segni sulla terra che disegnano il labirinto. Cerco il bandolo della matassa.

Il buio mi terrorizza.

Il buio è la maschera spaventosa dietro cui lui mi si nasconde.

Lui striscia nell’ombra.

Ho paura. Devo concentrarmi sul mio odio perché la paura non mi paralizzi.

Sento il suo fruscio. Il suono della sua coda a sonagli mi ricorda il vento.

Sento le sue mille pupille fisse su di me che mi trafiggono dall’ombra.

Non devo guardarlo, non adesso.

L’ombra lo ha generato, e adesso lui cerca di attirarmi nell’ombra. Vuole che io vada a combatterlo sul suo terreno. Mi provoca, mi sfida.

Ma io non sono pazzo. Continuo a seguire i segni che lui ha lasciato al suo passaggio, senza farmi ingannare.

Non intendo cambiare strategia.

Seguo la pista con pazienza, anche se è tortuosa. Niente scorciatoie. Non sono ancora pronto.

Faccio ampi giri intorno alla mia preda, studio il terreno, mi armo come un guerriero. Verrà lo scontro. Lo voglio. Ma al momento opportuno.

                Sei un vigliacco.

Ci sta provando, sta cercando una breccia nei miei nervi. Mi sta provocando, lo so.

                La verità è che hai paura.

Tu non conosci la verità! Tu sei maestro dell’inganno e del tradimento

                Certo è comodo così. Basta dire: “traditore e bugiardo”. E’ troppo facile.

Lui ha ragione, lo so. Ammesso che avere ragione abbia un senso, o anche solo importanza.

E’ troppo facile avere ragione.

Ecco, mi armo come un guerriero. Mi cingo i lombi. Impugno la scure a doppio taglio. Mi preparo allo scontro finale.

Vivere o morire. Uccidere o essere ucciso. Oppure no: vivere e morire, uccidere e essere ucciso.

Il tempo si avvicina, lo sento. Sento qualcosa dentro, come una sorgente di acqua che ribolle, che vuole sgorgare, come il fremito di una risata che sta per affiorare, che sta per scatenarsi, come un terremoto ... vedo ratti e serpenti correre da tutte le parti come impazziti ... e lampi nel buio ... e fischi nelle orecchie ...

 

 

27

 

Un topo in trappola. Una cava da laboratorio. Un topolino bianco che corre come un pazzo in un labirinto pieno di trabocchetti. Un topolino con un paio di elettrodi piantati nel cervello.

Lui indossa un camice bianco e mi guarda dall’alto attraverso il vetro. Non mi odia, ma ogni tanto mi dà una scarica all’uno o all’altro emisfero cerebrale. Di qui la rabbia o la delusione. Di qui i miei pensieri che corrono tutto intorno alla ricerca di una via d’uscita o di una impossibile vendetta.

Sono un topo in trappola. Un topolino bianco con degli elettrodi piantati nel cervello.

 

 

 

28

 

 

Ho fatto un sogno, un sogno ad occhi aperti.

 

Quattro Mostri stanno ai quattro angoli dell’Universo sommerso dalle acque. Sono il Sogno dell’Essere, il Sogno del Divenire, il Sogno di Dio e il Sogno dell’Uomo. Si fronteggiano a coppie, e sono sempre in lotta. Scagliano l’uno contro l’altro masse d’acqua spaventose.

Noi stiamo nel mezzo col nostro esistere qui e adesso, come sopra una barchetta di carta in balia dei grandi Sogni, ma anche di quelli più piccoli che sollevano meno acqua, ma fanno ugualmente paura (il sogno di un amore, il sogno della libertà) ... finché la tempesta dei Sogni non ci sommerge o finché non abbiamo il coraggio di tuffarci tra le onde, immergerci nelle profondità dell’Abisso del Mare e nuotare contro corrente fino alla spaccatura che si apre sul fondo, fino alla caverna dove dorme il Drago con la bocca spalancata da cui fuoriescono ad ogni respiro montagne d’acqua.

Perché tutto questo, ogni sogno, noi stessi che siano solo sogni, siamo sognati da lui. Lui, la Bestia Orrenda. E finché lui vive, dorme, e sogna, noi continueremo ad essere solo l’ombra di un sogno. 

 

Questo è stato il mio sogno, un sogno ad occhi aperti.

 

 

 

29

 

Ho sbagliato tutto. Merda! Sono uno stupido, un imbecille!

Merda! merda!! merda!!!

Forse adesso è troppo tardi per correre ai ripari.

Potrebbe essere troppo tardi.

Se mi attaccano adesso sono spacciato. Mi sono preparato ad affrontare il nemico sbagliato.

Avrei dovuto capirlo, o per lo meno sospettarlo.

Credo di essere furbo io, e invece sono un perfetto imbecille!

Ma dove sta scritto che è uno solo il mio aguzzino?

Potrebbero essere dieci, cento, mille! Che si danno il cambio, o che mi spiano tutti assieme. Che si aggirano strisciando nell’ombra, come serpenti. Duemila occhi fissi su di me. Duemila pupille verticali. Quattromila artigli pronti ad afferrarmi, pronti a dilaniarmi.

Se mi attaccano adesso sono perduto. La paura mi ha paralizzato. Il terrore mi stritola lo stomaco mi toglie il respiro.

Come posso difendermi contro una miriade di mostri sanguinari?

Dietro quell’ombra si nascondono mille spettri ricoperti di squame con le mani ad artiglio, la coda e il muso di cagna.

Lui è l’ombra moltiplicata all’infinito dal gioco degli specchi.

Questo posto, oltre i confini angusti disegnati dalla luce, è un labirinto di specchi. Lo so, l’ho capito durante una delle mie perlustrazioni notturne. Ho fatto passare all’infinito la punta delle dita su quella superficie fredda e liscia, e alla fine ho capito. Si trattava di specchi. Allora ho guardato meglio e ho visto riflessa e moltiplicata all’infinito la luce dei miei occhi. Mille occhi intorno a me mi guardavano spalancati, stupiti. Assecondavano ogni mio impercettibile movimento. Per una ragione incomprensibile fui assalito dal terrore. Non so perché, ma quella infinità di specchi, l’idea di quella infinità di specchi, mi faceva paura ... I mille occhi intorno a me corrisposero al mio terrore.

Così lui non è solo.

Lui che abita il labirinto della notte.

La notte ha una superficie liscia, lucida, cangiante e frastagliata.

La notte è un gioco di specchi nascosti. Basta un raggio di luna tra le nuvole a far balenare la moltiplicazione smisurata e sottintesa.

Devo stare in guardia.

Devo pensare ad una strategia di difesa.

Devo guardarmi intorno e trovare delle armi per difendermi.

Saprò scoprire tra l’infinità delle immagini (dei replicanti) il mio vero nemico?

Lui conta su questo gioco di specchi per confondermi, per sorprendermi.

Devo pensare ad una contromossa.

 

 

 

30

 

Come in un labirinto mi aggiro seguendo tracce che altri prima di me hanno lasciato.

Non so che fine abbiano fatto quelli che mi hanno preceduto. Di loro non so praticamente nulla. Quel poco che so lo deduco dalle poche tracce che hanno lasciato al loro passaggio, nei loro tentativi. Non so che fine abbiano fatto, se seguendo la loro strada, se cercando una via d’uscita abbiano trovato la libertà, oppure la follia.

Per la verità non mi sono mai preoccupato molto di loro, della loro sorte. Solo quello che avevano fatto, quello che avevano tentato mi interessa. Le tracce che hanno lasciato, appunto. Non so perché. Per me è come se in fondo non fossero mai esistiti veramente. Come se fossero stati solo fantasmi. Ma anch’io, in un certo senso, (lo so) sono solo un fantasma.

Forse non mi sono mai davvero interessato a loro, alla loro sorte, alla loro vita, perché ho sempre saputo, o temuto, che al termine del loro cammino avessero incontrato la morte.

Forse per questo le tracce che hanno lasciato sono per me contributi anonimi. Non sono loro che non hanno iscritto il loro nome lungo questo mio cammino: sono io che non ho voluto leggerlo. Ma perché? Che significa?

 

 

 

31

 

Sì, lo so, quest’ombra che mi circonda è la morte che mi attende.

La luce, il cerchio di luce che mi circonda è la vita che mi trattiene.

Sì, lo so, brancolo tra la vita e la morte, tra il sogno e la veglia.

Esisto, eppure non sono nessuno.

E’ questo il male che mi divora.

Vivo e non vivo.

Mi sento sprofondare nel caos.

Sento il mio corpo vivo che respira e si decompone, i liquidi organici che mi attraversano come una spugna marcia e vanno verso il basso.

Sento il suono della mia voce, delle mie parole, eppure non parlo a nessuno.

Non c’è nessuno che mi sente? Nessuno risponde.

Non c’è nessun altro qui, oltre a me e alla mia ombra. Oltre a me che sono un’ombra. Anzi, anch’io non ci sono, anch’io sono solo un fantasma.

Come posso credere di esistere se qui dentro non c’è nessuno?

Non c’è nessuno qui dentro? Nessuno risponde.

Tutto questo sembra solo un brutto sogno, eppure è tutto quello che ho. La mia voce, questa poca luce, e l’ombra, l’ombra che mi circonda.

Come posso credere di esistere? Non c’è nessuno qui dentro.

Se lui davvero ci fosse allora anch’io potrei credere di esistere. Ci sarebbe un riscontro.

Ma anche lui, evidentemente, è una mia invenzione. Mi serviva. Mi serviva e me lo sono inventato. Mi serviva per provare a me stesso di esistere. Avevo un bisogno disperato di qualcun altro per confrontarmi, per sentirmi vivo.

Ma lui è una voce che non risponde.

Lui non esiste, è una mia invenzione.

Dunque neppure io esisto.

E tutto questo, queste parole, sono solo il rumore del vento.

 

 

 

32

 

Ecco, adesso il mio cuore è sgombro dalla vanità dei desideri ... il mio cuore ... sgombro dalla paura della morte ... sgombro dalla rabbia ... libero ...

Ecco, adesso sono capace ... Sicuro ... sono capace ... di ridere dei sogni, già ... Non è facile, eh? Anche dei sogni cattivi ... ridere dei prodigi ... ridere delle streghe ... dei fantasmi della notte ... dei fantasmi che popolano questa notte ... ridere ... soprattutto, dico ... ridere ... di lui, insomma ... nell’ombra ... ridere di lui ... nell’ombra ... di lui ... ridere nell’ombra ... deridere l’ombra ... l’ombra di lui che ride ... ride nell’ombra ... come l’ombra di un sogno ... attraverso questo mio tempo, come l’ombra di un sogno ...

Attraverso questo mio tempo come uno straniero, come un esiliato ... Attraverso posti che non riconosco, vedo volti ... riflessi sulle pareti ... che non mi appartengono ... Sento parole, brandelli di frasi riecheggiare nel vuoto ... un linguaggio sconosciuto ... so di non appartenere a niente e a nessuno, neppure a me stesso, eppure, mentre vado alla deriva, riesco ad immaginare che ci siano universi paralleli, e infiniti giochi di specchi, e che in tutto questo la sua presenza abbia un senso, un senso riposto e cifrato ... Come se il mio girare in tondo da cane randagio e il suo spiarmi nell’ombra non fossero altro che lo stesso sogno rovesciato ...

 

 

 

33

 

Ho smesso di credere ... Ho smesso di credere a tutto ... E’ terribile! Ho smesso di credere a quello che vedo e persino a quello che dico, che penso ... Non so come possa essere accaduto ... E’ una cosa spaventosa! E’ come essere in balia di una tempesta senza neppure un relitto di barca a cui potersi aggrappare!

Immagino che ci sia stato un tempo in cui credevo che tutto ciò che mi circondava fosse vero, esistesse. Probabilmente avevo delle idee chiare e durature, idee sul mondo, sulla vita, su di me, idee forti, resistenti, che non si rovesciavano al primo soffio di vento ...

Almeno così credo ... Non ricordo bene ... è passato tanto tempo da allora.

Non che le mie idee fossero rigide. Niente affatto! Si trasformavano, si evolvevano sì, ma lentamente. Si arricchivano, si intrecciavano, si moltiplicavano ... Di tanto in tanto si verificava qualche piccolo cataclisma. Irrompeva nella mia testa una qualche idea nuova che spiazzava tutto il resto e mi costringeva a rivedere ogni connessione, ogni struttura. Tuttavia questo genere di avvenimenti si verificava molto di rado. Per la precisione credo si fosse verificato solo un paio di volte ...

Un paio di volte, un dubbio si insinuò nella mia mente e riuscì a sovvertire l’ordine dei miei pensieri.

La prima volta fu il dubbio che lui non esistesse . Fui assalito dal panico ... tutto d’un tratto mi ritrovai senza la terra sotto i piedi, sprofondato in un baratro oscuro e infinito in cui precipitavo alla velocità della luce ... Fu un’esperienza davvero sconvolgente! E ci volle parecchio tempo prima che riuscissi a riacquistare il controllo e trovassi un qualche appiglio cui aggrapparmi per frenare la caduta.

La seconda volta fu il sospetto che lui potesse essere una donna. Questo mi mise addosso una grande inspiegabile agitazione. Le mani e le gambe presero a tremarmi in modo incontrollabile. Tutta la mia vita venne scossa, scrollata dalle fondamenta. Perché mi teneva prigioniero? Che cosa voleva fare di me? Poi scoprii che in realtà la cosa era molto meno drammatica di quanto mi fosse apparso in un primo tempo. Bastava declinare al femminile tutti i miei pensieri che lo riguardavano e il gioco era fatto!

Era facile! Così presi l’abitudine di formulare i miei pensieri sempre due volte. Una volta al maschile e un’altra al femminile. E il problema fu superato.

Tuttavia una certa inquietudine mi rimase addosso.

Spesso, da allora, le mani mi si mettono a tremare senza nessuna ragione apparente.

Comunque, dopo questo secondo piccolo cataclisma, ricominciai a pensare, come se nulla fosse accaduto e persino a credere talvolta in quello che pensavo.

Poi, ad un certo punto, cominciai a dubitare sempre più spesso, prima solo delle cose più importanti, e poi persino di quelle più insignificanti ... o viceversa? Non saprei. Non sono sicuro ...

Fatto sta che progressivamente scivolai in un baratro da cui più mi sforzavo di risalire più sprofondavo ... o viceversa? più sprofondavo e più mi sforzavo di risalire ...

Fatto sta che sprofondavo nell’abisso oscuro dell’incertezza, cominciando a dubitare di tutto ... di me, della mia esistenza, di lui ... di tutto ! Nessuna sicurezza albergava più nel mio cuore ... o forse no, forse qualche certezza, nonostante tutto, resisteva ... Non so, non ne sono sicuro ...

So solo che in questo modo è difficile, davvero molto difficile, riuscire a vivere, esistere, pensare; riuscire ad articolare pensieri, parole, opere, missioni ... o forse no, forse così è più facile ... Non so, non ne sono sicuro ...