Ultime mostre personali

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

14 aprile - 1 maggio 2018, "Parafrasi veneziane"

Alla Galleria Cantiere Barche 14, Vicenza, Stradella Barche 14

14 gennaio-28 febbraio 2018, "Giorni di freddo", a cura di Paola Caramel

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

5-14 settembre 2017, "Skylines et Silhouettes", nell'ambito della rassegna "AUT-OUT OF-F BIENNALE"

A Castel dell'Ovo, Napoli, nell'ambito del Progetto DRAMATIS PERSONAE.

Dal 16 gennaio al 14 febbraio 2016.

Virgilio Patarini - DRAMATIS PERSONAE 2016. Org.  Zamenhof Art, in collaborazione col Comune di Napoli - Assessorato alla Cultura, e col patrocinio dell'Unesco di Napoli.

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A Palazzo della Racchetta, Ferrara, via Vaspergolo 4,6,6a, Ferrara Art Festival -Extra Time

Dal 21 AL 30 agosto  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

personale antologica

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Presso il Complesso Museale Ricci Oddi. Piacenza, via S.Siro, 13

Dal 16 AL 22 maggio  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

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Alla Galleria Spazio Libero 8, Milano, Alzaia Naviglio Pavese, 8

Dal 18 AL 24 APRILE 2015:

Virgilio Patarini - Giovanni Drogo, NAVIGLI CORSARI E ALTRE STORIE

Alla Galleria del Rivellino, Ferrara, via Baruffaldi, 6

Dal 19 luglio al 3 agosto 2014:

Virgilio Patarini - Luigi Profeta, MEMORIE CONDIVISE

Alla Galleria 20, Torino,

Corso Casale, 85

Dal 10 al 23 maggio 2014:

Virgilio Patarini, ZIBALDONE 2014

Mostra personale di pittura

SPAZIO E, Milano

Stratificazioni

mostra bi-personale di Raffaele De Francesco e Virgilio Patarini

Dal 15 al 28 febbraio 2014

ROCCA VISCONTEA, Lacchiarella (MI), dal 30 nov. al 12 dicembre 2013:

LA RUGGINE E LA LUCE, mostra personale di Virgilio Patarini

La trama e l’ordito

Romanzo breve

 

 

1. - Il vecchio tessitore

2. - Il garzone di bottega

3. - Nessun segreto

4. - Lanterna magica

5. - Parole strane

6 - Strane parole

7. - Dritto e rovescio

8. - Come un frullo d’ali

9. - Memoria visiva

10.- Chi la fa l’aspetti

11.- Dormiveglia

12.- Il grande sogno I - la morte della ragazza

13.- Parziale risveglio

14.- Il grande sogno II - il viaggio terreno del ragazzo

15.- Il grande sogno III - il viaggio infernale del ragazzo

16.- Il grande sogno IV - il ritorno della ragazza

17.- Risveglio

18.- Sempre la stessa storia

19.- Provando e riprovando

20.- Un piccolo contrattempo

21.- Luci e ombre

22.- Tappeti che parlano e una stella danzante

 

 

 

 

 

IL VECCHIO TESSITORE

 

                «Ragazzo, spalanca le porte», disse il vecchio cieco sottovoce.

                Il ragazzo non si mosse. Seduto in un cantuccio dell’oscuro sgabuzzino se ne stava con gli occhi fissi, come assorto.

Il lume boccheggiava, la fiamma sembrava sul punto di spegnersi. Il minuscolo laboratorio era pieno di fumo, i muri erano neri, mentre un terribile puzzo d’olio impregnava ogni cosa.

                Il vecchio stava tessendo sul telaio la trama e l’ordito di un magnifico tappeto. Era arrivato a buon punto. Aveva lavorato per tutta la notte, mentre il ragazzo se n’era stato per tutto il tempo con gli occhi spalancati ad osservarlo. Ora il vecchio aveva bisogno dell’aria fresca del mattino per schiarirsi le idee, tirare gli ultimi fili e concludere l’opera.

                «Ragazzo, le porte», ripeté il vecchio con voce penetrante.

                Il ragazzo si alzò, e camminando come un sonnambulo aprì la prima porta, poi quella esterna che dal magazzino dava sulla strada deserta. Solo a questo punto, quando l’aria del mattino gli pervase le narici e i polmoni, il ragazzo si svegliò. Nella sua memoria ancora offuscata dalle ombre del sonno emerse un ricordo dai contorni indefiniti: una grande superficie di fili intrecciati, misteriose figure variopinte, un paesaggio abbozzato, oscuro, inquietante ...

                Tornò indietro di corsa e si fermò davanti al telaio, rimase di sasso. La lampada si era spenta, dalla porta entrava la luce dell’aurora, la quale illuminava il tappeto: il lavoro era finito.

Una complicata teoria di figure mostruose popolava un paesaggio infernale: donne con capelli di serpi, altre col corpo di uccelli, cani con tre teste ... Una luce rossastra rischiarava la scena.

Un capolavoro! Il vecchio era davvero un maestro. Almeno questo fu quello che pensò in quell’istante il ragazzo. E aveva ragione. Tuttavia non poteva sapere, il ragazzo, che non era sempre stato così.

                C’era stato un tempo in cui il vecchio aveva tentato invano di dipanare il filo bizzoso di un’arte tanto difficile. Era accaduto tanto tempo prima, in una terra lontana. Era giovane allora e ci vedeva ancora. Gli occhi erano strumenti indispensabili, non solo per filare, ma anche per studiare gli intricati disegni dei maestri tessitori del suo tempo e quelli dei tempi precedenti: i meravigliosi arazzi che ricoprivano le pareti dei Palazzi sulla collina, lungo le gallerie, i corridoi, le sale, i porticati. Nei suoi primi innumerevoli e vani tentativi, furono proprio gli occhi a guidarlo.

Quanto si accaniva quel giovane che rapidamente invecchiava sotto la sferza delle delusioni! E quanto sforzava la sua povera vista che giorno dopo giorno peggiorava. Provava e riprovava, cercava di seguire il disegno, ci perdeva la vista, ma nulla! Il filo si impigliava, si ingarbugliava... Le dita allora gli tremavano dalla rabbia, si spazientiva, si confondeva, perdeva il filo, si smarriva ... e alla fine della giornata, dopo una serie interminabile di tentativi, si rintanava in un angolo del magazzino, distrutto dalla fatica e dalle frustrazioni.

                «Non ho la stoffa», ripeteva sottovoce, «Non ho proprio la stoffa».

                Si rannicchiava su di un mucchio di vecchi tappeti che gli facevano da giaciglio, e si addormentava con gli occhi pieni di lacrime amare.

                Fu garzone di bottega presso molti dei maestri tessitori del suo tempo, ma nessuno gli fu mai davvero d’aiuto. Anzi quasi tutti lo trattarono male, affidandogli i lavori più umili e faticosi senza insegnargli nulla. E se, durante la sua permanenza a bottega, per caso scoprivano i suoi tentativi segreti al telaio, lo schernivano aspramente. Ma lui era testardo, non si arrendeva, e passava le notti in bianco, piegato su quegli inestricabili intrecci di fili, fino a quando crollava distrutto dalla stanchezza e dalla delusione.

Forse furono proprio quelle lacrime amare versate ogni notte a rovinargli gli occhi. Oppure lo sforzo fatto per cercare di tessere alla fioca luce della luna. Fatto sta che l’ultimo maestro tessitore presso il quale lavorò un giorno si accorse che quel suo garzone di bottega non ci vedeva oramai quasi più.

                «A che diavolo mi serve un ragazzo di bottega orbo come una talpa?!», gli gridò il maestro mentre lo buttava in strada a calci nel didietro.

«Che diavolo me ne faccio di un ragazzo di bottega orbo, e che per di più non è più un ragazzo già da un bel pezzo?!», così gli gridò l’ultimo maestro tessitore mentre gli sbatteva la porta in faccia e rideva, rideva di gusto ...

                Così, improvvisamente, il ragazzo divenne vecchio e cieco.

                A lungo brancolò sull’orlo dell’abisso che divora ogni illusione, anche la più tenace. Visse di elemosina e di espedienti, dormendo per la strada o nei cortili, come un cane randagio. Camminò a lungo, seguendo le carovane dei mercanti che andavano verso est.

Poi incontrò una povera vecchia dagli occhi tristi, leggermente zoppicante e delusa anche lei dalla vita. Lui le passò le mani tremanti sugli occhi e riconobbe in lei l’anima gemella. A lei la sua storia fece un’immensa pena e subito gli volle bene. Anche lei proveniva dalla sua terra lontana.

Andarono ad abitare in periferia, in una baracca di travi marce tenute insieme con pezzi di corda. Fu quello il relitto sul quale si aggrapparono i due vecchi per resistere al vortice della disillusione che li risucchiava verso il Nulla. In un angolo della baracca lui aveva riposto un vecchio telaio arrugginito. Mentre in fondo ad un cassetto c’erano un paio di scarpette a punta tutte sgualcite e consumate. Le scarpette, ovviamente, appartenevano a lei, alla vecchia, ed erano tutto ciò che restava di un passato remoto pieno di speranza e di passi di danza sull’orlo di una sfolgorante carriera appena intravista e subito ... Ma questa sarebbe tutta un’altra storia.

                Il vecchio cieco aveva oramai dimenticato e riposto in un angolo del suo cuore le sue antiche speranze di giovane aspirante tessitore, finché un giorno, per caso, gli capitò di andare a sbattere contro un arazzo, capolavoro di un antico maestro tessitore, uno di quelli che a lungo aveva contemplato da ragazzo, nella sua terra lontana, in uno dei Palazzi sulla collina. Chissà come era arrivato fino a lì!

                Stava mendicando lungo un porticato del Palazzo Grande, quando un mocciosetto dispettoso aveva cercato di fargli lo sgambetto. Il vecchio allora aveva tentato di colpirlo con il suo bastone bianco, sferrando alcuni fendenti alla cieca, girando su se stesso, come una trottola impazzita, finché aveva perso l’orientamento andando a sbattere contro l’arazzo. La mano aveva toccato un punto preciso dell’intreccio e subito lo aveva riconosciuto.

                «E tu che ci fai qui? Vecchio amico mio! Mi hai seguito fin qui… Ne hai fatta di strada! », disse il vecchio ridacchiando tra sé e parlando a quell’antico imponente intreccio di fili appeso al muro come ad un vecchio amico... «Eh, sì, sei proprio tu…», ribadì dopo aver passato una seconda volta la mano sulla trama, «Chissà come ci sei arrivato fin qui…»

                E si rese conto così, in quell’istante, che le sue mani sapevano a memoria e potevano riconoscere quello che gli occhi avevano visto tanti anni prima. Un’idea folle gli attraverso il cervello.

                Tornò a casa in fretta, andò al vecchio telaio, gli diede una rapida e sommaria spolverata, afferrò una matassa di vari fili colorati, chiamò la moglie a gran voce, ma la moglie non c’era, era fuori per qualche commissione… Allora il vecchio uscì in strada, bussò alla porta di un vicino e gli chiese di confermargli i colori dei fili che teneva tra le mani…

                «è color porpora questo? Non è vero? Eh, sì, la porpora è più porosa, più ruvida degli altri colori… E questo? Ocra, non è vero? Lo immaginavo… L’ocra è una terra, al tatto il filo color ocra sembra ricoperto da un sottilissimo strato di polvere… Ma questo che colore è? Non lo conosco, non lo riconosco… Rosso rubino dici? Strano, ai miei tempi si usava un rosso vermiglio… la tintura dev’essere stata fatta con qualche componente nuovo, che ai miei tempi non si usava… per questo non l’avevo riconosciuto…»

                Il vecchio cieco, dopo aver avuto tutte le conferme di cui aveva bisogno, senza lasciare al suo vicino di baracca neppure il tempo di rifiatare e chiedergli perché diavolo gli domandasse i colori di una matassa di stupidissimi fili, e soprattutto come accidenti facesse a riconoscere i colori usando la punta delle dita al posto degli occhi, il vecchio, dicevo, si lanciò all’interno della sua modesta dimora, chiudendosi la porta alle spalle e gettandosi a capofitto in quell’assurdo, estremo, patetico tentativo… E, sebbene fosse del tutto inspiegabile, le mani cominciarono a scorrere liberamente, facilmente, dalla matassa del filato al telaio, e i fili si intrecciavano rapidamente e con precisione. In breve tempo il vecchio cieco riprodusse fedelmente quell’arazzo contro cui aveva urtato, avendo cominciato a tessere proprio a partire da quel punto preciso che la mano aveva incontrato e riconosciuto.

                Terminato il lavoro era stanco ma felice. Con la sensibilità delle sue dita rilesse l’intero disegno. Perfetto! Tutto era al posto giusto, ogni punto, ogni nodo. Tutto era esattamente come se lo ricordava, tutto corrispondeva. Rivide con l’aiuto dei suoi polpastrelli il meraviglioso disegno che aveva amato da ragazzo: adesso era lì, sotto le sue mani, e l’aveva fatto lui, proprio lui, un povero cieco! Era un miracolo! Una lacrima dolce di gioia solcò la sua guancia, poi, esausto si addormentò.

                Si risvegliò quando sentì la voce di sua moglie che diceva: «Bello: dove l’hai preso?».

«Non lo riconosci? No?. Non temere, non l’ho rubato. L’ho solo fatto, anzi: rifatto, e proprio con queste mie mani».

«Perché dovrei temere?»

«Davvero non lo riconosci?» disse il vecchio ripassando le mani sull’arazzo.

«No».

«Ti ricordi quell’arazzo, quello che un tempo era sotto il porticato del Palazzo delle Muse, sulla collina della nostra città natale, e che ora si trova qui nell’ala occidentale del Palazzo Imperiale?».

«Quello sotto la grande finestra?».

«Esatto».

«Quello in cui si vede, in primo piano, la figura di un uomo che suona la cetra, e sullo sfondo, circondata da orribili creature, l’ombra di una donna che si avvicina?».

«Esatto, esatto».

«E allora? Che c’entra?»

«È quello. È esattamente quello».

«Niente affatto. Questo non gli assomiglia nemmeno lontanamente».

«È così brutto?»

«Non è affatto brutto. Anzi, direi proprio che è bello! Però è diverso. Davvero l’hai fatto tu?».

Il vecchio non rispose. Stava già arrotolando il suo capolavoro, infilandoselo sotto il braccio, e uscendo di casa in fretta e furia, quando la moglie gli disse di nuovo: «Ma insomma, che cosa sono tutte queste storie?». Ma il vecchio ormai era uscito e probabilmente neppure la sentì.

Poco dopo era davanti a quel famoso arazzo, quello sotto la grande finestra nell’ala occidentale del Palazzo, quello che raffigurava un uomo che suona la cetra, l’ombra di una donna in controluce, e tutto il resto. La mano passava e ripassava su quell’antico capolavoro, confrontandolo col suo recentissimo prodotto ...

Eh sì. Sua moglie aveva proprio ragione. In effetti era diverso, sostanzialmente diverso: l’uomo in primo piano era più curvo sul suo strumento, il suo sguardo era più cupo; i mostri che sbucavano dalle tenebre avevano sguardi più feroci e le fauci spalancate, inoltre erano più numerosi e di forme differenti; l’ombra di donna che appariva in lontananza era più piccola, più sottile ... Insomma era tutto diverso!

La memoria lo aveva ingannato! Provò il bruciante sentimento della delusione. Ancora una volta aveva fallito. Ancora una volta non era riuscito a realizzare quello che avrebbe voluto. Solo che questa volta non erano stati gli occhi a tradirlo, ma le mani.

«Sei proprio un incapace», si ripeteva sotto voce, mentre di nuovo piangeva lacrime amare come ormai non faceva più da tanti anni, tanto che credeva che la sorgente di quelle lacrime, nascosta nella profondità del suo cuore, si fosse ormai da tempo prosciugata. Ma la fonte oscura del pianto della disillusione non si prosciuga mai, è come una ferita aperta, una ferita che non si rimargina e che in qualsiasi momento può tornare a sanguinare. Egli pensava a tutto questo così, confusamente, mentre le lacrime continuavano a sgorgare dalla vuota cavità dei suoi occhi.

Mentre lui se ne stava lì, in piedi, così, piangendo e confrontando quei due lavori, alle sue spalle si formò un capannello di sfaccendati che si mise ad osservare il vecchio. Egli poteva udire quello che si dicevano, ma in un primo tempo non fu sicuro di intendere bene, poiché gli sembrava che stessero lodando il suo lavoro! No, non era possibile. Quegli sfaccendati non lodavano il meraviglioso arazzo antico. Niente affatto! Quegli incompetenti lodavano invece proprio il suo tappeto!

«Questi sono dei poveracci» pensò, «gente ignorante, incompetente».

Ma poco dopo passarono di lì due illustri personaggi, due notabili della città. Egli sentì distintamente il timbro posato delle loro voci da persone stimate. E anch’essi presero a tessere le lodi del suo lavoro.

Uno dei due propose al vecchio addirittura di acquistare il suo tappeto per una cifra davvero notevole. E il vecchio dovette rassegnarsi all’idea: quella era una consacrazione. E così egli, inaspettatamente, in quel preciso istante, divenne un Maestro.

A quel primo capolavoro ne seguì una lunga serie; e il vecchio riuscì a riscattare pienamente tanti anni di frustrazioni. Un solo rimpianto a lungo lo amareggiò in quei giorni di gloria insperata: di non poter vedere quei suoi capolavori.

Ma ben sapeva il vecchio che, se avesse avuto ancora gli occhi, come quando era giovane, egli non avrebbe affatto potuto compiere né quel primo miracolo, né tutti gli altri che seguirono.

 

 

IL GARZONE DI BOTTEGA

 

                Il ragazzo era stato tra quelli che avevano visto per primi quel primo capolavoro di tessitura uscito dalle mani del Vecchio Maestro Cieco. Lo aveva visto là, al Palazzo, sotto la grande finestra dell’Ala Occidentale, vicino all’antico enorme arazzo variopinto che campeggia in quella sala. Era rimasto subito colpito, più che dall’opera del Maestro, dal modo in cui questi passava ripetutamente la mano dal capolavoro appeso alla parete al proprio lavoro e viceversa. Sembrava che quei polpastrelli potessero frugare tra i fili dell’intreccio inestricabile, sfiorare l’invisibile mistero, riconoscere la cifra di tanta bellezza ... C’era in quel gesto qualcosa di prodigioso e di affascinante.

«Guarda con le mani» pensò il ragazzo, ma poi capì che non era solo questo.

Quelle mani potevano afferrare quello che nessun occhio umano poteva scorgere. Inavvertitamente il ragazzo si guardò le mani, poi chiuse gli occhi e passò la punta delle dita sulla stoffa della sua blusa. Cercò di immaginarsi quello che doveva sentire il vecchio. Quando riaprì gli occhi il vecchio era scomparso.

                «Ehi!», chiese il ragazzo al nobile Signore che si gingillava con quel magnifico arazzo appena acquistato, «Avete visto dove andava il Maestro?».

                «Maestro? Quale Maestro?».

                «Quello che vi ha appena venduto questo arazzo».

                «Ah, parli di quel vecchio mendicante cieco! Non lo so dove sia andato. Ma che ti importa?».

                «Vorrei che mi insegnasse il suo segreto».

                «Dico, ma non crederai davvero che questo l’abbia fatto lui? Eh, ragazzo mio, come sei ingenuo! Quel mendicante l’avrà rubato da qualche parte. Avrai visto, no? Non ha tirato sul prezzo. Insomma ha subito accettato la mia offerta! Per chi si intende d’affari questo è un segno inequivocabile che ...».

                Il nobiluomo si volse verso il ragazzo per spiegargli i segreti della vita, ma vide le sue snelle gambe sparire dietro un angolo in fondo al corridoio. Istintivamente portò la mano alla tasca interna del mantello che indossava per controllare se ci fosse ancora il suo portamonete.

«Strano», pensò l’illustre messere trovandolo al suo posto, «Avrei giurato che anche quel ragazzo fosse un ladro».

                Il ragazzo quel giorno cercò il vecchio per tutto il Palazzo, in ogni angolo, cortile, porticato, ma senza alcun risultato.

Molto tempo dopo gli venne all’orecchio che c’era un vecchio maestro tessitore che cercava un aiutante per badare alla bottega perché gli affari gli andavano tanto bene che voleva ingrandirsi.

                «E lo credo bene», aggiunse il tale che raccontava questa storia, «I suoi lavori sono tra i più ricercati della città, e lui non è che un povero cieco, sua moglie è vecchia ... Come può far fronte a tutto il lavoro?».

                «Perdonatemi se mi intrometto» lo interruppe il ragazzo, «Ma senza volerlo ho ascoltato i vostri racconti ... Ho sentito che parlavate di un vecchio tessitore cieco che cerca un aiutante ...»

«Un vecchio tessitore cieco? No, no, ragazzo, hai capito male».

«Ma veramente ...».

                «Ti assicuro ragazzo, sì certo, parlavo di un vecchio tessitore che cercava un aiutante, ma si dà il caso che l’abbia già trovato», tagliò corto l’uomo.

«E poi perché ti interessa? Dì la verità, volevi introdurti a casa sua e approfittando della sua disgrazia rubargli tutti i suoi averi, non è così? È tipico dei ladruncoli ascoltare i discorsi della brava gente per carpirne i segreti e ...».

                Naturalmente il ragazzo visto l’aria che tirava scappò via di corsa, prima che quella gente attirasse l’attenzione di uno sbirro.

Nonostante quella piccola disavventura, il ragazzo non si scoraggiò. E qualche giorno dopo al mercato riuscì ad ottenere da un mercante di stoffe le informazioni che cercava. Il giorno stesso si recò dal Vecchio Maestro Cieco e fu assunto come garzone di bottega. Ebbe inizio così il suo apprendistato.

                Il lavoro era faticoso e mal pagato, ma il ragazzo non si lamentava. Benché non avesse nessun compito di responsabilità, era contento ugualmente. Poteva maneggiare quotidianamente gli arazzi più belli che circolavano nella città e questo lo ricompensava di tutta la fatica.

Andava su e giù per tutto il giorno, consegnava, ritirava le stoffe, il filato dai fornitori. Quando aveva un po’ di tempo riordinava la bottega, che era angusta e piena di oggetti. Spesso spiava nello sgabuzzino dove il Vecchio lavorava, ma non vedeva nulla. Il Vecchio infatti era cieco, per cui non aveva bisogno di luce e lavorava al buio.

Così il ragazzo imparò ad ascoltare. Imparò a distinguere il rumore di un nodo ben stretto, un certo passaggio della mano sul telaio, il sibilo leggero che fa il filo dell’ordito e quello più sordo e cupo che fa la trama. Si immaginava il lavoro del Maestro tessitore, si sforzava di seguire ogni operazione delle sue mani. Insomma si sforzava di vedere quello che ascoltava. Alla fine confrontava l’opera compiuta che usciva dallo sgabuzzino (ed era proprio lui a doverla portare al mercato), con quella che aveva immaginato. La sua tecnica d’ascolto, con il passare del tempo si affinò di molto, fino a riuscire a prevedere il risultato e a dare quasi per certo ogni gesto della mano del Maestro.

                «Si avvicina il giorno in cui saprò farlo anch’io», ripeteva ogni giorno il ragazzo a se stesso per farsi coraggio; e continuava a lavorare con pazienza e, di quando in quando, ad ascoltare di nascosto il lavoro del Vecchio.

 

 

 

NESSUN SEGRETO

 

                I mesi erano sfrecciati veloci uno dietro l’altro, come stormi di rondini in fila nel cielo d’aprile. Il vecchio era sempre più vecchio, il suo passo più incerto. Il ragazzo di bottega si era fatto uomo. Continuava a lavorare dal vecchio come garzone e non si lamentava. Col tempo si era conquistato la fiducia e l’affetto del Vecchio Maestro e di sua moglie.

Un giorno la vecchia aveva sorpreso il ragazzo fermo fuori dallo stanzino dove lavorava il marito. Se ne stava dritto lì fuori, perfettamente immobile, come una statua di sale, tutto teso all’ascolto, con gli occhi chiusi. Alla vecchia quell’atteggiamento apparve assai bizzarro.

«Sembra uno che ascolti con cento orecchie», pensò, ma non diede alla cosa molta importanza.

Quando il giorno seguente, alla stessa ora, sorprese di nuovo il ragazzo nella medesima posizione, allora si incuriosì. Nascosta dietro un vecchio telaio ricoperto di cenci rimase per qualche tempo ad osservarlo. Anche ora aveva gli occhi chiusi, tutto teso com’era all’ascolto, sembrava completamente immobile ... Tuttavia osservando meglio si potevano notare impercettibili movimenti delle mani lenti e precisi, che disegnavano nell’aria invisibili figure misteriose. La vecchia riconobbe subito i gesti a cui quei piccoli movimenti alludevano e ne capì il significato. Non fece domande, non parlò mai di quello che aveva visto né al vecchio, né tanto meno al ragazzo. Anzi, parve addirittura dimenticarsene. Finché un giorno accadde che il vecchio rimproverò bruscamente il ragazzo.

                Non era abitudine del Maestro maltrattare il garzone, ma negli ultimi tempi il vecchio era diventato nervoso, irrequieto, perfino scostante. Il fatto era che da qualche tempo le mani avevano cominciato a tremargli. All’inizio era stato solo un lievissimo tremore alle dita della mano sinistra, improvviso come il rapido frullo dell’ala d’un colibrì che subito cessava.

«Devo aver lavorato troppo» pensò, «le mani mi tremano dalla stanchezza».

Per quella sera smise di lavorare al telaio e se ne andò a dormire. Ma dopo qualche giorno il disturbo si ripresentò, questa volta ad entrambe le mani e per un tempo più lungo. Il vecchio si fermò perplesso. Attese che le mani smettessero di tremare. Poi capì quello che era accaduto e subito il suo volto si rannuvolò come un cielo d’autunno.

Forse per questo quel giorno il vecchio aveva rimproverato così bruscamente il ragazzo. Il garzone era sempre molto scrupoloso nel fare il suo lavoro. Inoltre in quell’occasione non aveva nessuna colpa.

                «Non dovresti trattarlo così», disse la vecchia al Maestro, «è un bravo ragazzo, ed ha una venerazione per te».

                «Una venerazione?»

                «Non te ne sei accorto? Perché credi che stia ancora qui con noi dopo tanto tempo, con la misera paga che gli diamo?».

                Il vecchio tacque: non ci aveva mai pensato.

«Qualche tempo fa l’ho sorpreso che ti spiava da dietro la porta»

                «Mi spiava?»

                «Cercava di scoprire il segreto del tuo lavoro»

                «Da dietro la porta?»

                «Ascoltando».

                Il vecchio non domandò più nulla, ma da quel giorno il suo atteggiamento nei confronti del ragazzo cambiò. Quando sentiva i passi del garzone intorno a sé pensava a quello che gli aveva detto sua moglie, e si ricordava di quando anche lui era stato un giovane di bottega, ed aveva lavorato dai più grandi maestri del suo tempo. Anche se per la verità, non aveva imparato molto da loro.

«I vecchi sono gelosi dei loro segreti e hanno paura dei giovani» aveva pensato il vecchio ogni volta che aveva abbandonato insoddisfatto la bottega di un maestro, «Ma quando sarò vecchio io, sarà diverso: il mio segreto non lo porterò con me nella tomba».

Poi col tempo aveva attribuito a se stesso, alla sua incapacità di apprendere, le ragioni dell’insuccesso. Ora invece, molto più semplicemente, pensava che non ci fosse nessun segreto da nascondere. Ma questa è un’altra storia.

                In ogni caso da quel giorno il vecchio permise al ragazzo di entrare nel suo laboratorio per guardarlo lavorare… la sera, quando aveva sbrigato le faccende da garzone di bottega e poteva dedicarsi all’apprendistato.

                Ma prima di concedergli il privilegio di entrare nella stanza buia si era svolto tra il Maestro e l’aspirante allievo uno strano colloquio. Il vecchio lo aveva chiamato in disparte, gli aveva poggiato una mano sulla spalla, mentre con l’altra leggeva i lineamenti del suo volto.

                «Ti sta crescendo la barba, la tua faccia sta cambiando. Ormai sei un uomo. Per questo ti accetto come allievo: perché puoi capire»

«Capire che cosa, Maestro?»

                «Che non c’è niente da capire»

                «Non capisco ...»

                «Non c’è nessun segreto. Io non posso insegnarti nulla»

                «E allora perché mi accetta come allievo?»

                «Perché la vita è piena di contraddizioni»

                Il ragazzo non capiva che cosa intendesse dire il Maestro. Comunque era felice. Il vecchio gli fece ripetere più volte, come un giuramento, anzi, come un voto misterioso, che non si sarebbe mai dimenticato quello che gli aveva detto, che non c’era nessun segreto, che non avrebbe mai e poi mai cercato di scoprire un segreto che in realtà non esisteva, eccetera, eccetera ... Il ragazzo giurò e spergiurò, e ripeté quel giuramento fino allo sfinimento. Poi se ne andò a letto felice e contento, nel suo cantuccio in un angolo del magazzino. Ma non dormì. L’indomani sarebbe entrato per la prima volta nello sgabuzzino del vecchio, lo avrebbe visto da vicino lavorare, avrebbe potuto fargli delle domande, trovare delle conferme a tutte le ipotesi che in quegli anni aveva formulato stando là fuori in religioso ascolto. L’indomani ci sarebbe stata la rivelazione, sarebbe entrato con la sua piccola lanterna nella stanzetta buia dove lavorava il vecchio e avrebbe visto il filo di lana passare tra le mani del Maestro e diventare intreccio. Il miracolo si sarebbe compiuto sotto i suoi occhi.

                Il ragazzo se ne stava sdraiato nel suo cantuccio e pensava a tutto questo, mentre la luce azzurra della luna penetrava da un lucernario e illuminava un vecchio telaio coperto da stracci.

Il ragazzo ora ripensava alle parole del vecchio, e si sentiva orgoglioso. Sì, stava diventando un uomo.

 

 

LANTERNA MAGICA

 

                La mano tremante dell’allievo bussò piano piano alla porta. La voce del Maestro, bassa e profonda, rispose:

«Avanti, avanti. La porta è aperta».

Il ragazzo esitò, si guardò intorno, controllò per l’ennesima volta che tutto fosse in ordine, che ogni faccenda di bottega fosse stata sbrigata.

La luce rossastra del tramonto inondava il magazzino dalla porta d’entrata. La vecchia se ne stava fuori, come tutte le sere d’estate, sotto il porticato, a dondolarsi sulla sua sedia e a guardare lontano la linea curva dell’orizzonte. Si sentiva la sua voce chiara cantare dolcemente vecchie canzoni sconosciute. Altre voci di altre donne, più lontane, arrivavano di tanto in tanto portate dal vento. Era come se parlassero tra loro, come se notizie e discorsi si spandessero per la città attraverso quell’intreccio di canti. E forse era proprio così. Poteva trattarsi di un codice segreto, inventato dalle donne di quella città per comunicare tra loro e non farsi intendere dagli uomini.

                Che le donne parlassero tra di loro in un linguaggio sconosciuto e indecifrabile era un pensiero nuovo, un dubbio, un sospetto affiorato nella mente del ragazzo il giorno prima, in seguito a un certo fatto strano che gli era capitato durante una commissione. Chissà perché questo pensiero riaffiorò nella sua mente proprio in quel frangente, mentre, con una mano poggiata sulla porta e impugnando nell’altra una lanterna, stava per entrare nel piccolo laboratorio oscuro del vecchio Maestro tessitore.

La porta si aprì scricchiolando. Il ragazzo protese in avanti la lanterna e scivolò dentro come un’ombra, illuminando per la prima volta con la luce incerta della sua lanterna quell’angusto laboratorio. La porta si richiuse alle sue spalle senza fare rumore.

L’attenzione del ragazzo fu immediatamente calamitata da due figure gigantesche dalle vaghe sembianze umane che sembravano eseguire una stranissima danza sul fondo della stanza, proprio davanti al muro di mattoni, mentre la voce cantilenante del vecchio borbottava qualche cosa di incomprensibile, una sfilza di parole sconosciute, forse un incantesimo, una filastrocca, o una canzone in una lingua misteriosa, la quale tuttavia le due ombre gigantesche sembravano comprendere ed apprezzare, dal momento che proprio sul ritmo di quell’oscura cantilena eseguivano la loro danza oscura.

Forse una danza di corteggiamento. Le due figure infatti sembravano essere un uomo e una donna, e i passetti che eseguivano erano brevi, trattenuti, esitanti, uno indietro, uno avanti, perfettamente sincronizzati tra loro e con l’onda sonora della litania eseguita dal vecchio, che saliva o scendeva di tono ogni volta che inspirava o espirava

                «Perché non ti siedi, ragazzo?», la voce del vecchio interruppe l’incantesimo e attirò l’attenzione del ragazzo.

                «Ho visto una cosa prodigiosa», rispose il ragazzo.

«Non devi fidarti degli occhi, ragazzo, perché sono bugiardi» disse allora il vecchio cieco, e riprese a canticchiare sottovoce.

                Il ragazzo barcollò un istante, come un sonnambulo che venga svegliato nel bel mezzo d’un sogno; si stropicciò gli occhi con la mano libera, mentre con l’altra alzò la lanterna per vedere meglio. Le due figure danzanti erano scomparse. Il vecchio era seduto al telaio. Il lavoro era a metà. Sull’arazzo abbozzate le sagome di un uomo e di una donna.

Mancava lo sfondo.

Il Vecchio Maestro, a differenza di tutti gli altri tessitori lavorava prima alle figure e poi allo sfondo, separatamente.

Era una tecnica segreta inventata da lui stesso. Ma questo il ragazzo l’aveva intuito già da tempo, durante i suoi lunghi e pazienti appostamenti fuori dalla porta. Qualcosa tuttavia in quelle due figure gli pareva al tempo stesso misterioso e familiare ...

                «Che cosa avresti visto di così prodigioso?» domandò il vecchio, continuando a lavorare.

                Il ragazzo non rispose subito. Guardava con perplessità quelle due figure impigliate nel reticolo di fili che erano l’anima di quell’arazzo.

«Come dice, Maestro?».

                «Ti ho chiesto che cosa hai visto»

                «Ho visto un uomo e una donna alti tre metri danzare in fondo alla stanza» rispose il ragazzo, che nel dare questa risposta alzò di nuovo lo sguardo verso il muro di fondo.

Con sua grande meraviglia il muro era cambiato. Quando l’aveva guardato la prima volta, appena entrato, gli era sembrato un muro di mattoni a vista. Ora invece gli appariva come un muro imbiancato di calcina sulla parte bassa del quale venivano proiettate le ombre del vecchio e del suo telaio. Questa novità accentuò la sua perplessità. Abbassò meccanicamente la mano che reggeva la lanterna ...

                «Sei davvero sicuro di quello che hai visto?» chiese di nuovo il vecchio, divertito dalle stramberie fantastiche che raccontava il ragazzo.

                «Sicuro? Certo ... Eccoli!! Eccoli di nuovo, li vedo!».

In effetti la scena che aveva visto appena entrato si presentò di nuovo agli occhi spalancati del povero ragazzo sbalordito. Solo il sottofondo musicale era cambiato: il vecchio ora non cantava più, ma ridacchiava.

Senza l’incantesimo di quella misteriosa litania anche gli occhi ingenui del ragazzo poterono smascherare l’inganno in cui era caduto la prima volta.

Le due sagome nere che si erano levate a danzare altro non erano che le ombre proiettate dalle due figure dell’arazzo, illuminate dal basso dalla luce della sua lanterna. L’effetto di movimento, di danza, era dato dal tremolio della luce della fiamma, mentre quel reticolato sul muro che gli era parso un incastro di mattoni nudi, altro non era che l’ombra dell’intreccio dei fili che reggevano le due figure abbozzate dell’arazzo.

Il ragazzo rimase mortificato da quella scoperta, tuttavia non disse nulla al vecchio. Preferiva essere considerato un pazzo visionario piuttosto che uno sciocco.

Ma il vecchio continuava a ridacchiare, e questo fece sospettare il ragazzo che il Maestro, anche se cieco, avesse capito ogni cosa.

                «Che cos’era quella roba che canticchiava prima, Maestro?», chiese il ragazzo per togliersi dall’imbarazzo.

«Ti piaceva?»

                «Erano parole strane».

 

 

PAROLE STRANE

 

                Il ragazzo balzò in piedi prontamente, non appena la vecchia, come tutte le mattine, gli appoggiò una mano sulla spalla.

Aveva dormito nel brevissimo lasso di tempo che passa tra l’aurora e l’alba, giusto il tempo in cui il rosa che scaccia il blu della notte si stempera nel bianco del mattino. Eppure aveva dormito profondamente. Aveva persino sognato. Ora, mentre ascoltava pazientemente le disposizioni della vecchia per le commissioni della giornata, si sforzava di ricostruire la trama di quel suo sogno a partire dagli oscuri frammenti che lentamente riaffioravano alla chiara superficie della sua coscienza, come relitti, pezzi di legno di una barca naufragata dopo una tempesta.

                «Prima di tutto devi salire in collina, da mio cugino il pastore, e farti dare tanta lana quanto ne riuscirai a portare», disse la vecchia, mentre gli porgeva la ciotola del latte e un tozzo di pane.

«Ho quasi finito la lana cardata da filare, e di lana grezza da cardare non ce n’è più da un pezzo», aggiunse la vecchia che non amava dare ordini al ragazzo senza spiegargliene le ragioni.

                Il ragazzo guardava fisso la ciotola del latte che teneva nelle due mani giunte. C’era un fiume nero e paludoso nel mio sogno, pensò, un fiume in cui non ci si poteva specchiare.

                «Porterai a mio cugino i miei più cordiali saluti e questo tappeto, come pagamento per la lana che ti darà», continuava a spiegare la vecchia. Le acque del Fiume Nero erano immobili, continuò tra sé a ricordare il ragazzo, e io scivolavo su quelle acque a bordo di una barca... anche la barca era nera ... e il barcaiolo era un’ombra di cui si scorgevano soltanto gli occhi fiammeggianti nell’oscurità totale ... è strano... il barcaiolo non aveva in pugno nessun remo, né si sentiva il colpo dello scalmo che affondava nell’acqua. Egli mimava soltanto l’azione del remare, eppure, come in un incantesimo, la barca avanzava ...

«Sulla via del ritorno passa dalla casa dell’oste e digli che l’arazzo che ha ordinato sarà pronto in settimana», aggiunse la vecchia.

                «È già pronto» rispose il ragazzo che continuava a fissare la ciotola.

La vecchia lo guardò meravigliata. Era convinta che il ragazzo stesse pensando ai fatti suoi e non la stesse assolutamente ascoltando.

«Come sarebbe a dire che è già pronto?», domandò incredula.

                Il ragazzo non aggiunse parola, si limitò ad indicare con un cenno della mano dalla parte dello stanzino. La vecchia, ancora perplessa, si avvicinò ciabattando e scuotendo la testa alla porta aperta dello stanzino, scrutando nell’oscurità e borbottando tra sé. «È impossibile che sia pronto ... Impossibile ... Solo ieri sera non era neppure a metà ...». «Oh!» esclamò sbalordito quando nell’oscurità del laboratorio riuscì finalmente a scorgere l’arazzo «Accidenti! È finito per davvero ... Ma allora avete lavorato tutta notte!».

                Il ragazzo annuì, mentre inghiottiva l’ultimo boccone di pane.

                «È per questo che stamattina hai quella espressione da bamboccio imbambolato stampata sulla faccia!» disse la vecchia ridendo, e poi aggiunse: «Siete stati bravi, bravi davvero ... adesso però vai, e dì all’oste che il suo arazzo è pronto e può venire a ritirarlo domani ... davvero bravi ... vuol dire che quando torni ti lascerò il resto della giornata libera, così potrai dormire un po’».

                Il ragazzo aveva mandato giù l’ultimo sorso di latte, si era caricato il tappeto sulle spalle ed era già sulla porta. La vecchia gli fece le ultime raccomandazioni e poi lo lasciò partire. Quindi andò a sedersi al fuso e si mise a filare l’ultima lana rimasta.

Il ragazzo mentre si allontanava sentì la sua voce bassa intonare una filatera, una di quelle vecchie filastrocche che cantano le donne quando filano la lana, per darsi il ritmo e far passare il tempo. Le parole di quella canzone erano per lui un mistero. Un giorno aveva chiesto alla vecchia che cosa significassero.

«Nulla!» aveva risposto la vecchia ridendo, «nulla di nulla: sono soltanto dei suoni!».

Ma quella risposta non lo aveva convinto.

Anche il vecchio cantava mentre lavorava. Il ragazzo conosceva quelle canzoni a memoria. Tante volte le aveva sentite fuori dallo sgabuzzino, mentre ascoltava il lavoro del Maestro in religioso silenzio.

Anche quelle avevano parole strane, ma mai e poi mai avrebbe osato chiederne spiegazione al vecchio. Intanto, mentre pensava a tutto questo, il garzone aveva ormai raggiunto i confini della città. Le casupole diradavano e lasciavano spazio alla campagna. Il selciato cedeva il passo ad un sentiero di terra battuta che si districava tra prati, cespugli, boschetti e campi coltivati. Fu a questo punto che il ragazzo si ricordò di quella voce. C’era una voce di donna nel mio sogno, pensò il ragazzo, una voce di donna lontana che cantava una specie di monotona e lenta litania. Il suono di quella voce mi attirava nell’incantesimo del suo tempo struggente e misterioso.

Persino il lento e ritmico ondeggiare della barca del Vecchio dagli Occhi di Fuoco sembrava al ragazzo in qualche modo oscuro legato al dispiegarsi di quell’onda sonora.

«Curioso, però», pensò ancora il ragazzo, «nel sogno mi sembrava persino di capire, di intuire il significato delle strane parole di quella canzone, mentre adesso, invece ... »

Il garzone si fermò per riposarsi un po’. Posò il tappeto, si sedette su di una pietra sul ciglio del sentiero, e si sforzò di rammentare che cosa dicesse quella canzone.

«Erano parole strane ... raccontavano qualcosa ... Non ricordo cosa ... La melodia era così triste da far venire voglia di piangere ... » No. Il ragazzo non riusciva a ricordare le parole di quella canzone. Dalla palude della memoria riaffiorava soltanto, vagamente, la triste melodia. E così, canticchiando quella melodia, si rimise il tappeto in spalla e riprese il cammino.

Ora il sentiero cominciava a salire, la vegetazione intorno era più fitta, e di tanto in tanto, in lontananza, si sentiva un belato portato dal vento. Il sole era alto.

Ben presto il ragazzo fu costretto a fermarsi di nuovo dalla furia del sole che si abbatteva sul suo capo e non gli lasciava respiro, e dalla fatica per l’ultimo tratto di strada percorso in salita. I relitti del sogno erano ormai sprofondati nell’Abisso della Memoria.

Al loro posto era riaffiorato prepotentemente un altro pensiero, un ricordo.

Si trattava di qualcosa che gli era accaduto il mattino precedente, durante una delle sue solite commissioni. Qualcosa che lo aveva profondamente turbato. Gli avvenimenti che si erano succeduti però, (l’accesso al laboratorio del Maestro, la visione delle due figure danzanti, la notte passata in bianco) avevano sepolto questo accadimento e le emozioni da esso scatenate sotto una valanga di altri pensieri.

Soltanto ora, chissà poi perché, questo pensiero trovava la forza di riemergere e di imporsi sugli altri.

 

 

STRANE PAROLE

 

                Tutto era accaduto soltanto il giorno prima, eppure sembrava essere passato un anno intero.

Si era avventurato nella contrada degli artigiani alla ricerca di un certo mastro falegname per acquistare delle stecche di legno, secondo gli ordini della vecchia. La vecchia gli aveva spiegato per filo e per segno come rintracciare la casa in questione, ma il ragazzo non era pratico della contrada, e così si era perso lo stesso. Oramai vagava a vuoto da un pezzo per le stradine della contrada, spiava nelle botteghe incuriosito dai rumori, dalle voci, dagli oggetti, dalle forme, dai colori, e si era quasi del tutto dimenticato della commissione da sbrigare, quando si imbatté in una casupola tutta di legno rosso di rovere stagionato, con un grande porticato chiaro di legno di noce, sotto il quale erano accatastate grandi quantità di ogni tipo di legname. La casetta corrispondeva perfettamente alla minuziosa descrizione che gli aveva fornito la vecchia.

                Sulla scaletta a tre pioli che saliva al porticato c’erano abbarbicate tre ragazzette tutte scarmigliate. Dietro la casa un ponte diroccato. «Scusate», chiese loro il ragazzo, «è questa la casa del mastro falegname della Contrada del Ponte Vecchio?» «Però», disse la ragazzina di destra a quella seduta al centro, senza badare minimamente a quello che aveva detto il garzone, «sganzurlo il tipo!».

                «Tu trovi?», rispose la ragazzina al centro. «Io direi piuttosto un po’ strimilzico ...».

                «Niente affatto, mia cara silfide!», s’intromise la terza, seduta a sinistra, «sgarzurlo e spavaldico!».

                «Mi scusi, signorina Silfide ...», disse a questo punto il ragazzo, che di tutti quegli strani discorsi aveva afferrato soltanto che la ragazza di centro doveva chiamarsi in quel modo curioso.

Le tre ragazze allora scoppiarono in un fragorosa risata che come un’ondata investì il povero garzone e fece vacillare in lui anche quell’unica risicata certezza.

No, probabilmente la ragazza non si chiamava “Silfide”.

«Mi scusi, signorina», si corresse prontamente il ragazzo, «cercavo il mastro fal...».

                «Ho capito, ho capito», lo interruppe la ragazzina, «non sono mica derotellizzata! Tu cercavi il matusa, no? È dentro».

                «Prego?», disse il ragazzo che adesso non riusciva a capire che diavolo c’entrasse con lui e i suoi affari questo signor “Matusa”, mai sentito nominare. «Dev’esserci un equivoco», aggiunse, e maledì l’istante in cui aveva rivolto per la prima volta la parola alle tre ragazzine.

Di nuovo la risata cristallina di quelle tre maledette si riversò dalla scaletta nella strada come un torrente in piena e sommerse completamente il povero garzone che stava ai loro piedi.

«Nessun equivoco», disse la ragazza sicura del fatto suo. «Tu sei il ganzo del Vecchio Occhio di Falco, no? Allora entra, che il mio Matusa ti sta aspettando da un secolo».

                Il ragazzo era decisamente frastornato. Tutte quelle parole incomprensibili lo avevano gettato nell’incertezza più angosciante. E poi c’erano quelle risate, quelle risate che ad ogni suo gesto o parola si rovesciavano su di lui, lasciandolo senza fiato ...

Il ragazzo esitava , se ne stava lì imbambolato, indeciso sul da farsi. Allora la ragazzina balzò in piedi, lo afferrò per il bavero, gli fece fare due o tre giri su se stesso e lo mollò davanti alla scaletta. Poi da dietro prese a dargli delle leggere spintarelle: «Coraggio, sgarzurlino mio; trotta!», ripeteva la ragazza ad ogni spintarella, «Forza sgarzurletto mio, trotta, trotta!».

Le altre due ridevano di gusto, non si capiva se fosse per le spinte o per le parole che gli diceva.

Così il garzone sospinto da quelle insistenti esortazioni e dalla crescente mareggiata delle risate si ritrovò davanti alla porta della casa. Guardò la porta e vide che era di legno di pino intarsiato, esattamente come l’aveva descritta la vecchia.

Fu questo particolare che in quell’istante lo trattenne dallo scappare via a gambe levate, sebbene fosse terribilmente imbarazzato.

                A questo punto, per fortuna, sentì la voce di un adulto provenire dall’interno. «Vieni avanti, ragazzo», diceva la voce.

Il garzone appoggiò la mano sulla maniglia di legno di faggio, la porta si schiuse e apparve un uomo di mezza età che lavorava curvo sulla pialla ad un tavolo di legno di rosa.

                «Non badare a mia figlia. Ha sempre voglia di scherzare», disse il mastro falegname, sollevandosi per un istante dalla pialla per guardare negli occhi il garzone.

Il ragazzo richiuse la porta alle sue spalle, interrompendo così il riflusso dell’ultima risata che lo aveva accompagnato fin sulla soglia.

«Spero che non ti sarai offeso», aggiunse il falegname, riprendendo il suo lavoro.

                No, il ragazzo non si era offeso. Era rimasto spiazzato, piuttosto, e forse anche un po’ turbato.

Quella stessa sensazione riemergeva ora, l’indomani, insieme al ricordo dell’episodio, mentre il garzone di bottega, sul ciglio della strada polverosa allungava una mano verso il tappeto e già pensava di riprendere il cammino.

Tuttavia, proprio in quell’istante, vide qualcosa in fondo alla strada che gli fece interrompere la sua azione e decidere di aspettare. Ma questa è un’altra storia.

 

 

DRITTO E ROVESCIO

 

                La sagoma di un ragazzo scalzo comparve in basso, all’inizio della salita. Era vestito di sacco e portava sulle spalle un grosso tappeto arrotolato.

                In cima alla salita un altro ragazzo, anche egli scalzo e vestito di sacco, si era appena buttato sulle spalle il suo grosso tappeto arrotolato e stava per rimettersi in cammino, quando la vista di quell’altro in fondo alla valle lo impietrì.

                Per un istante il giovane garzone del Vecchio Maestro Cieco vacillò, la sua vista si annebbiò, ebbe l’impressione di svenire. Allora chiuse gli occhi e disse tra sé sottovoce: «Dev’essere stato il caldo ... ho avuto un’allucinazione ... in fondo alla salita ho visto un altro me stesso che iniziava a salire ... ma questo non è possibile, perché io sono qui, in cima alla salita e quindi non posso essere laggiù ... » Detto questo si stropicciò gli occhi e guardò di nuovo verso valle, ma questa volta non vide nessuno.

                «È sparito», pensò. Ma fu il pensiero di un istante perché subito dopo quell’altro se stesso ricomparve da dietro una curva, molto più vicino, quasi a metà della salita.

                Il sudore gli grondava dalle tempie, ansimava, si passò una mano sulla fronte ... solo a questo punto l’altro ragazzo che saliva parve avvedersi dell’ombra in controluce in cima alla salita; allora guardò meglio, schermando la luce accecante del sole con la mano sollevata, e subito dopo, sempre con quella stessa mano, accennò a quell’altro un gesto di saluto.

A questo punto anche il garzone del Vecchio Tessitore Cieco riconobbe l’altro garzone e ricambiò il saluto. Quindi posò il tappeto arrotolato che aveva ancora sulle spalle e si sedette di nuovo, per attendere quell’altro che ormai arrancava quasi in cima a quella terribile salita:

«Finalmente qualcuno su questi sentieri desolati con cui scambiare qualche parole», pensò. E subito l’altro spuntò dall’ultima curva della salita e gli lanciò il festoso grido di richiamo dei garzoni di bottega.

Il garzone del Vecchio Cieco rispose al richiamo sollevando entrambe le braccia al cielo.

                «Anche tu a caccia di lana», disse l’altro mentre si sedeva ansimando. «Fammi un po’ vedere l’esca!», aggiunse una volta seduto e ripreso un po’ di fiato. E indicò il tappeto che stava al fianco del ragazzo.

                Il ragazzo esitò. Aveva paura di sporcare o di sciupare il lavoro del Maestro aprendolo lì, su di un prato. Tuttavia l’insistenza dell’altro e la sua curiosità alla fine prevalsero. Egli infatti, al momento della partenza, quando lo aveva arrotolato per buttarselo sulle spalle, era troppo assonnato e assorto nei suoi pensieri e così non gli aveva dato neppure una sbirciatina.

Probabilmente la vecchia gli aveva dato uno dei tappeti ammucchiati in fondo al magazzino, uno di quelli di media grandezza utilizzati di solito per gli scambi con i fornitori. Ma quale? Ce n’erano almeno una decina. Il ragazzo li conosceva tutti a memoria. Li aveva guardati tutti almeno mille volte, di notte, alla luce della luna piena oppure di una lanterna.

Poteva essere quello della ragazza inseguita da uno sciame d’api o quello in cui si scorgeva la stessa ragazza morsa dal serpente, oppure quell’altro che raffigurava un raccapricciante mostro a tre teste, o quello in cui si vedeva un fiume nero cosparso di fiori di loto con una barca scura che si profila in lontananza, oppure, ancora, quello in cui tre vaghe figure escono da una profonda spelonca: una sagoma di luce, un uomo con qualcosa a tracolla e, più indietro, l’ombra di una giovane donna ...

                Quando le sue mani trepidanti finirono di srotolarlo, agli occhi del ragazzo apparve la figura di un uomo seduto con in mano un misterioso strumento. Davanti a quella figura stava un orribile mostro minaccioso con tre teste, le fauci spalancate e gli occhi iniettati di sangue.

Subito il ragazzo si ricordò di un altro tappeto quasi identico a quello, che aveva portato molto tempo prima a quello stesso pastore da cui si stava recando adesso. L’unica differenza tra questo e quello di allora era l’espressione del mostro. Il mostro di allora aveva un’aria triste, sconsolata, e si vedevano grosse lacrime scorrere sui suoi tre terribili grugni. Il che all’epoca era parso al ragazzo una inspiegabile stranezza.

«Le sembra possibile, Maestro, che un mostro così orribile possa essere tanto sensibile da mettersi a piangere come un vitello?», aveva obiettato il ragazzo. Ma il Vecchio si era limitato a scuotere la testa sconsolato. E subito il ragazzo si era pentito di aver fatto quell’appunto.

Evidentemente c’era una ragione, una ragione ben precisa, perché quel mostro dovesse piangere, una ragione che lui non aveva capito. Ancora una volta aveva fatto la figura dell’idiota! Questo pensò quella volta il ragazzo, e si morse la lingua. Ora tuttavia quel disegno rispuntava corretto, modificato. E la correzione per l’appunto corrispondeva all’osservazione avanzata dal ragazzo. Possibile che il Maestro avesse ascoltato il suo suggerimento?

«Dev’esserci un’altra ragione», pensò il ragazzo, mentre si voltava a guardare l’effetto provocato dalla vista di quel tappeto.

                «Potresti girarlo?», chiese l’altro garzone di bottega con uno sguardo da piccola volpe.

                Il garzone del Vecchio Tessitore eseguì, pur senza capire il senso di quella richiesta. Che senso poteva avere infatti guardare un tappeto dal lato che appoggia per terra e che nessuno vedrà mai?

                «Ah-a!» esclamò l’altro garzone, «proprio come dice il mio maestro: i tappeti del Vecchio Orbo sono un inganno!».

                «Prego?»

                «E non fare il furbo, tu devi saperlo meglio di me!».

                «Non capisco di che cosa parli».

                «Parlo di questo», disse l’altro girando e rigirando il tappeto del Vecchio Maestro Cieco, come se quello che intendeva dire fosse lì, sotto i loro occhi, in bella evidenza, sul dritto e sul rovescio di quel tappeto. «Sono due tappeti cuciti insieme. È questo il segreto dei tappeti del Vecchio Orbo ... insomma, non c’è nessun segreto, si tratta di un imbroglio, di un trucco!»

                «Ma come ti salta in mente?!»

                «Ma se è evidente! Vedi?», disse l’altro girando e rigirando di nuovo il tappeto, «il disegno sul rovescio non corrisponde affatto al disegno sul dritto. Il che significa che si tratta di due tappeti cuciti assieme».

                Il garzone del Vecchio Cieco riprese in mano il tappeto, lo guardò con attenzione, lo giro e rigirò più volte, sempre più perplesso, e alla fine alzò gli occhi sull’altro e gli chiese:

«E le cuciture? Dove sono le cuciture? Se fossero due tappeti cuciti insieme, lo sai anche tu, guardando con attenzione si dovrebbero vedere le cuciture. Io non vedo nessuna cucitura», disse il ragazzo porgendo di nuovo il tappeto all’altro.

                L’altro a sua volta riesaminò con cura l’oggetto, lo girò e rigirò più volte, sempre più contrariato, e alla fine sentenziò:

«Incollati! I due tappeti sono stati incollati!».

                «Mai comprato colla per il Vecchio».

                «La comprerà lui di nascosto, per non farsi scoprire». Il garzone del Vecchio Tessitore Cieco esitò per la frazione di un secondo, poi, lentamente, prese di nuovo il tappeto tra le mani:

                «Eppure, se fossero due tappeti incollati», disse «guardando lungo il bordo si dovrebbe vedere il punto, la linea, lungo cui i due tappeti sono uniti. E io non vedo nulla di simile».

                Così rispose pacatamente il ragazzo, e in cuor suo pensò: «Queste sono tutte frottole di maestri tessitori invidiosi del Vecchio e di garzoni allocchi».

E siccome quell’altro pareva voler insistere con quei suoi discorsi assurdi di doppi tappeti incollati o cuciti, egli arrotolò il suo tappeto, tagliò corto con le chiacchiere e si accomiatò:

«Mi dispiace», disse, «ma si è fatto tardi ... ho riposato abbastanza ... ora devo proprio andare».

                «Alla prossima volta!», gli gridò dietro quell’altro.

Al che il garzone del Vecchio Cieco si bloccò di colpo, come fulminato da un pensiero improvviso, tornò rapidamente sui suoi passi, si piantò davanti a quell’altro e gli disse, con una voce strana:

«Perché non mi fai vedere il tuo tappeto?»

                Quell’altro senza dire una parola srotolò il suo tappeto e glielo mostrò. Il ragazzo gli diede una rapida occhiata, sorrise, poi guardando dritto negli occhi gli disse:

«Ora so perché il tuo maestro si arrabatta tanto ad architettare e smerciare fandonie infamanti sul conto del mio».

Quindi girò i tacchi e riprese il cammino, senza dare a quell’altro il tempo di rifiatare.

                Se ne stava ancora lì, quell’altro, come pietrificato, quando il ragazzo svoltata una curva del sentiero scomparve dalla sua vista, inghiottito dalla folta vegetazione delle colline.

 

 

COME UN FRULLO D’ALI

 

                La vecchia aveva fatto al garzone l’ennesima raccomandazione, poi sulla porta lo aveva guardato allontanarsi col suo tappeto sulle spalle e il passo lento e ciondolante di chi è ancora nel mondo dei sogni. Quindi ciabattando ciabattando aveva raggiunto il suo consueto angolo di lavoro nel magazzino, vicino alla finestra semiaperta, si era seduta, aveva emesso un lungo sospiro, data una rapida occhiata al fuso, constatato che tutto fosse in ordine, quindi ripreso a cantare l’interminabile filastrocca lasciata interrotta la sera precedente. Contemporaneamente riprendeva a filare la lana rimasta, mentre con la coda dell’occhio non smetteva di seguire la sagoma caracollante del ragazzo che scompariva all’orizzonte..

Le mani e la voce procedevano spedite seguendo con precisione ogni singolo passaggio di quell’opera conosciuta a memoria, e questo lasciava libero di fluire il corso dei pensieri il quale si intrecciava all’evolversi del lavoro come il filo della trama di un tessuto si intreccia col filo dell’ordito.

                «Strano», pensò la vecchia, mentre intonava la terzultima strofa di quella vecchia filatera iniziata ben tre giorni prima, «non avrei mai pensato che il mio Vecchio riuscisse a terminare l’arazzo così presto ... », e diede una sbirciatina con la coda dell’occhio alla porta dello sgabuzzino dove il Vecchio dormiva profondamente.

                «Dev’essere stata la presenza del ragazzo a spronarlo... » disse tra sé la vecchia qualche tempo dopo, mentre sorrideva e intonava la penultima strofa di quella vecchia tiritera cominciata ben tre giorni prima.

                Tra la penultima strofa e quella finale la vecchia emise un prolungato sospiro, come se qualche peso gravasse sul suo cuore.

«Purché non sia stato il canto del cigno ... » ripeté più volte sottovoce mentre eseguiva l’ultima strofa dell’antica filastrocca la più lunga, la più lenta, la più dolorosa.

                Quand’ebbe terminato la canzone anche il lavoro di filatura era stato ultimato. Il fuso era spoglio, la lana finita.

La vecchia guardò fuori: il sole era ancora alto nel cielo. Avrebbe impiegato il resto del tempo della giornata a rassettare il magazzino. Ma prima di tutto l’arazzo: bisognava staccarlo dal telaio, ripulirlo, metterlo a bagno e poi stenderlo ad asciugare, affinché le fibre si rafforzassero e la tessitura si fissasse. Il giorno dopo sarebbe stato pronto per essere venduto.

La vecchia raggiunse la soglia dello stanzino, socchiuse la porta piano piano, per non svegliare il Vecchio che di solito si appisolava lì, quando aveva finito un lavoro. Poi attese che il Vecchio si abituasse al rumore della strada che con la porta aperta si sentiva più forte.

Se si fosse messa subito a smontare dal telaio l’arazzo, pur sforzandosi di fare piano, quel poco rumore sommato al rumore che veniva da fuori sarebbe stato per l’udito del Vecchio un baccano infernale che lo avrebbe svegliato. Inoltre gli occhi di lei dovevano abituarsi alla semi-oscurità di quella stanza.

                Il vecchio continuava a dormire profondamente. Le sue mani avevano smesso di tremare e gli lasciavano un po’ di tregua.

La vecchia era sicura che almeno ora il vecchio, almeno nel mondo dei sogni, stesse finalmente tessendo senza alcun impedimento. No. Almeno ora le mani non gli tremavano. «Almeno quando dorme», pensava sospirando la vecchia. «Almeno mentre sogna ... » ripeteva sottovoce la vecchia.

                Negli ultimi tempi infatti il vecchio aveva incontrato crescenti difficoltà nell’eseguire il suo lavoro quotidiano. Le mani avevano preso a tremargli.

Da principio si era trattato di un leggerissimo tremore alle falangi della mano sinistra, come il frullo d’ali di un piccolo uccello di fiume che si ferma a mezz’aria un istante, per poi scendere in picchiata, tuffarsi col becco proteso sotto il pelo dell’acqua, afferrare un insetto o un minuscolo pesce, e con un colpo d’ali deciso riaffiorare dall’acqua e riprendere il volo.

Era sera. Il vecchio cieco lavorava alle figure di un arazzo ed era sovrappensiero. Cantava la canzone del viaggio sul Fiume della Dimenticanza e tesseva la figura del Vecchio Barcaiolo dagli Occhi di Brace. Col piede batteva il tempo lento e monotono della melodia.

Quel frullo improvviso della mano non provocò nient’altro che un lieve scarto della navetta che il vecchio reggeva nella mano sinistra. Così l’intreccio della trama subì una piccola variazione imprevista: la pupilla rossa dell’occhio destro del Vecchio Barcaiolo risultò leggermente asimmetrica rispetto a quella dell’occhio destro.

«Meglio», pensò il vecchio, passando e ripassando le dita sul punto dello sbaglio così lo sguardo risulterà ancora più enigmatico.

Quindi terminò il passaggio e per quella sera sospese il lavoro, interpretando quella lieve indecisione della mano come un segno di stanchezza.

Tuttavia qualche tempo dopo, mentre ancora lavorava a quello stesso arazzo, l’inconveniente si ripresentò in forma più grave.

Ora stava lavorando alla figura di un uomo che in mano reggeva uno strano strumento a corde. La navetta scivolava rapida e sicura tra le increspature del già tessuto, guidata dalle mani esperte del vecchio, e si lasciava dietro, come una scia, il filo della trama che ad ogni passaggio andava a formare nuove connessioni e a rafforzare l’intreccio.

Il vecchio lavorava alle mani dell’uomo che reggevano lo strano strumento, quando le sue mani all’improvviso impazzirono. La navetta schizzò in alto e ricadde dopo un breve volo. Rimbalzò al suolo più volte. Le mani sbattevano forte, come bandiere battute da un vento furioso di tempesta.

Il vecchio ristette immobile, come pietrificato, per lungo tempo, senza riuscire a comprendere che cosa gli stesse capitando.

Passò qualche tempo. Il vento non accennava a scemare.

Finché, ad un certo punto, il vecchio capì e chinò il capo davanti alla sua disgrazia.

Poco tempo dopo il vento cessò, ma ormai il vecchio ormai sapeva che prima o poi quell’uragano molesto sarebbe tornato e non lo avrebbe più abbandonato. Allora balenò un cruccio sul volto del vecchio. Balenò un cruccio e si fissò, come un solco profondo scavato all’improvviso nel mezzo della fronte. Quel cruccio di un istante marcò per sempre il volto del vecchio.

Nei giorni che seguirono il vecchio incontrò sempre più difficoltà nel proseguire il suo lavoro. Terminò quell’arazzo a costo di notevoli sforzi, e il compimento di un’ulteriore opera apparve subito un’impresa ardua.

Non per questo il vecchio si scoraggiò. Fece preparare il telaio al ragazzo, ordinò i gomitoli di filo necessari, meditò a lungo sul disegno da eseguire, ed infine si risolse a incominciare.

Tuttavia apparve subito evidente che ormai non riusciva più a procedere speditamente che per pochi passaggi, poi il tremolio diveniva insopportabile, la navetta gli sfuggiva di mano, oppure la mano sbagliava un passaggio e il filo si ingarbugliava. Era costretto così ad interrompersi, ad attendere di riacquistare un minimo di controllo, e poi ad utilizzare quei pochi istanti di fermezza delle mani per sbrogliare il garbuglio, riprendere la tessitura, giusto il tempo di procedere di qualche intreccio, per poi di nuovo doversi fermare, mentre le mani imbizzarrite si dibattevano come uccelli catturati da una invisibile rete.

                Al vecchio sembrava di essere tornato ragazzo, quando era garzone e di notte si cimentava nell’arte della tessitura. Solo che allora le mani gli tremavano per l’emozione, per la stanchezza, o per l’inettitudine. Ora invece gli tremavano per la vecchiaia. E contro l’età, lui lo sapeva bene, non c’erano rimedi.

                «Il cerchio si chiude», aveva detto il vecchio un giorno in cui aveva sentito i passi della moglie fermarsi proprio alle sue spalle, mentre le sue mani, per l’ennesima volta, erano scosse da una furia incontrollabile.

                Ecco. La vecchia stava pensando proprio a questo, a quell’istante, e al calvario del Vecchio, mentre piano piano distaccava dal telaio il tappeto ultimato per lavarlo e metterlo ad asciugare. E ancora in cuor suo si meravigliava di come avesse potuto il Vecchio, nell’arco di una notte, portare a compimento quel lavoro che solo il giorno prima sembrava interminabile.

                Il tappeto adesso stava fuori, sotto il porticato, a sgocciolare. La vecchia aveva già finito di rassettare il magazzino, quando in fondo alla strada da dietro un cantone ricomparve la figura del garzone che avanzava ondeggiando, curvo sotto un enorme sacco di lana da cardare.

La vecchia ora faceva la maglia all’ombra del porticato. Il sole era ancora alto.

                «Bravo», gli disse, senza neppure sollevare lo sguardo, «ora puoi andare a riposare. Per oggi hai finito ».

Ma siccome vide con la coda dell’occhio che l’ombra del ragazzo non attraversava la soglia, mossa dalla curiosità sollevò lo sguardo.

                Il ragazzo se ne stava in piedi immobile, con l’enorme sacco di lana caricato sulle spalle. Guardava fisso, come incantato, il tappeto steso ad asciugare.

La vecchia gli rinnovò l’invito ad andarsi a riposare, ma il ragazzo parve non sentirla. La vecchia allora, non sapendo che fare, non fece nulla e riprese a lavorare a maglia, canticchiando una delle sue solite filastrocche.

Che cosa guardava il ragazzo? Che cosa aveva catturato in quel modo la sua mobile, irrequieta attenzione? Passò molto tempo prima che il giovane riuscisse a distaccarsi da quella visione.

Poi il sole tramontò Il ragazzo attraversò il porticato, si fermò davanti alla soglia, scaricò il sacco dalle spalle, ringraziò la vecchia per avergli concesso quel riposo anticipato, e scomparve nel magazzino.

                La Vecchia, senza sollevare lo sguardo rispose:

                «Prego».

 

 

MEMORIA VISIVA

 

                Un ragazzo vestito in maniera bizzarra reggeva un curioso strumento, lo accarezzava con la punta delle dita di una mano, mentre con l’altra lo impugnava con fermezza. Il ragazzo pareva assorto in qualche insondabile pensiero. Aveva gli occhi bassi.

Dinnanzi a lui c’era l’ombra di una fanciulla. La sua mano protesa in avanti quasi sfiorava gli occhi di lui. Mentre lui non la guardava, lei invece sembrava fissarlo con intensità. Eppure al tempo stesso il suo sguardo appariva lontano, assente.

La scena era immersa nelle tenebre. E dalle tenebre affioravano, come fiori di loto da una nera palude, i grugni terrificanti di infiniti mostri. Alcuni avevano il muso da orso e gli occhi fissi dei serpenti, altri la testa di un rapace e i denti di un cane, altri ancora il naso e la bocca di una scimmia e le orecchie maculate di una iena. Tutti quanti avevano un’espressione di grottesca commozione dipinta su quelle loro maschere orripilanti, come se la scena che stava loro dinnanzi, o forse qualcos’altro li avesse turbati nel profondo ...

                Tutto questo appariva al garzone di bottega del Vecchio Maestro Cieco come qualcosa di più del semplice disegno di un tappeto. Aveva qualcosa quell’intreccio, qualcosa di segreto, come un messaggio cifrato, o la formula di un sortilegio nascosto tra i fili, invisibile eppure efficace ...

I suoi occhi passavano rapidamente da un particolare all’altro, senza riuscire a distaccarsi da quella visione.

Guardava gli occhi bassi del ragazzo, la sua mano che sfiorava quell’aggeggio misterioso, la mano della ragazza protesa verso gli occhi di lui, gli occhi dei mostri gonfi di lacrime che fissavano entrambi i ragazzi ... Tutto ciò aveva un che di famigliare agli occhi del garzone, eppure al tempo stesso gli risultava incomprensibile. Gli pareva di aver già veduto tutto ciò, ma non la sera prima nello sgabuzzino del vecchio ... molto tempo prima, forse ... in un’altra vita ... o in un altro mondo ... benché egli sapesse bene di aver vissuto una vita soltanto, quella sua di allora, e di non aver conosciuto altro che quel suo povero mondo presente!

                Sperimentava ora quella stessa sensazione di spiazzamento che aveva provato intensamente la sera precedente, quando appena entrato nello stanzino del Maestro aveva visto quelle due enormi figure che danzavano sulla parete di fondo.

C’era come un incantesimo in quel disegno tessuto che catturava il suo sguardo come un uccello in una rete.

                «Dove ho già visto tutto questo? » si domandava il ragazzo, mentre la luce bianca che illuminava il tappeto cambiava colore e si stemperava nel rosso del tramonto.

«Dove l’ho già visto? », ripeteva il ragazzo tra sé, mentre restava inchiodato lì, immobile, davanti al portico del magazzino, senza riuscire (o senza volere) distogliere lo sguardo ...

Quando finalmente il sole scomparve dietro le colline, e l’ultimo raggio rossastro si dissolse nell’aria, allora il ragazzo sollevò istintivamente gli occhi al cielo, vide che imbruniva, salì la scaletta del porticato, posò il sacco che aveva ancora sulle spalle, e, come se nulla fosse, rispose a qualcosa che la vecchia gli aveva detto molto tempo prima. Quindi gettò un’ultima occhiata al tappeto che le prime ombre della sera stavano ormai per inghiottire, sollevò leggermente le spalle ed emise un sospiro.

«È solo un bel tappeto», pensò tra sé il ragazzo, «Non c’è nessun segreto».

                Quando fu nel magazzino raggiunse il suo cantuccio, sistemò la pila di vecchi tappeti su cui solitamente dormiva, si sdraiò, intrecciò le mani dietro la testa, guardò per aria, verso il lucernario, dove ormai si vedeva l’azzurro della sera pervadere il cielo, e allora, solo allora, all’improvviso, si rammentò dove avesse visto per la prima volta il disegno di quel magnifico tappeto.

Era passato molto, moltissimo tempo, e davvero, per così dire, era come se tutto fosse accaduto in un’altra vita, in un altro mondo ... Fu come un lampo a ciel sereno.

«È stato al Palazzo!», gridò il ragazzo balzando di colpo seduto sul suo giaciglio, come folgorato dal ricordo.

«È stato a Palazzo» ripeté più piano.

Eh sì, era stato proprio a Palazzo, molti anni prima. Era stato proprio in quell’occasione che aveva visto per la prima volta quel disegno quando per la prima volta aveva incontrato il Maestro. Ma non si trattava del tappeto che il Vecchio teneva in mano e che allora aveva attirato la sua attenzione, bensì dell’arazzo appeso alla parete, cioè quello che il Vecchio Maestro Cieco confrontava col suo lavoro, leggendolo con la punta delle dita. Per questo non se n’era ricordato subito.

Soltanto adesso, dopo tanti anni, frugando affannosamente nella memoria, la sua attenzione aveva ritrovato e si era soffermata su quell’opera che allora invece non aveva neppure sfiorato.

Senza esitazione il ragazzo si alzò e corse fuori dal magazzino, attraversò vicoli, piazze, contrade, ponticelli, rioni e in un baleno giunse alle porte del Palazzo.

Voleva verificare la precisione di quel suo ricordo.

Per sua fortuna durante quella sua folle corsa incontrò soltanto il volto silenzioso della luna, la quale si era da poco levata da dietro le colline e si affacciava in quell’istante solo ora sulle strade deserte della città. Egli infatti era scalzo e in mutande, e certo non avrebbe fatto una gran bella figura se qualcuno altro lo avesse veduto in quello stato.

Giunto dinnanzi all’enorme portone, svicolò per un viottolo laterale, raggiunse il muretto di cinta di uno dei Giardini del Palazzo, scavalcò con un salto, e dopo aver attraversato alcuni lunghi porticati giunse finalmente nel cortile, dell’Ala Occidentale.

La luce della luna illuminava in pieno l’arazzo in questione.

Dell’imponente opera che campeggiava in quell’ala del Palazzo il ragazzo sapeva poco o niente. Sapeva solo che arrivava da una qualche regione d’Occidente, e che era molto antico. Niente altro.

Il ragazzo non sapeva affatto che cosa raffigurassero tutte quelle immagini che comparivano nell’arazzo; né aveva mai saputo che cosa significassero tutte quelle che popolavano i tappeti del suo Maestro. Nessuno d’altronde pareva farci caso nemmeno tra i clienti del Vecchio. Tutti lodavano i colori, la qualità della lana e del tessuto, dissertando magari sulle rifiniture ... ma quanto alle figure del disegno, o, meglio, quanto alle scene che tali figure parevano rappresentare, ebbene per questo mai nessuno spendeva neppure una parola.

Come se non ci fossero. Come se fossero casuali. Come se non avessero nessun significato.

Il fatto è che da quelle parti nessuno disegnava figure sui tappeti e sugli arazzi. Solo motivi geometrici. Soltanto il Vecchio Cieco faceva eccezione

Il ragazzo invece era sicuro che quelle scene avessero un senso ben preciso, un significato che a lui sfuggiva, ma che il Vecchio aveva minuziosamente ponderato. Molte volte infatti il ragazzo aveva visto il Maestro sprofondato nei suoi pensieri, prima di iniziare un nuovo lavoro. Talvolta quella sorta di meditazione durava per giorni interi, per intere settimane! Il Vecchio se ne stava seduto sotto il porticato, in silenzio, senza parlare con nessuno, senza neppure rispondere alle voci di saluto che gli lanciava chi passava per strada. Lui se ne stava lì, completamente immobile, come una statua di sale, con le mani che disegnavano nell’aria interminabili teorie di figure, scene, paesaggi e la bocca che biascicava sottovoce filastrocche inaudite.

La gente che passava e lo vedeva in quello stato pensava fosse pazzo. Invece lui rifletteva, immaginava, progettava, rivedeva mentalmente mille volte la trama di un disegno, lo aggiustava, correggeva, migliorava, cancellava, reinventava. Ogni volta che qualcosa non funzionava scuoteva più volte la testa e ricominciava da capo a immaginare, a mulinare quelle mani raggrinzite per aria e a mormorare assurde tiritere sul fiore delle labbra.

La gente pensava che fosse pazzo. Il ragazzo e la vecchia invece sapevano bene che cosa egli fosse: era un artista, un vero artista, e come tale, preciso e meticoloso, non affidava mai nulla al caso. Prima di iniziare un lavoro voleva prevedere tutto, ogni snodo, ogni intreccio, con precisione maniacale. Il Vecchio d’altronde non si curava affatto di quel che la gente pensava di lui. Gli importava soltanto che acquistassero i suoi tappeti.

«Qualcosa poi, prima o poi, capiranno», ripeteva spesso il Vecchio. «Guarderanno i miei disegni, e senza sapere come o perché spunteranno nelle loro teste certi nuovi pensieri che mai e poi mai capiranno di dove sono arrivati. E saranno arrivati proprio da qui, dai miei tappeti, dalle trame nascoste dei miei tappeti.».

Così diceva spesso il Vecchio ridacchiando.

Per questo il ragazzo era sicuro che quei disegni avessero un significato ben preciso, e si sforzava di capire quale fosse. Egli passava molto del suo tempo libero nel fare personali congetture su quelle stranissime figure.

L’esercizio e la teoria delle congetture aveva inizio non appena un tappeto usciva finito dallo stanzino del Maestro e proseguiva rutilante fino a quando qualcuno non lo acquistava. Anzi, in molti casi l’elaborazione delle ipotesi continuava anche in seguito, dopo che il tappeto aveva preso il volo. Ma questo si verificava solo per quei disegni che per qualche motivo particolare avevano colpito di più la sua fertile immaginazione. Spesso in questi casi le ipotesi che avanzava sul significato di quelle figure, dopo la scomparsa del tappeto stesso, erano molto più ardite e mirabolanti di quelle precedenti ... Forse tutto questo andrebbe raccontato un po’ meglio, dispiegato per filo e per segno, ma sarebbe, credo, tutta un’altra storia.

 

 

CHI LA FA L’ASPETTI

 

                Il ragazzo se ne stava impietrito davanti all’arazzo, sotto il Porticato dell’Ala Occidentale del Palazzo, senza sapere che cosa pensare. Che cosa era accaduto? Aveva corso fino a lì nella notte, per vedere un disegno, ma il disegno non era affatto come se lo ricordava. Poteva forse avere una vaga rassomiglianza con quello che aveva visto nella galleria della sua memoria, ma niente di più. Una vaga, vaghissima rassomiglianza.

                «Non ha niente a che vedere con quello che mi ricordavo!» esclamò il ragazzo a voce alta, «Strano, però ...», aggiunse ancora un po’ interdetto, «Non mi sono mai sbagliato».

In effetti era così. Il ragazzo aveva davvero un’ottima memoria visiva, tanto che poteva riconoscere un tappeto in mezzo ad altri mille. Proprio così: uno tra mille, e non solo per modo di dire. Una volta infatti era successo proprio questo, cioè che egli avesse riconosciuto un certo tappeto in mezzo a altri mille. Questa era una storia che il garzone raccontava spesso.

                Gli era accaduto alcuni anni prima, i primissimi tempi in cui era a servizio del Vecchio Cieco.

Una notte qualcuno si era intrufolato nel magazzino e aveva rubato un tappeto. Il ragazzo si era sentito in qualche modo responsabile dell’accaduto, poiché egli dormiva proprio lì, nel magazzino, e non si era accorto di nulla. Così si era fermamente riproposto di recuperare il maltolto. Ma da che parte iniziare le ricerche? Innanzi tutto bisognava ricordarsi con precisione com’era quel tappeto.

                Egli rovistò nel magazzino della sua memoria finché non trovò il tappeto mancante, cercò di rammentare i più minuti particolari, e quando fu sicuro di aver ben focalizzato l’immagine, corse dal Maestro per verificare se la sua memoria non lo avesse ingannato.

Descrisse al Maestro per filo e per segno il tappeto rubato. Si trattava di un tappeto di medie proporzioni, finemente tessuto, il quale rappresentava una fanciulla che fuggiva lungo un fiume inseguita da uno sciame d’api.

La descrizione del garzone fu così accurata che il Vecchio ne rimase fortemente impressionato:

«Ragazzo», gli disse, «la tua memoria visiva è un dono straordinario. Credo che davvero riusciresti a riconoscere questo mio lavoro in mezzo a molti altri, perché hai occhio per i particolari, ma non ti sfugge neppure il senso globale di una scena, e questo è fondamentale per mettere a fuoco un’immagine».

Era la prima volta che il ragazzo sentiva parlare di memoria visiva e di scene che avevano un senso globale, e in verità, non capiva bene che cosa intendesse dire il Vecchio. Tuttavia aveva capito quello che più gli importava, e cioè che aveva qualche possibilità di scovare e riconoscere il tappeto sottratto, e quindi si mise all’opera.

Il Vecchio gli aveva detto che quel giorno stesso ci sarebbe stato un grande mercato sulla Piazza Principale.

                «È il posto ideale per smerciare un tappeto rubato», pensò il ragazzo, e subito si mise per strada per raggiungere la Piazza.

«Ci saranno cinque o sei bancarelle», pensava il ragazzo attraversando vicoli, piazze, contrade, «sarà un gioco da ragazzi scovarlo».

                Quando giunse ad una distanza di molti isolati, cominciò a sentire un crescente frastuono di cui proprio non riusciva ad intuire la causa.

«Sembra quasi che la Piazza Principale sia attraversata da una mandria di migliaia di bisonti inferociti, pensò il ragazzo leggermente allarmato, ma questo non è assolutamente possibile», aggiunse allora per rassicurarsi.

Eppure il rumore non tendeva a scemare; anzi, man mano che il ragazzo si avvicinava alla piazza pareva aumentare, col rumore montava anche la sua ansia. Quando infine giunse all’ultima svolta e si trovò davanti l’enorme piazza, l’onda sonora lo investì come un uragano, lasciandolo senza fiato.

L’enorme piazza era piena fino all’inverosimile di una folla di uomini e donne vocianti e di migliaia di arazzi, tappeti, tessuti d’ogni foggia e colore che provenivano da ogni angolo del mondo. Il ragazzo si sentì mancare. Come avrebbe potuto scovare il tappeto rubato in mezzo a quella bolgia infernale? Mentre indugiava sull’orlo della piazza, irretito da questi pensieri, fu come risucchiato dal flusso vorticoso di una di quelle fiumane umane che pulsavano e rifluivano in quel mare di gente traboccante. Sballottato avanti e indietro dalla corrente di certo avrebbe desistito dal suo fermo proposito se non gli fossero riecheggiate nelle orecchie le parole incoraggianti del Vecchio:

«La tua memoria visiva è un dono straordinario ... Davvero tu potresti riconoscere un tappeto tra infiniti altri ...».

                «Il Maestro ha fiducia in me», disse tra sé il ragazzo e con un tuffo eroico si buttò nella bolgia, ma subito fu buttato indietro, perché aveva fatto male i suoi conti, e gettandosi ad occhi chiusi aveva cozzato in pieno contro una schiera compatta di allegre comari che rifluivano dalla piazza soddisfatte dei loro acquisti.

Allora si fece furbo, aprì gli occhi e al momento opportuno s’infilò nel mezzo di una sparigliata pattuglia di studenti perdigiorno appena affluiti nei pressi della Piazza e si lasciò trasportare in lungo e in largo per quell’immenso mercato. Fino all’ora di pranzo, quando il livello di presenze umane defluì sensibilmente. Quindi poté proseguire la sua ricerca più liberamente, decidendo autonomamente dove andare. Fu a questo punto che scorse tra la folla un curioso individuo.

Era un piccoletto vestito in modo trasandato che se ne andava in giro con un fagotto di stracci sotto-braccio, con gli occhi bassi e il passo felpato, come se non volesse essere notato. Proprio per questo il ragazzo lo notò e si insospettì.

                «Questo è un ladruncolo che va a vendere il frutto di una rapina a qualche mercante suo complice », pensò il ragazzo senza avere nessun altro indizio che l’aria sospetta del tizio, e fidando solo sul suo fiuto di giovane segugio, «sarà bene che io lo segua».

                Così arrivò in una zona del mercato che ancora non aveva esplorato, dove su bancarelle malandate, degli strani mercanti con lunghe ghigne da tagliagole vendevano pezzi pregiati a prezzi decisamente stracciati.

                «Ci siamo», pensò tra sé il ragazzo. Ma subito il panico gli afferrò lo stomaco, e glielo stritolò come una morsa. Come avrebbe potuto recuperare il tappeto rubato, se pure l’avesse trovato? Quella era gente con cui non sembrava affatto consigliabile avere a che fare.

Proprio in quell’istante un lembo di tessuto che sbucava da sotto una pila di tappeti variopinti attirò la sua attenzione. Si trattava del disegno finemente tessuto di una minuscola ape di colore giallo limone sullo sfondo di un intreccio d’erba color verde smeraldo. Il ragazzo lo riconobbe subito: era l’angolo superiore destro del tappeto trafugato!

                «Ce l’ho fatta! L’ho trovato! » gridò di gioia in cuor suo il ragazzo, mentre al tempo stesso tremando di paura, ripeteva sottovoce: «E adesso come faccio? E adesso come faccio? ».

Il mercante in questione era un brutto ceffo, piccolo, grasso e peloso; che se ne stava a parlottare con un altro losco figuro in groppa ad un somaro ... Proprio in quel preciso istante passava di lì il garzone di un macellaio il quale teneva per le zampe, a testa in giù, un gallinaccio striminzito che non pareva affatto entusiasta del mondo in cui veniva trasportato.

                Fu questione d’un secondo. Il garzone del Vecchio Tessitore allungò un piede e fece inciampare il povero garzone di macelleria il quale a sua volta fece un volo di qualche metro e andò a sbattere col gallinaccio e tutto il resto proprio contro il posteriore del somaro. Al gallinaccio non parve vero d’avere a portata di becco qualcuno su cui poter sfogare tutta la sua frustrazione di pennuto sfruttato e maltrattato, e piantò un feroce colpo di becco nelle carni del povero somaro, il quale ragliando in modo pietoso si lanciò in uno sfrenato galoppo disarcionando il suo cavaliere. Subito il mercante accorse in aiuto del suo sfortunato amico, e di sicuro poi successe anche qualcos’altro ... Chissà, forse un battibecco tra il garzone e l’uomo disarcionato, oppure tra il somaro di ritorno e il gallinaccio strapazzato ... Insomma materiale sufficiente per un’intera storia, ma di certo il ragazzo non avrebbe potuto raccontarla, poiché a questo punto lui se ne stava già a gambe levate sulla vita del ritorno, col suo tappeto rubato sotto braccio. Non si guardò neppure intorno. Non indugiò un momento. Non si fermò neppure lungo la strada, per controllare che davvero fosse il tappeto giusto quello che aveva sotto braccio. Non ce n’era bisogno. Egli era sicuro.

E in effetti così era: egli poteva riconoscere un tappeto in mezzo a mille altri senza il minimo errore, poiché aveva una prodigiosa memoria visiva.

                Com’è che allora, con quell’arazzo che gli stava davanti quella notte sotto il porticato dell’Ala Occidentale del Palazzo, la sua prodigiosa memoria visiva lo aveva così miseramente tradito?

 

 

DORMIVEGLIA

 

Il ragazzo ora se ne stava sdraiato sul suo letto di vecchi tappeti, con le mani intrecciate dietro la testa e il naso che guardava il soffitto.

Dal lucernario s’affacciava una luna curiosa.

Solo un attimo prima egli se ne stava dritto impalato davanti a quell’arazzo, sotto il Porticato che gira intorno al Giardino dell’Ala Occidentale del Palazzo. E adesso era lì, esattamente nel luogo e nella posizione da cui s’era mosso quando quel ricordo improvviso, riemerso dal lago oscuro della memoria come un relitto creduto affondato lo aveva folgorato. E se non fosse stato per la faccia attonita della luna, che prima non c’era, e che ora invece faceva capolino lassù in alto avrebbe potuto benissimo credere che tutto quello che era appena accaduto, la sua corsa nella notte, l’irruzione nei Giardini del Palazzo, e tutto il resto, ebbene se non fosse stato per la luna che faceva capolino di lassù, dal lucernario (e che prima invece non c’era) avrebbe potuto persino credere che tutto quanto fosse stato solo un sogno. Un labile sogno balenato nel lampo di un momento e poi subito affondato negli abissi della memoria.

Ma la luna prima non c’era, e adesso invece era lì e lo guardava incuriosita. Così era chiaro che del tempo doveva essere era passato. Forse molto tempo. E in quel lasso di tempo egli era corso fuori nella notte, aveva attraversato la città, scavalcato il muro di cinta dei Giardini e a lungo rimirato l’arazzo dell’Ala Occidentale, alla luce della luna. Anche se ora non riusciva a rammentarsi affatto del cammino di ritorno.

Ricordava nei minimi particolari la corsa dell’andata, l’attraversamento dei vicoli, delle piazze, delle contrade, lo scavalcamento del muretto di cinta, e poi ancora l’attraversamento dei due Porticati fino a raggiungere il Giardino dell’Ala Occidentale, la vista sconcertante dell’arazzo ... e poi nulla, il buio, solo il buio. E dopo il buio la luna che si affacciava al lucernario e lo guardava incuriosita.

Era come se tutto fosse accaduto in un sogno. Eppure non era stato un sogno: era uscito, aveva corso, aveva visto ... E poi c’era quel fatto del mercato, il ricordo di quel fatto riaffiorato all’improvviso sulla mobile superficie della sua coscienza ... Era come se la vista di quell’arazzo lo avesse in qualche modo stregato, catturando la sua coscienza, la quale per tutto il tragitto di ritorno dunque lo aveva abbandonato, vagando chissà dove e di cui soltanto adesso pareva riprendere possesso.

«Ho camminato sulla strada di ritorno come in un sogno ... come un sonnambulo», pensò alla fine il ragazzo cercando di farsene una ragione ...

«Ma di sicuro ho camminato e il tempo è passato ... la luna lassù così alta nel cielo è la prova lampante ... » continuava a ragionare il ragazzo. «E se invece mi fossi addormentato e la mia corsa azzurra attraverso la città deserta e poi la vista di quell’inquietante disegno fosse stato tutto un sogno? Il tempo comunque sarebbe passato, io mi sarei svegliato e avrei visto la luna che mi guardava dal lucernario, mi strizzava l’occhiolino e mi diceva sottovoce: È tardi, ragazzo mio! È molto tardi! La luna, cioè io stessa in persona, è già alta nel cielo! Perché ti sei svegliato? Dormi, piccino mio ... Dormi. Ma forse non mi sono neppure svegliato, forse sto ancora sognando ... », aggiunse a questo punto il ragazzo, e a questo pensiero strabuzzò gli occhi e storse la bocca, poiché lui steso non riusciva a comprendere a pieno il senso oscuro delle sue parole, e avrebbe avuto numerose domande da porre a se stesso e spiegazioni da esigere, se proprio a quel punto non avesse attraversato la sua mente confusa e divisa un’immagine luminosa come la primavera che risucchiò la sua attenzione come una pagliuzza di fieno in un mulinello d’acqua sul fondo d’una tinozza sfondata ... Un’immagine che d’altronde, in qualche modo, lo convinse definitivamente che stava sognando: una ragazza correva sul ciglio del fiume inseguita da uno sciame d’api ...

«Mi sa tanto che sta per iniziare un’altra bella storiella», bofonchiò tra sé e sé il ragazzo a voce alta, parlando nel sonno, «e mi sa tanto che avrà qualcosa di segreto e di familiare al tempo stesso, come la storia del tappeto», aggiunse a questo punto, «per cui per il momento e per il futuro e per il passato mi sa tanto che la seguirò» concluse il ragazzo, e così dicendo, pensando e sognando si alzò dal suo giaciglio di foglie di erba e di frasche e la seguì lungo il ciglio del fiume come uno sciame d’api, sebbene non capisse bene se a inseguire la fanciulla di sogno fosse un enorme calabrone, oppure lui stesso, oppure quell’altro ... Sì, perché c’era anche un’altra persona nel sogno, un uomo inseguito a sua volta da uno sciame d’api o forse di mosche, come capita alle carogne, e allora forse significava che era morto o che qualcuno stava per morire ... chissà forse la ragazza stessa poiché c’era un serpente che l’aspettava acquattato nell’erba e la voleva insidiare ... Ma forse l’uomo e il serpente erano la stessa cosa. Difficile a dirsi. I sogni hanno una logica tutta loro, dove una cosa non esclude l’altra, e tutto si combina e si confonde in un disordine perfettamente coerente e organizzato ...

 

 

IL GRANDE SOGNO I - La morte della ragazza

 

La ragazza era scesa al fiume insieme alle compagne per raccogliere fiori lungo la riva. Fervevano i preparativi per la festa delle sue nozze e le ragazze non parlavano d’altro. Ma soprattutto parlavano del suo promesso sposo, di quanto fossero luminosi i suoi occhi e penetrante la sua voce. Tutti questi apprezzamenti mettevano a disagio la giovane che non sapeva mai se rispondere come se fossero uno scherzo o prenderli sul serio. E poi c’erano tutte quelle allusioni alla prima notte dopo la festa di nozze, a quello che sarebbe dovuto accadere, e a certi altri particolari che facevano infiammare il viso della poveretta e la facevano desiderare di essere altrove. Così ben presto la ragazza finì con l’allontanarsi dalle compagne per non dover più ascoltare quei discorsi imbarazzanti.

Mentre raccoglieva rose selvatiche a una certa distanza dalle compagne, presso un muro a secco che costeggiava il sentiero, la ragazza inavvertitamente urtò con una mano un nido che delle api avevano costruito in una fenditura tra le pietre, nascosto tra il fogliame del rosaio e protetto dalle spine. Subito si levò dal nido uno sciame di api che circondò come una nube la poverina, la quale terrorizzata, si lanciò in una fuga disperata. Il cesto colmo di rose volò per aria spargendo petali e profumo ai quattro venti, mentre la ragazza schizzò come una lepre verso il fiume, inseguita dall’orribile ronzio di quello sciame. Non badò all’erba alta e alle insidie che poteva nascondere e strillando come un’ossessa attraversò alcuni prati di trifoglio e di gramigna, fino a raggiungere il greto del fiume.

Le compagne nel frattempo erano accorse a quelle sue urla forsennate e le stavano ormai intorno per chiederle che diamine fosse mai accaduto, quando la videro prendersi un piede tra le mani e cacciando un piccolo grido saltellare sull’altro piede. Scivolando tra i sassi del fiume scompariva in quell’istante la lunga coda squamata della serpe che l’aveva morsa. La ragazza ricadde tra le sue compagne priva di sensi. Le compagne le si strinsero attorno, cercando di soccorrerla, rianimarla. Ma era troppo tardi. La ragazza era morta.

Mentre il suo corpo giaceva riverso tra le amiche disperate, la sua ombra si levò tra di loro, scivolò fino al fiume e di qui, camminando con passi invisibili sul pelo dell’acqua, raggiunse le Grotte sotto la Grande Montagna, laddove il fiume scompare, inghiottito dalle viscere della terra, e in quel luogo anche lei, l’ombra della ragazza morta, scomparve dalla vista del mondo dei vivi, inghiottita dalle viscere della terra.

La notizia della morte della ragazza si diffuse nella campagna circostante in un lampo, raggiunse l’orecchio del suo promesso sposo, il quale in un lampo raggiunse il luogo dell’incidente, giusto in tempo per vedere l’ombra della sua innamorata staccarsi dal corpo di lei e incamminarsi a testa bassa verso il fiume.

«Fermatela! Fermatela!», gridava il ragazzo sconvolto. Ma nessuno lo intese, poiché nessuno poteva vedere quello che stava accadendo. Lui solo, lui solo lo vide e cercò in tutti i modi di inseguire, trattenere quell’ombra che fuggiva. Così, correndo lungo l’argine del Fiume, raggiunse anch’egli le Grotte dove il Fiume s’interra e vide l’ombra della sua amata scomparire.

Il ragazzo pianse a lungo la scomparsa della sua promessa sposa. Se ne stava da solo sulla spiaggia deserta e cantava la canzone della sua disperazione, mentre le dita sfioravano le corde di una cetra, e ne traeva una musica semplice e dolce. Quella canzone sgorgava dal profondo del suo cuore come acqua limpida dalla fonte oscura del pianto, e raccontava la sua sfortunata storia per filo e per segno.

Un giorno comparve tra le nebbie del mattino l’ombra di un enorme albatros. A lungo volteggiò intorno al povero ragazzo che smise di cantare e di suonare per seguire con lo sguardo le evoluzioni di quel meraviglioso uccello. L’albatros allora planò sulla spiaggia, proprio davanti al ragazzo, si lisciò le piume delle ali col becco, e poi, guardando il ragazzo dritto negli occhi, gli disse con voce umana: «Mi piace la canzone che cantavi. Ne ho sentito da lontano la melodia e sono volato fin qui per poterla ascoltare meglio. Vorresti cantarla per me?»

Il ragazzo non si stupì di quel prodigio, e come se nulla fosse, cantò la sua canzone per filo e per segno. Quand’ebbe finito, l’albatros piegò leggermente il capo da una parte e disse al ragazzo: «È molto bella questa canzone. È davvero molto tempo che non la sentivo».

«L’avevi già sentita?», chiese il ragazzo meravigliato «Molto tempo fa, quando abitavo sul Monte senza tempo e non avevo ancora preso questo aspetto ... Ma perché canti solo la prima strofa? La seconda è ancora più bella».

«C’è una seconda strofa?».

«Non la conosci? È davvero molto bella e racconta il seguito della storia ...».

«Vuoi dire che tu conosci il seguito della mia storia?!».

Allora l’albatros raccontò al ragazzo di quando sarebbe disceso sottoterra e avrebbe commosso col suo canto i mostri dell’Abisso, riuscendo così a rivedere la sua promessa sposa ... Insomma, gli raccontò il suo futuro per filo e per segno, senza omettere nulla. Il ragazzo lo ascoltava a bocca aperta. Davvero avrebbe vissuto quella formidabile avventura?

 

 

PARZIALE RISVEGLIO

 

Il Garzone del Vecchio Tessitore emerse dal flusso di quel suo sogno vorticoso, come un cercatore di perle emerge dai flutti dopo una lunga esplorazione sottomarina per riprendere fiato. Le immagini di quello strano sogno galleggiavano davanti ai suoi occhi come fiori di loto sul lago oscuro della memoria. C’era la ragazza che fuggiva inseguita da uno sciame d’api ... C’era quella stessa ragazza, morta, in mezzo alle sue compagne, e la sua ombra che si levava tra di loro e si allontanava ... C’era il ragazzo che piangeva la dipartita della sua compagna cantando nel bosco la canzone della disperazione, mentre un grande uccello bianco lo stava ad ascoltare ... Tutto questo aveva un che di familiare e al tempo stesso di inquietante. Dove aveva già visto quelle scene? Chi era quella ragazza? Chi era il ragazzo che cantava la sua desolazione nel cuore del bosco? Che cosa significava tutta quella storia? E, soprattutto, come sarebbe andata a finire? 

Il Garzone cercava di ricordare quello che aveva raccontato quell’enorme uccello bianco verso la fine del sogno. L’uccello diceva che la canzone che cantava il ragazzo aveva un seguito, e dunque anche la sua storia non sarebbe finita così ... E poi cantava il seguito di quella storia sulla melodìa di quella canzone che aveva appena intonato il ragazzo ... Ma, le parole?

Quali erano le parole di quella seconda strofa? Il Garzone, disteso nel suo giaciglio con gli occhi chiusi canticchiava sottovoce la melodia e si sforzava di rammentare il testo, ma lo sforzo era vano. Gli venivano alla mente soltanto espressioni sconnesse e inafferrabili, come fossero parole di una lingua sconosciuta. Neppure il testo della prima strofa, quella cantata da quel misterioso ragazzo, riusciva a ricordare. O, meglio, qualcosa ricordava, ma anche in questo caso si trattava di qualcosa di assolutamente incomprensibile, indecifrabile. Eppure durante il sogno lo aveva inteso perfettamente, e si era persino commosso, tanto quel testo era bello e denso di significato ... era addirittura come se fosse lui stesso a cantarlo, come se quella canzone raccontasse la storia della sua vita.

Ma chi era il ragazzo del sogno? Il garzone rammentava il movimento aereo delle sue mani mentre traeva da quello strumento a corde suoni melodiosi. Quelle mani sembravano disegnare nell’aria figure di sogno, mentre la sua voce bassa e penetrante si diffondeva nel bosco seguendo il ritmo ansimante e monotono del respiro. Durante l’esecuzione di quella litania il ragazzo pareva avere la cavità degli occhi come svuotata, lo sguardo assente: sembrava essere lontano nel tempo e nello spazio, proprio come tante volte al Giovane Garzone era sembrato il Vecchio Maestro mentre tesseva al telaio la trama e l’ordito di qualche suo magnifico tappeto ...

«I tappeti del Vecchio!», esclamò a questo punto il Garzone. «Ecco dove ho già visto tutto questo!».

Ed era proprio così, perché effettivamente quel sogno era un percorso che collegava tra loro numerose immagini di quelle che popolavano gli intrecci del Vecchio.

Lacrime di felicità presero a sgorgare dagli occhi semichiusi del ragazzo, perché si rendeva conto che forse finalmente, dopo tanti anni, sarebbe riuscito a penetrare il segreto del lavoro del Vecchio, dei suoi tappeti che sembravano raccontare proprio quella storia che lui aveva iniziato a sognare, e di quelle strane canzoni che il Vecchio cantava mentre lavorava e che assomigliavano così tanto alla canzone del sogno ... Allora, chissà, forse avrebbe scoperto anche il significato di quell’ultimo tappeto che aveva visto composto dalle mani del Vecchio nell’arco di una notte e che la sera successiva, appeso dalla Vecchia ad asciugare sotto la veranda lo aveva così a lungo incantato! ... Le lacrime avevano ormai inondato il viso del ragazzo, quando costui si tuffò a peso morto nella corrente di quel sogno interrotto che ora riprendeva a scorrere sotto di lui come un fiume in piena.

 

 

IL GRANDE SOGNO II – Il viaggio terreno del ragazzo

 

Il ragazzo si fece ripetere una seconda volta quella storia incredibile. L’albatros allora dispiegò di nuovo la sua voce bassa e roca in ampie modulazioni armoniche. Le note di quella specie di canzone sciamavano dal bosco fin giù nella valle a folate, come stormi di passeri nella stagione delle migrazioni: riecheggiavano, si rincorrevano, si raggruppavano, si disperdevano… Il ragazzo ascoltava rapito. Senza rendersene conto le sue mani correvano leggere sulle corde tese della sua cetra e strappavano allo strumento accordi inauditi che accompagnavano il dispiegarsi della voce dell’uccello nell’intreccio della melodia.

Ma quando era capitato tutto ciò che quella canzone raccontava?

Al ragazzo pareva d’essere prigioniero di un incantesimo. Era come se tutto si fosse già verificato... come se lui fosse già vecchio, e tutto ciò fosse accaduto anni prima, e lui lo raccontasse ... come se la voce roca di quell’uccello fosse la sua voce di vecchio che raccontava al vento quella sua lontana avventura di ragazzo ...

«Davvero mi succederà tutto questo?», chiese il ragazzo ancora incredulo all’albatros quand’ebbe ultimato il bis.

«Hai ascoltato per filo e per segno le parole della canzone? Le hai ben memorizzate?», chiese l’albatros per tutta risposta al ragazzo. Il ragazzo annuì.

«Allora prendi il tuo strumento e andiamo. Quello che vuoi sapere lo vedrai con i tuoi occhi».

Così l’albatros condusse il ragazzo per valli, per monti, per boschi e sentieri scoscesi. Raggiunsero infine l’imboccatura di una gola stretta e buia che pareva scendere a precipizio tra le rocce come un pozzo senza fondo. Il ragazzo prima di intraprendere la discesa decise di provare a lanciare un grido in quella gola per giudicarne la profondità. Aveva sentito dire una volta da un vecchio del villaggio che tanto più tarda la risposta dell’eco, tanto più è profondo un pozzo.

«Se vale per un pozzo, varrà anche per questa gola che tanto assomiglia a un pozzo», si era detto il ragazzo e così aveva provato a gridare in quella gola il nome della sua innamorata. Aspettò, aspettò. Ma l’eco non rispose, e il ragazzo si allarmò. Era così profonda quella gola? Questo dubbio lo fece a lungo esitare. Salì su di una rupe per sporgersi e vagliare meglio la situazione. In alto, sopra di lui, tra le cime degli alberi, volteggiava quell’uccello straordinario, che, pazientemente aspettava che il ragazzo si decidesse. Tutto intorno tacque per un tempo incalcolabile. Poi ci fu come un soffio di vento che sembrava salire da quella stretta e oscura valle e muovere impercettibilmente le foglie. Al ragazzo che si dondolava, dubbioso, in bilico su di una roccia a strapiombo sul baratro, parve la voce della sua innamorata che lo chiamava da quelle profondità spaventose ... Allora, senza ulteriori esitazioni, si gettò a capofitto in quella discesa impervia, e l’albatros si lanciò dietro di lui, in picchiata.

Quella discesa non finiva mai. Il ragazzo balzava da una roccia all’altra con l’agilità e la velocità di un capriolo. L’albatros lo seguiva come un’ombra.

Benché il ragazzo scendesse per il sentiero correndo a rotta di collo, il flusso dei suoi pensieri aveva preso un ritmo lento e circolare. Mentre correva a perdifiato giù per quella gola stretta e buia, di cui ancora non si riusciva a scorgere la fine, il ragazzo ripeteva in cuor suo, come una litania, i primi due versi di quella seconda strofa della canzone che aveva imparato dall’uccello nel bosco. Quei due versi raccontavano proprio di quello che stava accadendo ora, cioè di quella corsa folle giù per quella oscura valle fino nelle viscere della terra.

In questo modo, benché quella discesa fosse durata un tempo incalcolabile, al ragazzo parve di essere arrivato in fondo in un baleno.

In fondo a quella gola c’era una piccola radura erbosa sprofondata nell’oscurità. Sulla radura si affacciava l’imboccatura di una grotta ancora più oscura. Il ragazzo per combattere la grande paura che lo stava assalendo, impugnò il suo strumento, come fosse una spada di acciaio temprato o come un arco teso, con cui scagliare tutto intorno le note e le parole di quella sua canzone misteriosa come fossero frecce acuminate. Intonò la canzone dalla prima strofa. Quasi fossero stati richiamati da quei suoni così inconsueti per quei luoghi silenziosi, apparvero a questo punto nel vano della grotta gli occhi e le zanne scintillanti di alcuni animali feroci. Il ragazzo con la coda dell’occhio li vide, ma fece finta di nulla e non smise di cantare, perché nel frattempo era arrivato alla seconda strofa dove, dopo i primi due versi che raccontavano della discesa nella Gola della Paura, ce n’erano altri due che dicevano che sarebbero apparsi nelle tenebre dei musi orrendi di fiera (proprio come quelli che vedeva). Ma la canzone diceva anche che lui non avrebbe avuto paura e che avrebbe continuato a cantare. E così accadde.

«Se la canzone dice così, dev’essere così», si disse il ragazzo, si fece coraggio, e cantò anche i due versi successivi, senza interrompersi neppure per riprendere fiato. I due versi successivi spiegavano che quella grotta era l’accesso all’Altro Mondo, e che a sua guardia c’era un orribile mostro a tre teste. Ma quei due versi dicevano anche che quel mostro terribile avrebbe ascoltato la triste storia del ragazzo, si sarebbe commosso, e lo avrebbe lasciato passare. In effetti, quando il ragazzo ebbe cantato anche questi due versi, il mostro, come se ubbidisse all’ordine segreto di un sortilegio, se ne uscì dalla grotta con la coda tra le zampe e tutti i suoi sei occhi spaventosi di cane rabbioso erano gonfi di pianto. Così, dopo aver annusato a lungo il ragazzo impietrito dal terrore, gli aveva leccato i piedi e le mani, come un cucciolo impaurito, e si era fatto da parte. Allora il terrore nel cuore del ragazzo si sciolse ed egli poté varcare le soglie del mondo da cui non si ritorna accennando a piccoli passi di danza. Era preceduto dal frullo d’ali di un uccello parlante e seguito dallo sbavare di un mostro a tre teste commosso e scodinzolante. Ed egli stesso, se non ci fosse stata la canzone che glielo confermava per filo e per segno, non avrebbe potuto credere a quello che gli stava capitando.

 

 

IL GRANDE SOGNO III – Il viaggio infernale del ragazzo

 

Il ragazzo scendeva attraverso un cunicolo stretto e tortuoso verso il Regno delle Tenebre. Si stringeva al petto il suo strumento a corde e canticchiava sottovoce per farsi coraggio. L’albatros lo precedeva indicandogli il cammino in quel labirinto sotterraneo. Quella era l’ardua miniera che le anime dei morti percorrevano, quando, attratte dal richiamo irresistibile dell’Ombra e del Silenzio, si accingevano a compiere il loro viaggio estremo, lungo quel cammino da cui nessuno era mai tornato.

L’albatros avanzava muovendosi nell’aria con lenti, impercettibili battiti d’ala. Le sue piume rilucevano in quella oscurità come scaglie di luna sull’acqua nera di uno stagno, e illuminavano i passi titubanti del ragazzo.

Lungo i fianchi di quel budello si potevano distinguere striature rossastre di porfido che percorrevano la roccia come fossero arterie che attraversando un muscolo contratto lo irrorino di sangue.

Il ragazzo cantava la canzone di quel viaggio folle che aveva intentato per strappare alla morte il suo amore. Quando giunse ai versi che raccontavano la discesa lungo quell’intricato budello, la sua voce si incantò. La sua mente prese a girare intorno alle parole di quei versi, come un uccello in volo catturato dallo sguardo ammaliatore di un serpente, un uccello che plana eseguendo figure di volo a spirale fino a cadere in balìa del suo famelico incantatore. Così il ragazzo prese a ripetere quei pochi versi come una filastrocca ossessionante cantata all’infinito da un pazzo. Egli ormai conosceva bene quel gioco, e vi si abbandonò come un bambino nelle braccia della madre. Sapeva che quello era un trucco fantastico per far scorrere il tempo più in fretta e per ingannare la paura. E così fece. E così accadde. In un batter d’occhio, senza che se ne accorgesse, si ritrovò al fondo di quella interminabile galleria, là dove il budello si allargava e diventava un immenso ventre.

Ora davanti a lui si estendeva la grande pianura degli Inferi, popolata dalle anime dei trapassati e dalle divinità della Notte. C’era un fiume nero che la attraversava con le sue acque lente e limacciose. Un’infinità di ombre si ammassavano lungo la riva, sui prati ricoperti da papaveri rossi. Erano ombre, ombre soltanto, ombre senza corpo! La tenue luce che emanava dalle piume dell’albatros bastava a farle dissolvere nell’aria come rugiada al sole. Eppure, al tempo stesso, il ragazzo continuava a percepirne la presenza intorno a sé, continuava a sentirne i lamenti, i sospiri, mentre si avvicinava alla riva del Fiume Nero. Tutte quelle voci intorno a lui, quelle presenze invisibili lo misero in uno stato di agitazione. Ognuna di loro gli raccontava all’orecchio la sua terribile storia. Egli avrebbe voluto sfuggire a tutto ciò, ma ovunque si voltasse s’imbatteva in una voce che aveva qualcosa di angosciante da raccontargli.

Che cosa voleva quella torba di anime da lui? Che cosa pretendeva?

«Pensano che tu sia una divinità, dal momento che attraversi il Mondo delle Ombre ma sei di carne ed ossa. Per questo ti assillano, perché tu esaudisca le loro preghiere», spiegò allora l’albatros, che aveva indovinato i pensieri del ragazzo.

Allora il ragazzo pensò che l’unica soluzione per cavarsi d’impaccio era quella di raccontare loro la sua storia, così forse avrebbero inteso che egli era un disgraziato ancora più infelice di loro e lo avrebbero lasciato in pace. Così il ragazzo impugnò per l’ennesima volta il suo strumento, e intonò per l’ennesima volta la sua triste storia, cavando come sempre dalle sue corde accenti di autentica disperazione.

Fu a questo punto che si verificò un fatto straordinario.

Fin dai primi accordi piombò su quella pianura desolata un improvviso silenzio. Poi si videro levarsi in volo stormi di anime nere, che come uccelli migratori sciamarono dai confini più remoti di quella pianura e si addensarono come nuvole oscure intorno a quel luogo dove il ragazzo si era seduto e aveva iniziato il suo canto.

Le parole e la melodia di quella canzone avevano avuto la forza di distrarre quelle povere anime dai loro tormenti e di radunarle in quel luogo, dove, mentre ascoltando quella storia si identificavano profondamente nel dolore del ragazzo, tanto simile al loro, al tempo stesso si dimenticavano di loro stessi e delle loro pene.

Quell’insperato successo diede nuovo coraggio al ragazzo. Se quelle anime si commuovevano al racconto della sua storia, forse c’era una speranza che lo stesso potesse accadere con le divinità che presiedono ai cicli della vita e della morte. Forse anche quelle divinità si sarebbero commosse, e gli avrebbero concesso di riportare la sua innamorata al Mondo della Luce ...

Quando il ragazzo ebbe terminato il suo canto sulla sterminata pianura piombò di nuovo il silenzio. Ma questa volta era un silenzio diverso, più profondo, più vibrante. Dalla parte opposta del fiume si vide una barca staccarsi dalla riva e scivolare nera e silenziosa sulle acque limacciose. A poppa dell’imbarcazione stava dritto come un albero il suo timoniere: un vecchio alto, scarno, con lunghi capelli bianchi che gli cadevano sulle spalle e una barba folta sul mento, anch’essa bianca. Ma quello che più colpiva in quella figura che si avvicinava scivolando sull’acqua, erano due grandi occhi spiritati che scintillavano nella notte come due fuochi accesi.

Un brivido di terrore attraversò le membra del ragazzo. Chi era quel demone che si avvicinava così rapidamente? Che cosa voleva da loro?

«Non temere», disse a questo punto l’albatros, «quello è il traghettatore che ci porterà sull’altra sponda. Quando egli avrà attraccato la sua barca, tu cantagli tre volte quel ritornello della canzone che lo riguarda, e vedrai che tutto andrà bene»

«Quale ritornello?», domandò il ragazzo, che la paura aveva confuso alquanto.

«Quello che racconta del Vecchio dagli Occhi di Brace e di come egli abbia traghettato i due visitatori. Ricordi?».

Il ragazzo tacque terrorizzato. La paura gli aveva bloccato la memoria. Non ricordava più nulla! Come avrebbe fatto?

Il Vecchio frattanto aveva attraccato la sua barca al piccolo molo ai piedi del ragazzo, era sceso a terra con un balzo e ora gli si parava dinnanzi con uno sguardo minaccioso. Il ragazzo chiuse gli occhi per non vedere. Le sue mani meccanicamente andarono allo strumento che portava a tracolla, le dita sfiorarono le corde inavvertitamente e ne trassero un accordo. Era l’accordo giusto! La fortuna lo aveva aiutato! Subito quell’accordo fece rammentare al ragazzo anche gli altri che lo seguivano, e poi le parole e le intonazioni ... Era come un pescatore che avesse gettato in mare una rete e poi gli fosse sfuggita di mano: con un arpione scandaglia le acque a caso, finché non aggancia un punto preciso della rete, ed ecco che tirando se ne viene a galla anche tutto il resto!

Quando il ragazzo riaprì gli occhi si ritrovò seduto sul fondo della barca, nel bel mezzo del Fiume. La sua guida se ne stava appollaiata a prua, e si lisciava le piume col becco. Il Vecchio dagli Occhi di Fuoco invece era a poppa, alle sue spalle, e remava lentamente, muovendo nell’aria un invisibile remo. La barca scivolava veloce sul pelo d’acqua senza fare rumore. Il ragazzo allora si sporse da un lato della carena e guardò verso il basso. Quelle acque scure e immobili non riflettevano alcuna immagine: né la sua, né quella dello scafo, né quella del Vecchio, e neanche quella dell’albatros, che pure era così luminosa.

Il ragazzo non fece in tempo a chiedere spiegazione di quella stranezza che già la barca era approdata e il Vecchio Barcaiolo dagli Occhi di Brace lo invitava a sbarcare.

Quella porzione di pianura era ancora più spaventosa di quella che si erano lasciati alle spalle. Oltre alle ombre, era popolata da spiriti e animali orripilanti. Ovunque si udivano grida agghiaccianti e si scorgevano corpi deformi. C’erano donne con i musi di cagne o i capelli di serpi che si agitavano e ansimavano, uomini con la testa di toro o le zampe di capra che correvano in cerchio, uccelli rapaci con la testa di leone o di serpente che volteggiavano senza peso ed infiniti altri mostri d’inquietudine che sconcertarono il cuore del ragazzo.

E poi c’erano uomini che sembravano condannati a misteriose pene atroci.

A un uomo incatenato ad una roccia un’aquila feroce divorava continuamente il fegato che continuamente si riformava. Un altro uomo spingeva su per un dirupo a gran fatica un enorme masso, e, quando stava per giungere alla sommità, immancabilmente questo gli sfuggiva di mano e rotolava a valle, così che il pover’uomo doveva ricominciare tutto da capo. Un terzo miserabile giaceva in una pozza d’acqua, sommerso fino al collo, con un ramo di frutti che gli pendeva sopra il capo sfiorandogli la fronte, ma non appena costui, affamato e assetato, allungava una mano verso i frutti, il ramo si ritraeva, così come, non appena abbassava il mento per bere, simultaneamente il livello dell’acqua scemava, sicché non gli riusciva né di bere né di mangiare.

La vista di questi poveri disgraziati fece riflettere il ragazzo sulla sua analoga disgrazia. Anch’egli una volta si era trovato sul punto di portare alle labbra un fiore profumato, ma nell’istante in cui stava per baciarlo questo gli era sfuggito di mano. E da allora ogni volta che aveva socchiuso gli occhi per cantare la sua triste storia, aveva nuovamente assaporato quella medesima sensazione, come se la sua amata fosse stata ancora viva, davanti a lui, pronta a sposarlo, per poi ogni volta riaprire gli occhi e riprovare la bruciante delusione di quando l’aveva vista morire …

Questo pensiero commosse profondamente il ragazzo e gli fece ancora una volta sgorgare dal cuore il desiderio di rinnovare il suo canto. Era l’unico modo che aveva per dimostrare a quei disgraziati il suo sincero sentimento di comunione. Egli sarebbe stato un diseredato tra quei diseredati, un uomo che soffre nel Regno della Sofferenza.

Così il ragazzo si tuffò nel pozzo oscuro della sua malinconia e questa volta sprofondò fino a toccarne il fondo, per poi risalire portando nelle mani e sulla bocca i doni divini della musica consolatrice. Quei mostri orripilanti arrestarono la loro corsa inarrestabile e si misero in ascolto. L’uomo immerso nella pozza riuscì per un istante ad afferrare il ramo e così si fermò ad ascoltare. A quell’altro il masso si incagliò in una asperità della roccia e così rimase sospeso, lasciando a quel poveretto un istante di tregua. Anche l’aquila divoratrice sollevò il capo da quel suo triste banchetto e stette ad ascoltare quella musica incantatrice risparmiando per un poco a quell’altro succube incatenato la sua razione di dolore.

 

 

IL GRANDE SOGNO IV - Il ritorno di Euridice

 

«Le divinità dell’Oltretomba hanno ascoltato la tua storia e si sono commosse, così mi hanno concesso di tornare con te nel Mondo della Luce, ad una condizione …».

La Valle dell’Ombra riecheggiava degli ultimi versi cantati dal ragazzo, mentre le sue mani traevano dalla cetra gli ultimi arpeggi.

Il ragazzo aveva ancora gli occhi chiusi quando sentì i polpastrelli di una mano gelida sfiorargli le palpebre. Una voce di donna, leggera come un alito di vento, gli sussurrava all’orecchio parole che il ragazzo in un primo momento non afferrò. Ma il timbro di quella voce lo colpì nel profondo. I ricordi zampillarono dalla cavità del suo cuore come acqua di sorgente che scaturisce dalla roccia e si riversa a fiotti verso valle. Quella voce di ragazza era inconfondibile per lui, eppure egli non poteva credere alle sue orecchie. Possibile che fosse davvero lei? Possibile che lei gli stesse dinnanzi, e che quel tocco leggero sulle sue palpebre chiuse fosse quello delle sue dita di rosa?

Il ragazzo esitò. Ebbe timore che fosse solo un sogno, un’illusione, un’allucinazione dei suoi sensi alterati per via del lungo cammino e delle forti emozioni, oppure il tiro mancino di un qualche spirito burlone.

La voce intanto continuava a parlare: «La condizione che le divinità dell’Oltretomba pongono, affinché io possa tornare alla vita e restarti accanto fino alla fine dei tuoi giorni, è che ora tu non apra gli occhi per guardarmi, e che in seguito, durante la risalita, tu mi preceda senza mai voltarti fino a che sarò uscita da questo Mondo di Tenebra e non abbia rivisto la luce del sole».

No, non poteva sbagliarsi. Era proprio la sua voce. Anche se pareva venire da molto lontano, e c’era nel suo tono come una lieve incrinatura, un impercettibile distacco, come un leggero strato di polvere o di brina che la copriva, come un velo. Ma anche se avesse voluto, il ragazzo non avrebbe potuto verificare. Le condizioni che gli Dei della Notte gli imponevano era chiara: non la poteva guardare. Doveva fidarsi. Lei, la sua innamorata era lì, davanti a lui. Sentiva il ritmo lento e regolare del suo respiro. La punta delle dita di lei sfiorava i suoi occhi socchiusi. Se egli avesse allungato una mano forse avrebbe potuto toccarla. Per un istante fu fortemente tentato di farlo, ma non lo fece. Le condizioni in proposito non erano esplicite. Non poteva guardarla, d’accordo. Ma, toccarla?

Un dubbio improvviso gli attraversò la mente: e se fosse stata soltanto un’ombra evanescente? E se una volta tornati alla luce si fosse dissolta come neve al sole? No, non era possibile. Egli aveva sentito il tocco delle sue dita sugli occhi. Le ombre, si sa, non hanno mani, per toccare. Lei era lì, davanti a lui. E lo avrebbe seguito passo dopo passo sulla via del ritorno. Doveva fidarsi. Il ragazzo si alzò, si voltò. Poi chiese sottovoce: «Sei dietro di me? Posso aprire gli occhi?».

La voce rispose con un soffio leggero: «sì».

Il ragazzo allora aprì gli occhi, e subito scrutò davanti a sé in cerca della sua guida alata.

L’albatros se ne stava tranquillo, appollaiato sul ramo d’una quercia scarnificata, in compagnia di alcuni avvoltoi e di altri strani volatili dal corpo di donna. Subito quel grande uccello luminoso si levò in volo prendendo la via del ritorno. Il ragazzo si mosse per raggiungerlo, prestando però attenzione a quanto accadeva alle sue spalle. Sentì un fruscio di passi strascicati che lo seguiva e questo lo tranquillizzò.

Giunti alla barca del Vecchio dagli Occhi di Fuoco egli prese posto a prua a fianco dell’albatros, e poi tese l’orecchio all’ascolto. Il Vecchio Traghettatore esitò qualche istante prima di slegare la cima dell’attracco, finché al ragazzo non parve di sentire un impercettibile scricchiolìo, come se uno scricciolo col suo peso leggerissimo, si fosse posato sulla barca. Subito l’imbarcazione si staccò dalla riva e scivolò sul pelo dell’acqua allo stesso modo silente e misterioso dell’andata. Il ragazzo che non poteva voltarsi, s’immaginò che il Vecchio Barcaiolo ripetesse allora gli stessi gesti a vuoto del primo attraversamento. Accanto a lui c’era lei, la sua ombra, il suo fantasma.

Il ragazzo guardò da sopra la spalla destra appena dietro di lui l’acqua scura di quel fiume immobile nella speranza di scorgere riflessa l’immagine di lei. Egli aveva dimenticato che nel Regno dell’Ombra non ci sono specchi, e anche l’acqua da quelle parti inghiotte le immagini senza restituìrle mai.

La risalita fu quanto mai penosa per il ragazzo. Il suo sguardo correva come un cane randagio avanti e indietro dalla punta dei suoi piedi fino alla sagoma luminosa dell’albatros che lo precedeva, ma l’udito s’attardava e non poteva staccarsi da quel rumore di passi strascicati che lo seguiva da vicino. Avrebbe voluto cantare, affinché il tempo scorresse più veloce e senza affanni, come aveva fatto all’andata, ma questo gli avrebbe impedito di ascoltare. Così il cammino di ritorno fu lungo e silenzioso, e il suo cuore stretto in una morsa di angoscia mortale. Lei lo seguiva con un passo lento e cadenzato, troppo lento per la smania di lui di riaffiorare alla luce e poterla finalmente guardare.

Numerose volte egli s’era dovuto fermare di colpo, in silenzio, e restare in trepidante attesa lungo interminabili istanti finché quel suono di passi strascicati non aveva di nuovo colpito il suo udito e allentato così la stretta del cuore.

Quando furono ormai giunti all’imboccatura della Grotta del Mostro a tre teste, un dubbio improvviso attraversò la mente del povero ragazzo. Perché mai lei lo seguiva con passo così strascicato?

La luce del giorno si riversava nell’antro della Grotta dalla grande apertura.

L’albatros era scomparso alla vista. Probabilmente li aspettava fuori, facendo ampie evoluzioni nel cielo azzurro, all’aria aperta. Il ragazzo corse fuori di slancio, ma alle sue spalle non udì alcun rumore. Lei si attardava. Perché mai lo seguiva con passo così strascicato?

Lui si voltò per guardare.

L’ombra di Lei, che ormai si stagliava nell’arco della grotta nell’atto di attraversarlo, fu risucchiata come in un vortice dalle tenebre che stavano alle sue spalle.

Invano egli cercò d’afferrarle la mano.

 

 

RISVEGLIO

 

Il Garzone si risvegliò di soprassalto gridando a squarciagola: «Euridice! Euridice!».

Emerse dal flusso turbinoso di quell’incubo spaventoso come un naufrago nella tempesta che riuscisse a riaffiorare disotto una valanga d’acqua con uno sforzo immane e disperato. Così se ne stava seduto sul suo giaciglio con gli occhi sbarrati, ansimando e tremando come una foglia al vento.

Che cosa significava quel sogno? Dove aveva già visto tutte quelle scene, tutte quelle immagini inquietanti e al tempo stesso così affascinanti? E poi perché si era svegliato gridando quel nome?

Un turbine di domande mulinava nella sua testa, mentre egli, sforzandosi di regolarizzare il ritmo impazzito della sua respirazione, si era di nuovo disteso e aveva richiuso gli occhi. Le immagini di quel sogno allucinante ripassavano davanti ai suoi occhi in rapida successione, come le illustrazioni di un libro sfogliato da un lettore frettoloso … come le pagine di un libro riletto per la seconda volta … A questo punto il ragazzo rivide mentalmente una mano, la sua mano che sollevava ad uno ad uno i lembi di un mucchio di tappeti accatastati. I tappeti del Vecchio! Ecco dove aveva già visto le immagini di quel sogno meraviglioso! Quel sogno era come un catalogo delle opere eseguite dal Vecchio in tutti quegli anni, era un filo di quelle robusti che ricuciva tutti quei tappeti, quegli arazzi in un unico, grande affresco.

Mentre pensava a tutto questo un vago senso di inquietudine lo pervase dalla testa ai piedi. Ebbe la netta sensazione di avere già vissuto quel momento, e di avere già pensato quello che ora gli era parso di pensare per la prima volta. Come se l’avesse vissuto in un’altra vita precedente e al tempo stesso parallela a quella sua presente. Tuttavia la dirompenza della scoperta fatta grazie a quel sogno emozionante fu tale da distoglierlo immediatamente da quella sensazione così intensamente imbarazzante. Il Garzone concentrò la sua attenzione sull’intreccio di quel lungo sogno, rivide l’intera sequenza delle immagini più volte nella sua memoria, mentre stringeva forte i pugni, nello sforzo tenace di trattenere ogni parola, ogni gesto, ogni minimo dettaglio di quell’incredibile storia. Tutti i lavori del Vecchio insieme formavano un labirinto ermetico ed intricato, ed egli era entrato in possesso di una preziosissima piantina che gli avrebbe permesso di penetrarlo e visitarlo a suo piacimento; pertanto per nulla al mondo si sarebbe lasciato sfuggire di mano quella formidabile occasione. Per cui soltanto quando ebbe ripetuto in cuor suo quella teoria di immagini e parole così tante volte da essere sicuro di non dimenticarla, ebbene soltanto allora prese a raffrontare mentalmente ogni passaggio di quella storia con i disegni del Vecchio che conosceva a memoria. E tale raffronto sistematico confermò punto per punto quella sua iniziale, felice intuizione. Tuttavia alla fine un dubbio gli rimase, come un tarlo che in continuazione gli rodeva la mente: perché s’era svegliato gridando quel nome? A questa domanda non gli riusciva di trovare risposta. Ma per il resto tutto quanto quadrava. Dal primo tappeto, che aveva visto molti anni prima, fino all’ultimo, alla cui esecuzione aveva assistita personalmente nel corso della notte precedente, ebbene tutte quelle immagini, dalla prima all’ultima, trovavano corrispondenza in singoli snodi di quella triste storia che aveva sognato.

 

 

SEMPRE LA STESSA STORIA

 

Il Vecchio se ne stava seduto davanti al telaio, in silenzio, le mani frementi posate nel grembo, il capo reclinato. Sembrava molto stanco in quel momento, e soprattutto vecchio, molto vecchio.

La luce dell’alba penetrava dal portone spalancato e inondava il magazzino. La porta dello sgabuzzino del Vecchio era socchiusa.

Nell’angusto stanzino uno spicchio di tenue luce riflessa tagliava in due lo spazio per andare ad illuminare di un vago lucore azzurro le mani tremolanti del Vecchio che ora si erano levate a sfiorare il telaio.

La vecchia rassettava il magazzino. Nuvole di pulviscolo si sollevavano da ogni oggetto che toccava, spostava, o spolverava. Passando davanti alla porta dello sgabuzzino parve d’intravedere la sagoma del Vecchio seduta davanti allo scheletro del telaio vuoto.

«Sei di nuovo al lavoro?», lei gli chiese allora, da fuori la porta, ma non ricevette risposta. Allora si affacciò nella stanza rinnovando la domanda.

Il Vecchio scosse il capo canuto tutto sconsolato, ripetendo più volte sottovoce: «Non più, non più …».

«Le mani …?», chiese la vecchia tradendo una forte emozione.

«Ma ieri sei riuscito a lavorare tutta la notte ininterrottamente …», protestò timidamente la vecchia.

«È stato il canto del cigno», ribadì il Vecchio.

«Potresti comunque provare …».

«Inutile. Quello di ieri è stato il mio ultimo tappeto».

«Il primo e l’ultimo», disse a questo punto il ragazzo affacciandosi nello stanzino.

La vecchia si volse a guardarlo stupita.

«Sono contento che tu l’abbia riconosciuto; non era facile», disse il Vecchio, e poi, dopo una breve riflessione, aggiunse: «Non sapevo che tu l’avessi visto. Se non ricordo male, tu venisti a bottega da me diverso tempo dopo».

Allora il ragazzo raccontò al Vecchio di come egli si trovasse al Palazzo, sotto il Porticato dell’Ala Occidentale, quando il Maestro per la prima volta aveva mostrato in pubblico un suo capolavoro; e raccontò di come avesse deciso proprio in quell’occasione di diventare suo allievo, anche se poi svariate vicissitudini gli impedirono di attuare prontamente quel suo proposito.

«Quei due tappeti sono molto diversi tra loro. Come hai fatto a capire che si trattava della stessa scena?».

«Mi sono ricordato del Grande Arazzo dell’Ala Occidentale del Palazzo. È dall’intreccio di quell’arazzo, che deriva il disegno di quei due tappeti, non è vero?».

Il Vecchio annuì. Poi aggiunse: «I miei tappeti sono molto differenti tra loro per forma, colori, immagini. Infatti, nessuno si è mai accorto che in tutti questi anni io ho continuato a raccontare …».

Il Vecchio si arrestò a metà della frase, come se cercasse l’espressione giusta per esprimere quello che aveva in mente. Allora il ragazzo intervenne suggerendo al Maestro la conclusione: «… sempre la stessa storia».

«Esatto!”», esclamò il Vecchio, «Io in tutto questo tempo ho raccontato sempre la stessa storia». Poi si arrestò un istante riflettendo. Non pensava che il ragazzo fosse andato così avanti nella comprensione del suo lavoro, e questa scoperta lo rallegrò profondamente.

«Ormai la gente non presta più attenzione alle storie che si raccontano», aggiunse il Vecchio. «Interessano soltanto i colori, la qualità dei tessuti, la loro resistenza alle sferzate del tempo. I contenuti non importano più a nessuno. La gente bada solo alla superficie, alla materia: guarda alla vivacità delle tinte, affinché l’occhio sia piacevolmente colpito, e si preoccupa della consistenza dei fili dell’intreccio, affinché il prodotto possa durare negli anni. Per carità, si tratta di preoccupazioni più che legittime; tuttavia, tutta questa gente non capisce che una buona storia colpisce molto più in profondità di un bel giallo sgargiante, e, soprattutto, una buona storia continua a vivere anche quando l’opera che la racconta è completamente rovinata, logora, consunta. Ora tu sei il primo in tanti anni che sento pronunciare la parola “storia”. Io stesso ormai osavo sussurrarla soltanto nel più intimo della mia solitudine. Temevo di non essere compreso ad usarla con un altro essere umano, e di essere quindi deriso. Ma dimmi, ragazzo mio, come ti sei accorto che si trattava sempre della stessa storia?».

«È stato in sogno, Maestro», risposte il ragazzo.

«In sogno?!», chiese meravigliata la vecchia che aveva ascoltato il dialogo tra il Maestro e l’Allievo con grandissima attenzione.

«I sogni sono la trama della vita», disse il Vecchio sorridendo. Poi stette ad ascoltare con pazienza il lungo racconto che fece il ragazzo a proposito di quel meraviglioso sogno rivelatore che aveva sognato nella notte appena trascorsa.

«Soltanto una cosa non capisco», disse il ragazzo, una volta ultimato il racconto,«perché mai mi sono svegliato gridando quel nome…»

«Quale nome?»

«Euridice».

«Davvero non lo sai?» chiese il Maestro meravigliato. Poi aggiunse: «Quella che tu hai sognato questa notte è la storia di Orfeo e di Euridice. Euridice è la fanciulla che muore per il morso di un serpente nascosto nell’erba lungo il fiume; ed Orfeo è il poeta innamorato di lei che con la forza incantatrice delle sue canzoni commuove le Divinità dell’Ade e ottiene di riportare la sua amata nel Mondo dei Vivi. È una storia antica che cominciarono a cantare i poeti moltissimo tempo fa in una terra lontana e in una lingua misteriosa … Quella terra lontana era la mia terra».

«Ma perché, Maestro, tu racconti proprio questa storia? Ce ne saranno state anche altre di storie antiche che si raccontavano al tuo paese…».

«Quando ero un giovane garzone di bottega, proprio come te, passavo di maestro in maestro. I primi tempi facevo rapidi progressi, finché mi pareva di essere sul punto di scoprire il segreto dell’arte del mio maestro. Allora accadeva sempre un qualche incidente, un intoppo, per cui mi ritrovavo al punto di partenza. Così cambiavo bottega e maestro e ricominciavo tutto da capo. Di nuovo rapidi e promettenti progressi finché mi pareva di essere di nuovo alle soglie d’una qualche grande rivelazione, e allora di nuovo qualche accidente mi riscaraventava punto a capo, davanti alla porta di un nuovo maestro. In quei tempi facevo brutti sogni, proprio del tipo del tuo incubo di questa notte. Così giurai a me stesso che semmai fossi riuscito ad imparare l’arte del tessitore, non avrei comunque mai dimenticato quel periodo di difficoltà e frustrazioni. Credo che sia per questo che racconto sempre la stessa storia, perché, oltre ad essere una bella storia, è la storia di una sconfitta».

«Ma alla fine, Maestro, tu non ne sei uscito sconfitto …», disse il ragazzo che aveva seguito la spiegazione con molto interesse e partecipazione.

«Tu credi? Guarda le mie mani. Le vedi? Fremono come le ali dell’albatros che hai sognato».

Il Vecchio e il Ragazzo continuarono a lungo la loro conversazione. La Vecchia ben presto si stancò di starli ad ascoltare e riprese a rassettare il magazzino, ma ogni tanto si fermava ad ascoltare, e per tutto il giorno sentì provenire dallo sgabuzzino, a ondate regolari, il flusso continuo di quella conversazione ininterrotta.

La sera stessa il ragazzo, ormai diventato uomo, si sedette davanti al telaio, al posto lasciato libero dal Maestro, e iniziò a lavorare al suo primo intreccio, seguendo per filo e per segno le indicazioni del Vecchio.

Ma non fu facile. Molte volte la spola gli cadde di mano, il filo si ingarbugliò, e dovette riprendere tutto da capo, disfacendo il già fatto. No, non fu affatto facile. Più volte fu sul punto di mollare, scoraggiato da una lunga teoria di insuccessi. Egli aveva compreso moltissime cose in quegli anni di bottega, e certamente aveva delle qualità: tuttavia adoperare con padronanza e precisione quella spola maledetta che sfuggiva continuamente di mano come un pesce guizzante, ebbene questo non era affatto facile. Egli, tutto sommato, se la cavava egregiamente nella prima parte del lavoro, quella che secondo la tecnica creata ed affinata dal Vecchio consisteva nell’abbozzare le figure della scena. Ma quando si trattava di passare alla seconda fase e di intrecciare i fili per comporre lo sfondo, il paesaggio e tutta la serie degli elementi marginali… ebbene lì cominciavano le complicazioni. Il ragazzo perdeva continuamente il filo e continuamente doveva disfare tutta quella parte e ricominciare da capo.

In un angolo del magazzino cominciarono ad accumularsi tappeti ed arazzi incompiuti, lasciati a metà. Ben eseguiti quanto alla tessitura delle figure, ma incompleti.

E il ragazzo per poter diventare davvero un maestro a lungo dovette applicarsi, provando e riprovando, seguendo i consigli del Vecchio o facendo di testa sua, finché un bel giorno accadde che …

Ma questa è un’altra storia …

 

 

Provando e riprovando

 

«Maestro, la canzone!»

«Come dici?»

«Maestro, deve insegnarmi la canzone! Sennò sarà tutto inutile.»

Il vecchio rimase a lungo in silenzio, assorto. Il ragazzo aveva ragione. Già da qualche tempo era giunto anche egli alla medesima conclusione. Lo aveva sentito arrabattarsi invano al telaio, di notte. E quando chiedeva alla moglie come procedessero quei primi tentativi del suo allievo, la Vecchia dava risposte evasive. Non era capace di dire al maestro che l’allievo prediletto si stava dimostrando per ora un inetto. Ma neppure era capace di mentire.

«Non so perché, ma sento che la canzone è la chiave di tutto. Dev’esserci qualcosa di magico…»

«Nessuna magia. è solo un fatto di respirazione».

«Respirazione?»

«Cantare ti costringe a regolare la respirazione in un certo modo, per poter emettere il suono, controllarlo e arrivare alla fine della strofa, dove puoi rifiatare. Regolando la respirazione regoli anche il ritmo dell’azione che stai compiendo e le mani al telaio scorrono sicure sull’onda della musica. è una questione di armonia. E di concentrazione. In questo anche la scelta della canzone aiuta molto. La musica ha un potere enorme. Ma tu questo l’hai già scoperto in sogno. Io, ad esempio, canto sempre la stessa canzone…».

«La canzone di Orfeo ed Euridice… La canzone del sogno!»

«Infatti con i miei lavori racconto sempre la stessa storia».

«La storia di Orfeo ed Euridice… Me la insegna?»

«Che cosa? La storia o la canzone?»

 

Così per un certo tempo chi fosse passato di sera sotto le finestre della casupola del Vecchio Tessitore sarebbe rimasto sconcertato: «La bottega del Vecchio Maestro Tessitore dev’essersi trasferita, e in questa catapecchia hanno aperto una scuola di canto…», avrebbe detto l’ignaro passante, poiché mai e poi mai gli sarebbe passato per il cervello il balzano pensiero che per fare un bel tappeto bisognasse saper cantare.

Ma questo sarebbe accaduto solo nelle sere dispari, poiché se l’ignaro passante fosse passato nelle sere pari avrebbe pensato che era una scuola di lingue quella che si era trasferita al posto della bottega artigiana e non una scuola di canto. Infatti mentre nelle sere dispari il Vecchio insegnava al ragazzo la famosa canzone, nelle sere pari la Vecchia spiegava al ragazzo il significato di quelle parole strane di cui la canzone si componeva. Perché non si può cantare bene, dando la giusta interpretazione, se non si conosce il significato di quello che si canta. E perché le lezioni fossero più efficaci la Vecchia scrisse tutta la canzone incidendola su di una tavoletta di legno, e sul retro di quella tavoletta incise l’alfabeto di quella lingua misteriosa, facendo un disegnino accanto ad ogni lettera, perché il ragazzo ne memorizzasse più facilmente il suono: un arazzo accanto alla “A”, un berretto accanto alla “B”, una giacca accanto alla “G”, e così via fino alla doppia “O” che era l’ultima lettera. Il ragazzo si portava sempre dietro quella tavoletta quando era in giro per commissioni, così poteva ripassare durante le soste o nei momenti di attesa. E tutte le sere pari, curvo su quella tavoletta al lume di una lanterna, ripeteva sottovoce le parole della canzone che subito dopo, curvo sul telaio nel cuore della notte, provava a cantare piano piano, mentre cercava di tessere le sue prime opere…

Certo in quei giorni cruciali del suo apprendistato il ragazzo dormiva ben poco, e spesso di giorno se ne andava in giro come un sonnambulo, con lo sguardo appannato. E talvolta poteva capitare che si scordasse di qualcosa… Una volta capitò ad esempio che fece due volte lo stesso lavoro: si trattava di una serie di telai e di cornici… Da qualche tempo infatti si era imposta la moda di incorniciare gli arazzi per appenderli alle pareti delle case. E così il Garzone del Vecchio era stato incaricato, non soltanto di andare tutte le settimane a prendere le assicelle di legno necessarie, ma anche di realizzare con le sue mani cornici e telai, e di fissare gli arazzi ai telai costruiti, e di applicare le cornici agli arazzi intelaiati. Una mattina dunque, dopo aver passato la notte precedente in bianco lavorando ad un arazzo, il ragazzo si mise al lavoro per costruire sette telai ed altrettante cornici. Intanto continuava a pensare all’arazzo rimasto incompiuto la notte precedente. Quand’ebbe finito d’inchiodare ed incollare, portò le sette cornici e i relativi telai fuori sotto il porticato della veranda, affinché la colla asciugasse meglio. Quindi tornò nel magazzino e si mise a rassettare la catasta delle assi e dei travetti, continuando a pensare all’arazzo incompiuto. Quand’ebbe finito di risistemare il legname, come se nulla fosse, cominciò ad estrarre il materiale per realizzare sette telai ed altrettante cornici e si mise al lavoro.

Venne l’ora di pranzo, la Vecchia lo chiamò: «A tavola, è pronto!»

«Non ho finito ancora. Mangerò più tardi», rispose il ragazzo, e poi pensò: «Strano, sono più lento del solito…». Quindi si diede da fare con lena maggiore e in capo a mezz’ora aveva finito.

Quando aprì la porta del magazzino per portare fuori le cornici e i telai ad asciugare, vide sulla veranda sette telai e sette cornici identici a quelli che stava per trasportare.

Si fece una bella risata e pensò: «Tanto meglio, lavorerò meno la prossima settimana!»

Ma questa non fu l’unica volta durante quel periodo così intenso del suo apprendistato in cui il ragazzo si scordò qualcosa.

 

 

 

un piccolo contrattempo

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A causa di quella nuova e dilagante moda d’incorniciare gli arazzi il ragazzo si recava spesso nella contrada degli artigiani per acquistare da Mastro Falegname il legname necessario.

In una di quelle occasioni accadde un piccolo contrattempo.

Il giovane garzone giunse alla casa del falegname nel giorno e nell’ora convenuti.

«Devi scusarmi, ragazzo, ma ho avuto problemi con la pialla e sono riuscito a sistemarla soltanto adesso. Devo ancora finire di piallare le tue assicelle di abete per i telai… Ti dispiace aspettare una mezz’oretta?»

Il ragazzo si guardò attorno inquieto, esitò un istante prima di dare una risposta. Temeva ci fosse in giro la figlia del falegname, e l’idea di dover aspettare mezz’ora in compagnia di quella indecifrabile creatura lo metteva decisamente in imbarazzo…

« Potresti scendere al ruscello ad aspettare, così ti riposi e ti rinfreschi un poco», aggiunse Mastro Falegname.

«D’accordo… Ci vediamo più tardi…», rispose il ragazzo, prendendo la palla al balzo e cogliendo così l’occasione per togliersi di mezzo.

La figlia del falegname intanto aveva spiato la scena da una fessura tra le assi di faggio della porta della cucina, e qualche minuto dopo l’uscita del ragazzo dalla falegnameria si era affacciata alla porta, come se niente fosse, e aveva detto al babbo: «Vado in paese per delle commissioni! Ci metterò un paio d’ore…», ed era uscita canticchiando.

La strada per il paese, guarda caso, passava lungo il ruscello…

Quando giunse nelle vicinanze del luogo dove si era appartato il ragazzo, la ragazzina fu colpita da un suono lento e melodioso che saliva a folate dalle sponde del piccolo corso d’acqua e sovrastava il monotono fruscio dell’acqua sui sassi. Una voce bassa e dolce, malinconica, che pareva sorgere dalle cavità della terra… La ragazzetta si fermò incuriosita. C’era qualcun altro al ruscello oltre al ganzo del Vecchio Occhio di Falco… Chi poteva essere? Una voce così bella e suadente non l’aveva udita mai. Doveva trattarsi della voce di una persona molto vecchia, una voce carica di anni e anni, impastata dei colori di mille storie vissute.

La voce pareva provenire da sotto un salice piangente. La ragazza si avvicinò lentamente, scivolando tra i cespugli e i piccoli arbusti che crescevano lungo le sponde… Quando fu abbastanza vicina da poter intravedere tra le fronde reclinate dell’albero chi fosse che cantava così soavemente rimase di sasso…

«Ma si tratta del ganzo del Vecchio Occhio di Falco!! », pensò tra sé la ragazzina, «L’avevo detto io che era sganzurlo il tipo… sganzurlo e fascinifico… Ma che curiosa canzone… Chissà in che lingua è … E quella tavoletta che tiene tra le mani? E ora che fa? Si sta addormentando… Forse la canzone era una specie di ninna nanna… Be’ sta facendo effetto direi… Tanto meglio, così posso avvicinarmi un po’ di più e vedere meglio quella strana tavoletta di tiglio… parrebbe esserci inciso qualcosa…».

«Ragazzo!! Ragazzo, dove sei? ». All’improvviso la voce del falegname risuonò tra le sponde.

«Accidenti, mio padre!», pensò la ragazza e si nascose prontamente in un cespuglio.

Il ragazzo balzo in piedi all’istante e corse in direzione dell’uomo che lo cercava, passando proprio accanto al cespuglio dove se ne stava acquattata la ragazzina…

«Meno male, non mi ha visto…».

Pochi istanti dopo la ragazzina era già sulla strada che conduce al paese e il garzone e il falegname sull’uscio della bottega. Ma certo per tutta la giornata e per quella appresso la ragazzina non poté togliersi di mente il pensiero di quella strana canzone né quel frullo nello stomaco, quell’oscura sensazione mista d’inquietudine e dolcezza che il timbro inaspettato della voce del ragazzo le aveva provocato. Finché accadde che casualmente si trovò a passare nuovamente lungo il ruscello, dalle parti di quel salice piangente…

 

 

 

luci ed ombre

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Chissà, forse non fu un caso se la ragazzetta, due giorni dopo l’accaduto, passò di nuovo in quel luogo. Forse fu il destino. Oppure un desiderio inconscio. O forse ancora un oscuro presentimento…

Fatto sta che due giorni dopo passò di là, e per terra, nell’erba, accanto al luogo dove il ragazzo era rimasto disteso, addormentato per qualche minuto, la ragazzina trovò qualcosa…

«La tavoletta!! Dev’essergli caduta mentre saltava in piedi e correva verso mio padre… Che razza di geroglifici!! Chissà dove ha imparato questa lingua misteriosa… E chissà che significava quella canzone… Era così triste! Strano però, a me lui non sembra un tipo triste… Forse un po’ timido, un po’ impacciato… Be’ si, decisamente un imbranato… Un vero e proprio strafalcico… Anche se non sembrava affatto un imbranato quando cantava… sembrava un altro… Bisognerà che gli restituisca la sua tavoletta…».

E il pensiero di aver un così valido motivo per poterlo rivedere al più presto, chissà perché la fece segretamente arrossire.

Nel frattempo la situazione del giovane garzone era precipitata. Erano passate parecchie settimane da quando con in mano la sua lanterna aveva varcato la soglia dello sgabuzzino dove il Vecchio lavorava, aveva imparato perfettamente la canzone, ne conosceva il significato e la cantava stupendamente… eppure quando si sedeva al telaio e si metteva a lavorare alla trama e all’ordito, tutto procedeva speditamente per la prima parte, finché si trattava di tessere la silhouette delle figure, ma quando si passava alla seconda fase della tecnica del vecchio Cieco, che consisteva nel tirare tutti i fili fino a comporre lo sfondo, ebbene a quel punto il ragazzo si perdeva, non riusciva a venirne a capo… Così in un angolo del magazzino si andavano ammucchiando una gran quantità di opere incompiute, perfettamente tessute fino a metà: scene con figure senza sfondo, personaggi senza alcun paesaggio…

«Che senso ha costruire perfettamente i mobili di una casa, se poi non c’è nessuna casa per contenerli? », pensava il ragazzo e l’amarezza invadeva il suo cuore.

Così due giorni dopo essere stato dal Maestro Falegname si decise a fare un ultimo, definitivo tentativo.

Più volte per giustificare i suoi insuccessi aveva accusato la stanchezza, il fatto di lavorare sempre a notte fonda, al fioco lume di qualche candela smoccolante, con gli occhi che bruciavano dal fumo e dal sonno arretrato…

«Questa volta provo al mattino, di giorno. Ben riposato, dopo una notte passata a dormire. Me lo posso permettere: quei sette telai ed altrettante cornici fatte in più la settimana scorsa mi concedono mezza giornata di vantaggio sulle mie incombenze…». Questo fu quello che si disse la sera prima del fatidico giorno. E se ne andò a dormire.

Così due giorni dopo essere stato dal Maestro Falegname il ragazzo era seduto al telaio di primo mattino, deciso a fare un ultimo tentativo. Ma nulla. Il risultato fu quello di sempre: un’opera incompiuta.

Nel pomeriggio il ragazzo sbrigò tutte le consuete faccende con un insolito, cupo mutismo. La sera radunò tutte le sue opere incompiute sulla veranda. Poi aspettò che il Vecchio e la Vecchia andassero a letto, quindi accese un fuoco nel cortile, deciso a fare un falò di tutti quei suoi arazzi e tappeti non finiti…

Si trattava di un funerale.

Qualcuno gli aveva raccontato che un tempo, in una terra lontana, gli uomini quando morivano venivano portati su di una catasta di legna e bruciati: in quel modo, attraverso l’azione del fuoco purificatore, trasformati in cenere e fumo, potevano salire in cielo e raggiungere le dimore dei Beati tra le nuvole.

Chissà, forse qualcosa di simile poteva accadere anche a quei suoi lavori incompiuti. Forse lassù, tra le nuvole, c’era anche un paradiso delle idee, dei sogni irrealizzati.

E siccome si trattava di un funerale decise di intonare un canto, un lamento funebre. E l’unica canzone che conosceva era quella di Orfeo ed Euridice. Così si mise a cantare quella con una voce così triste da commuovere un demone dell’Inferno. In un modo che non sarebbe dispiaciuto neppure allo stesso Orfeo, se davvero fosse mai esistito.

Le opere incompiute erano state disposte una accanto all’altra in bella mostra sotto il porticato, nell’ordine in cui le scene rappresentate si dispiegano nella canzone. In effetti erano molte: ventidue, per la precisione. Una per ogni strofa.

A questo punto il ragazzo decise che non potevano finire così. Avevano il diritto almeno di una parata. Un corteo funebre. Una prima ed ultima sfilata. Almeno davanti ai suoi occhi.

Non c’è funerale senza corteo funebre.

Fu proprio in quell’istante che la ragazzina arrivò alle viste della baracca del Vecchio Cieco.

 

La figlia del falegname aveva aspettato che suo padre se ne andasse a dormire. Quindi aveva aperto la finestra della sua stanza e si era calata aggrappandosi ai rami ricurvi di un vecchio pruno che col tempo era cresciuto a ridosso della casa. Sapeva che il giovane allievo del Vecchio Occhio di Falco passava le notti lavorando nel magazzino. A lei lo aveva raccontato una delle sue due amiche del cuore che viveva nella casa accanto alla casupola del Vecchio Tessitore e tutte le sere vedeva un lumino acceso magazzino e sentiva, di tanto in tanto, mentre si addormentava, il rumore del telaio.

Era una chiara sera d’estate. Ad occidente il cielo era ancora sfrangiato di rosso. La stradina acciottolata che dalla contrada degli artigiani portava giù fino a valle, all’antico borgo, risplendeva come la scia di una stella cometa nell’azzurro turchese della sera che ancora indugiava a stemperarsi nel blu cobalto della notte. Solo il canto dei grilli testimoniava l’ora tarda. La ragazzina correva svelta svelta giù per quella stradina con la tavoletta sotto braccio e il cuore che le batteva forte.

Quando giunse alla periferia del villaggio, dove sorgeva l’abitazione del Vecchio Tessitore, scorse fin da lontano il bagliore rossastro del fuoco. Rallentò, riprese fiato… Si accostò alla casa badando di non essere vista, e quando vide il ragazzo con in mano un abbozzo di tappeto subito si nascose dietro un albero, nascondiglio dal quale spiò incuriosita tutta la scena.

Il ragazzo aveva appoggiato il tappeto incompiuto su di un cavalletto, proprio davanti al fuoco che crepitava, ed intonato la prima strofa della famosa, misteriosa canzone: guardava il tappeto con sguardo profondo, commosso, e cantava. Contro la parete della casa, incorniciate dal porticato, si proiettavano le ombre delle figure abbozzate, che alla luce guizzante del falò parevano vive. Dopo la prima strofa il ragazzo posò il primo tappeto da una parte e sollevò sul cavalletto il secondo. Intanto intonava la seconda strofa della canzone. Quindi fu la volta del terzo tappeto e della terza strofa… E così via di tappeto in arazzo, e di strofa in strofa.

La ragazza era come stregata da quello strano spettacolo che si dipanava davanti ai suoi occhi. E sebbene non comprendesse neppure una parola di quella canzone, un po’ per la suggestione della musica, un po’ per la chiarezza delle figure e delle scene che proiettate sul muro si succedevano ad un certo punto cominciò ad intuire, o a credere di intuire qualcosa di quella storia che scorreva davanti ai suoi occhi.

Quando il ragazzo giunse all’ultimo quadro e alla relativa strofa conclusiva, la ragazzina non potè più trattenersi e uscì dal suo nascondiglio in lacrime battendo le mani:

«Magnifico, magnifico…».

Il ragazzo fece un balzo per lo spavento, ma prontamente si riprese, si asciugò le lacrime, tirò su col naso e chiese ancora un po’ disorientato:

«Di che stai parlando?».

«Dello spettacolo».

«Quale spettacolo?».

«Quello che hai appena fatto. Perché non era uno spettacolo?».

«No. Era un addio».

«Un addio molto spettacolare…».

«Davo l’addio a questi aborti di tappeti e arazzi…E ai miei sogni… Ma tu che ci fai qui?».

«Ero venuta a riportarti questa…», disse la ragazzetta allungando verso di lui la tavoletta, «credo che tu l’abbia persa al torrente…».

«Giusto in tempo perché anch’essa bruci insieme al resto…Ma scusa, che c’era di così magnifico?».

«Tutto. La musica, la danza delle ombre sul muro, il dipanarsi della storia attraverso il gioco delle ombre…».

«Il gioco delle ombre?!».

«Perché, scusa non era voluto?».

Il ragazzo guardava la ragazzina senza capire:

«Quali ombre?».

«Queste!», disse la ragazzina sollevando uno dei tappeti intelaiati e accennando al muro su cui si proiettavano le ombre.

Il ragazzo rimase come folgorato da quella visione, e subito si rammentò di quando per la prima volta era entrato nell’angusto laboratorio del Vecchio:

«Ecco. L’inizio e la fine…», disse sottovoce.

«O forse questa non è la fine ma un nuovo inizio…», disse una voce nella sua testa. E stranamente gli parve che fosse la voce di quello strano uccello parlante, l’albatros, che aveva visto nel suo sogno rivelatore.

«Forse i tuoi tappeti non sono gran che come tappeti. Forse saranno anche degli “aborti”, come dici tu, ma messi uno dopo l’altro come stasera e con l’accompagnamento della musica giusta sono magici. Sembra che parlino e raccontino una storia. ».

«Tu dici?».

«Uno spettacolo davvero magnifico».

«Magnifico, si. Sono d’accordo. Anche se forse gli mancava qualche cosa», disse la Vecchia uscendo sulla veranda.

Fu proprio in quell’istante infatti che la Vecchia, dopo aver assistito di nascosto allo spettacolo dei tappeti parlanti e al dibattito che era seguito, fece il suo ingresso sulla scena…

 

 

Tappeti che parlano e una stella danzante

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«E che cosa mancherebbe?», chiese il ragazzo, tutto rosso in viso, e non solo per via del riflesso del fuoco.

«Un po’ di movimento. Che so io… una stella che danza».

«Come dice?».

«Una stella che danza. Si, insomma una ballerina. A teatro le prime ballerine si chiamano così: stelle. Tu, per esempio, ragazzina, saresti adattissima».

«Io?!», disse la ragazzina, ancor più rossa in viso del ragazzo, e per lo stesso motivo che non era il fuoco, «Ma io non saprei proprio come…».

«Potrebbe insegnarti lei», disse il ragazzo che conosceva la storia della Vecchia.

«La mia padrona», aggiunse sottovoce il ragazzo alla ragazza, «è stata una grande prima ballerina ai suoi tempi…».

«Se vuoi cominciamo già domani», disse la Vecchia, felice all’idea di poter tirar fuori dal cassetto le sue vecchie scarpette da ballo e avere qualcuno di così grazioso a cui poterle donare.

«Che ne dici?», disse il ragazzo alla ragazza, «Potremmo metter su uno spettacolo e girare il mondo: io con i miei tappeti parlanti e tu come stella danzante».

Ed entrambi erano più rossi che mai, sebbene il fuoco si stesse spegnendo

 

E fu proprio in quell’istante che anche il Vecchio fece capolino:

«Scusami, ragazzo, non ho capito bene… Com’è che hai detto? Pensi di girare il mondo e guadagnarti da vivere con tappeti parlanti e una stella danzante? ».

Ci fu un silenzio di sorpresa e d’imbarazzo. Il ragazzo non ebbe il coraggio di ribattere nulla.

«L’ho sempre detto io che hai una grande fantasia…», disse il Vecchio Maestro Cieco scuotendo il capo, e se ne tornò a dormire ridacchiando.

 

Fu l’unico il Vecchio quella notte a dormire, poiché né la vecchia, né il ragazzo, né tanto meno la ragazza riuscirono a chiudere occhio, così eccitati com’erano all’idea di quello che dall’indomani li attendeva… ma questa è un’altra storia.