Ultime mostre personali

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

14 aprile - 1 maggio 2018, "Parafrasi veneziane"

Alla Galleria Cantiere Barche 14, Vicenza, Stradella Barche 14

14 gennaio-28 febbraio 2018, "Giorni di freddo", a cura di Paola Caramel

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

5-14 settembre 2017, "Skylines et Silhouettes", nell'ambito della rassegna "AUT-OUT OF-F BIENNALE"

A Castel dell'Ovo, Napoli, nell'ambito del Progetto DRAMATIS PERSONAE.

Dal 16 gennaio al 14 febbraio 2016.

Virgilio Patarini - DRAMATIS PERSONAE 2016. Org.  Zamenhof Art, in collaborazione col Comune di Napoli - Assessorato alla Cultura, e col patrocinio dell'Unesco di Napoli.

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A Palazzo della Racchetta, Ferrara, via Vaspergolo 4,6,6a, Ferrara Art Festival -Extra Time

Dal 21 AL 30 agosto  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

personale antologica

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Presso il Complesso Museale Ricci Oddi. Piacenza, via S.Siro, 13

Dal 16 AL 22 maggio  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

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Alla Galleria Spazio Libero 8, Milano, Alzaia Naviglio Pavese, 8

Dal 18 AL 24 APRILE 2015:

Virgilio Patarini - Giovanni Drogo, NAVIGLI CORSARI E ALTRE STORIE

Alla Galleria del Rivellino, Ferrara, via Baruffaldi, 6

Dal 19 luglio al 3 agosto 2014:

Virgilio Patarini - Luigi Profeta, MEMORIE CONDIVISE

Alla Galleria 20, Torino,

Corso Casale, 85

Dal 10 al 23 maggio 2014:

Virgilio Patarini, ZIBALDONE 2014

Mostra personale di pittura

SPAZIO E, Milano

Stratificazioni

mostra bi-personale di Raffaele De Francesco e Virgilio Patarini

Dal 15 al 28 febbraio 2014

ROCCA VISCONTEA, Lacchiarella (MI), dal 30 nov. al 12 dicembre 2013:

LA RUGGINE E LA LUCE, mostra personale di Virgilio Patarini

Il taccuino di Amleto

 

Nota dell’autore

 

L’idea di questo libro è nata in altro libro. O, per meglio dire, una certa poesia contenuta in una precedente raccolta (Black Hole in Il taccuino rovesciato, vedi pag.30) conteneva il germe di questo libro: una sorta di finestrella che si apriva su di un mondo (immaginario) in cui un groviglio di riferimenti letterari e teatrali si intrecciava ad un groviglio di mie vicende personali e personalissime riflessioni. Per questo ritengo il presente una sorta di “libro-matrioska”.

A ben pensarci anche il mio secondo volumetto di poesie, Il taccuino rovesciato, che qui pubblico insieme al presente Taccuino di Amleto, aveva un analogo rapporto col primo (I fiori del silenzio): non a caso infatti la prima sezione si intitola, esplicitamente, “Altri fiori del silenzio”. (Chissà se anche il mio quarto volumetto di poesie…) Forse io stesso sono una specie di matrioska. Non so.

Quello che so, o, meglio, quello che mi sembra di intuire, è che intorno ad “Amleto”, da qualche anno a questa parte, si vanno affastellando e condensando immagini, idee, speculazioni estetiche… parole, opere e missioni… emissioni… omissioni…

Galeotto fu l’allestimento curato per il Teatro Asteria alcuni anni or sono che, in qualche modo, aprì il vaso di Pandora. O qualcosa del genere. O qualcosa degenere, tipo: sturò il cesso di Pandora, che forse è più appropriato.

A dire il vero mai e poi mai, di mia sponte, avrei osato cimentarmi col sublime testo del bardo sublime, ma io, lo confesso, sono artista di facili costumi, incapace di dire di no ad una proposta indecente, e quando tre anni fa la direttrice dell’Asteria, Bianca Gaudiano, mi propose di lavorare su quel magnifico monumento che è il castello di Elsinore, io non seppi resistere alla tentazione (consueto peccato di superbia) e subito, tracotante di smarrimento panico, misi mano al piccone. O almeno così credevo. Ma più ci davo dentro per smontarlo e farlo a pezzi, più quell’edificio infernale, in qualche oscura maniera, si ricostituiva (più o meno) tutto intero. Ed alla fine il piccone si rivelò una cazzuola. E dai ruderi fumanti di nuovo sorse l’antico maniero, anche se travestito da studio televisivo.

E più temevo di essere infedele alla lettera e più ero fedelissimo nella sostanza, come un amante appassionatissimo che più frequenta altre donne e più torna dall’amata scoprendo in essa, moltiplicati per cento, tutti i vezzi, i vizi e le virtù che lo avevano attratto nelle altre, e le sue velleità da libertino non fanno altro che rafforzare la sua sostanziale, se non formale, fedeltà.

Quasi senza rendermene conto utilizzai per quell’allestimento una quantità di materiali, idee, approcci apparentemente extra-teatrali, che nella maggior parte dei casi appartenevano più al bagaglio delle mie esperienze (da artista, da critico o da semplice fruitore) nel campo delle arti visive che non a quello registico. Anche se fortemente “registiche” furono poi l’orchestrazione globale, la riduzione all’essenziale dei mezzi espressivi, e una sorta di feroce coerenza nell’usarli.

Va detto per inciso che, sebbene abbia da sempre ritenuto il Teatro il crocevia di tutte le arti, il luogo virtuale (e virtuoso) dove ogni forma di espressione artistica (la poesia, la musica, la danza, la pittura, la scultura, l’architettura, la recitazione) potesse trovare sintonia e risonanza con le tutte le altre, dando vita ad una forma espressiva ulteriore in grado di trascendere la somma delle sue parti, tuttavia non da sempre le mie parallele conoscenze e competenze acquisite nei vari campi artistici avevano avuto un ruolo importante nella mia attività di regista. Anche se, a ragion del vero, negli ultimi quattro o cinque anni la tendenza, più o meno timidamente, pareva essere in quella direzione.

Mai tuttavia, fino ad Amleto, un lavoro teatrale mi aveva poi ispirato quadri, sculture, poesie… e addirittura aforismi!

Il fatto è che, molto probabilmente, accanto ad una sorta di mobilitazione globale e simultanea di tutte le mie strampalate ed eterogenee competenze letterarie, teatrali e artistiche, attivatasi dinnanzi alla velleitaria e prometeica necessità di scalare il massiccio dell’Amleto, si era andata disvelando, giorno dopo giorno, la straordinaria modernità di contenuti e implicazioni presenti nel testo shakespeariano, che era finito col divenire metafora, agli occhi pieni di stupore della mia anima, delle mie stesse emozioni, inquietudini, elucubrazioni estetiche, esperienze di vita quotidiana e piccole riflessioni sulle grandi sempiterne questioni dell’esistenza umana… Hai detto poco.

Così, alla soglia dei quarant’anni, dopo aver oziosamente vagabondato nei territori più disparati dell’espressione artistica per più di quattro lustri, mi pare finalmente d’intravedere una radura dove molte se non tutte delle strade percorse parrebbero confluire. Anzi, no. Non si tratta di una radura, ma di un promontorio sulla cui sommità si erge... il Castello di Elsinore.

 

 

La dolce ala della giovinezza

 

Un giorno ha sfiorato anche me

la dolce ala della giovinezza

come tiepide lingue di iguana

le sue piume di fuoco hanno lambito

questo mio corpo pingue

e un fremito ebbro

ha segnato il mio destino...

Sì. Ne sono certo.

Un tempo ha sfiorato anche me

la soffice ala della giovinezza,

e questo deserto è stato un giardino fiorito...

Ma non ricordo quando...

Forse fu mentre flettevo

il mio tronco di ciliegio in fiore

al soffio del vento d’oriente.

O mentre riflettevo

all’ombra degli ulivi di Grecia

sull’eterno ritorno delle stagioni,

o sull’origine di tutte le cose,

e intanto, distrattamente, coglievo

da un cespuglio di rose accese

rami di spine per farne una corona

e cingermi la fronte,

mentre l’ultima ninfa

svaniva all’orizzonte

con un timido folle sberleffo,

e io pazzo di filosofia

correvo sugli spalti

appresso ad uno spettro

che portava a spasso il mio nome

e aveva un elmo di latta sulla testa

e uno scettro di cartapesta...

Però ne sono certo:

un tempo toccò anche me

la bianca ala della giovinezza,

come brezza di mare che sale la sera verso terra

e sembra stemperare la vampa meridiana,

mentre invece ne ravviva la brace

e incendia il cuore dell’estate

sull’orlo della primavera.

Sì. Ne sono certo.

Un tempo ha accarezzato anche me

la dolce ala della giovinezza.

Lo deduco dalla melliflua malinconia

che adesso al solo ricordo mi afferra.

Poco importa se talvolta

confondo la memoria

con la fantasia.

Malattia di una famiglia

che ha costruito la sua casa

come un castello sulla fanghiglia.

 

 

 

Il privilegio

 

Strana figura mio padre.

Quando appare a tutti

parla a me solo

e mi narra del gorgo e dell’abisso,

e mi condanna in un sol colpo

all’azione e alla dannazione.

Altre volte io solo lo scorgo

stagliarsi come un’ombra discinta

sul fondo di un arazzo

e ci parlo,

e mi pigliano per pazzo.

E il privilegio, lo strazio

che mi è concesso,

non lo condivido con nessuno.

Nemmeno con Orazio.

 

 

 

Il rifiuto

Exit-Action: Hesitation

 

I

No. Non esco. Non varco la scena.

Me ne sto qui. Al caldo.

In questo doppio fondo di arazzi,

dietro la fitta coltre delle tende.

Rivendico la mia tragica, sobria,

ambigua ascendenza greca.

Rifiuto tutta questa britannica esibizione:

di sangue, spade, veleni.

Rifiuto di esibirmi.

Rifiuto di esibire l’azione.

L’azione si nasconda dietro la tenda

oscura dell’immaginazione.

Affinché un dubbio si annidi nel cuore

e salvi la coscienza dello spettatore

da un lampo di luce senza scampo.

L’azione si nasconda

dietro una coltre di parole.

Non venga esibita: sia raccontata.

Affinché un dubbio resti

E preservi i cuori dall’inverno.

Detesto tutta questa smania inglese

di azioni sanguinarie.

Non mi appartiene: io sono danese.

E rivendico dietro la mia anima amletica

una maschera orestea.

Lo sciame di ombre e dubbi che mi assale

un autore diverso dall’odiato baronetto

lo avrebbe facilmente chiamato

il Coro delle Erinni,

gettando una luce mitica

sui miei balbettamenti.

E la risoluzione finale

l’avrebbe delegata

alla pura e semplice narrazione,

lasciando spazio

a un personaggio secondario.

E il mirabolante strazio

dell’ultima stretta

si sarebbe risolta

in una paginetta

del diario di Orazio.

 

II

Ecco, sì. Rifiuto. Rinnego il quinto atto.

Lo espungo prima di averlo espiato.

Non è in quella accozzaglia truce

di versi spurii e impuri gesti

la mia essenza.

Rivendico come mia cifra all’incanto

la mancanza assoluta di azione:

la pura contemplazione,

l’astratta immanenza,

l’esercizio di uno stile di sofistica

e sofisticatissima ragione,

sofisticazione che genera guizzi di ingenio,

muove al riso, allo sconcerto,

alla riflessione.

Ma non passa certo sul filo di una spada.

Semmai su quello di un rasoio.

O di uno specchio.

No. Non uccido e non muoio.

(Il tempo passa e non invecchio).

Non mi muovo di un passo,

pur visitando molti luoghi

e assumendo molte identità.

Sono qui e sono altrove,

in forma di singolare pluralità.

Esisto. Esito ed esisto.

Sono e non sono.

Cogito, ma senza la pazienza di Cartesio.

Vaneggio vanesio,

affranto senza disperazione.

E questa canzone è il rogito

della mia assenza..

 

(Tra l’essere e il non essere

alla fine scelgo di non uccidere).

 

 

 

Altrimenti

 

La solitudine di un futuro re

si misura dall’affastellarsi di ombre

che si credono gente intorno a te

mentre esegui i tuoi esercizi spirituali

in forma di danza o di vacua vacanza,

e non provi rimorso per l’altrui differenza...

 

La solitudine di un futuro re

la leggi in trasparenza

nel vuoto che si apre al tuo passaggio

- il vuoto: diafano, ineffabile peso-

quello labile esterno e quello dentro

che dell’altro è risonanza

e che avanza senza tregua

e si fa largo nelle maglie sfibrate del cuore,

si fa essenza, sostanza, soverchia presenza...

 

Ci vorrebbe il genio inumano di un Caligola

per giocare questa parte adeguatamente,

e farsi atroce burattinaio

dell’unico Teatro della Crudeltà

che abbia (o avrebbe) un senso...

Ma sarebbe tutta un’altra storia:

niente a che vedere con le nebbie

di Danimarca.

Ci vorrebbero lame di luce abbacinante

e precise attitudini chirurgiche.

E non le esangui sanguinarie tragedie liturgiche

fatte di feroci esecuzioni

ed esequie lamentose

che quell’onestissimo baro del Bardo

ci propopina in salsa agro-dolce.

 

E pensare che anziché essere

tra le mani del Bardo

avrei preferito avere tra le mani la Bardot:

altro che quella bamboletta-mammoletta

di Ofelia.

Ma, tant’è. A ciascuno il suo.

Inferno o Paradiso.

E ciascuno a suo modo...

Ma è da quattro secoli ormai

che cerco indarno di decifrare il mio,

rovistando tra un monologo e l’altro

della mia sublime ineffabile parte...

E mi chiedo, di tanto in tanto,

se almeno lui, l’Autore, sapesse

qualcosa in più sul mio conto

qualcosa in più di quanto emerge dai vaghi

discorsi altrui e dai miei sproloqui colmi

di eloquenti incertezze, di filosofia spicciola

(che alla fine, diciamolo, non paga),

e di vani proponimenti.

Altrimenti...

 

 

 

 

Come Quando Fuori… Fiori

 

Vedo la bocca di mio padre parlare

nel vago riflesso di un monitor

e dire parole inaudite

- o per lo meno fuori sincrono.

Anche la musica che scandisce

il mio tempo è fuori tempo.

E la mia presenza qui,

nel castello di Elsinore,

del tutto fuori luogo.

Ma nemmeno sotto gli archi

sapienti di Wittemberg

i miei occhi-piedi-mani

pieni d’inquietudine

sapevano trovare una pietra

o un libro su cui posarsi,

riposare e sentirsi a posto.

Nemmeno tra le onde,

sulla nave del tradimento.

O poi sulla riva dell’eterno riposo.

E’ destino di chi porta il mio nome

vagare all’inferno.

 

E chissà se lei, il mio fragile doppio,

tra flutti più modesti e fiori colorati

che sciamano dalle sue braccia aperte,

ha trovato la pace,

lontana dai miei libri rovesciati...

Chissà se almeno lei...

 

 

 

Lo spettro

Piccole scaglie di luce

 

Non ho creduto

al baluginare incerto

di piccole scaglie di luce

nella nebbia proverbiale

in cui affonda la rocca

e ci fa confondere

il giorno con la notte,

la vita con la morte,

i matrimoni con i funerali...

Gli uomini della ronda

erano ombre evanescenti.

Parole segrete

si rincorrevano

di bocca in bocca.

E quando di nuovo

ho veduto balenare

quelle piccole scaglie di luce,

le ho credute il riflesso della luna

sulle onde del mare.

E l’ombra di Orazio

mi ha rincuorato:

“Non si muove un topo

in questa notte

d’incubo infranto”

Allora ho risposto,

meccanicamente:

“Se non un topo,

forse un serpente”

E poi ho pensato

che forse erano

squame di serpente

quelle piccole scaglie di luce

che lampeggiavano a tratti

tra gli spalti, e che gli altri,

ubriachi di paura,

giuravano si trattasse

delle maglie di metallo

di una vuota armatura.

Ho distolto lo sguardo

e con voce roca ho imitato

il canto del gallo.

 

 

 

Rosenkranz e Guildenstern

 

Nessuno sospetta la verità

sul triplo gioco

dei due pupazzi siamesi,

amici di latta

mutati in marionette

nelle mani del re.

Due vagabondi che come me

vagavano di bettola in postribolo

e viceversa,

sempre sbronzi di femmine e luppolo.

Li ho incontrati per la prima volta

in vita mia alle porte di Elsinore

il giorno del mio ritorno

e subito li ho assoldati

come comparse

per l’ultima delle mie farse,

al solo scopo di convalidare

l’enorme, colossale frottola

della mia permanenza a Wittemberg.

Interpreti perfetti per tener botta

alla mia filosofia da osteria.

Non ero il solo d’altronde

a raccontare favole

nella reggia di Danimarca.

E le mie, infondo,

erano le più innocue.

Nè ero il solo ad avere ambizioni

da Mangiafuoco

io, burattino di me stesso.

Rosenkranz e Guildenstern

furono vittime del gioco.

Come il fatuo Polonio

e la dolce Ofelia

e il solerte Laerte

e l’ambigua, sensuale Gertrude

e il rozzo, rude re Claudio

e quell’ombra di un sogno obsoleto

che gli spettri chiamano Amleto.

 

 

 

Lettere ad Ofelia

 

I

Mia dolce Ofelia,

in pochi giorni, dopo il mio ritorno,

ho assistito a un prodigio:

ho visto un abito di bambina

gonfiare le vele

al soffio dell’adolescenza

e fremere inquieto

ai palpiti rapiti della pubertà,

colmo di muta trapidazione...

E colme di muta trepidazione

le mie mani inquiete

allentare i lacci della castità

e lasciar cadere

quelle vestigia d’infanzia

lungo i fianchi

di una fanciulla in fiore...

E un fiore sbocciare

tra le mie mani inquiete

e dischiudersi al tocco

delle mie mani inquiete

e l’abito leggero dell’innocenza

volare tra l’erba

sulla riva di un torrente in piena

e tutte le mie certezze,

tutta la mia filosofia

di studentello di Wittemberg,

impigliarsi tra gli sbuffi

di quell’abito nell’erba

e le mie mani inquiete

tremare come foglie al vento,

incapaci di portare alla bocca

i petali di quel fiore...

 

E ora, ecco, ti scrivo.

E relego alla letteratura

il compito ingrato di raccontarti

le incerte ragioni delle mie esitazioni

e le mie mani tremanti

e la paura che sempre mi aleggia

intorno come uno spettro

e il profumo ubriacante

di un fiore non colto...

 

II

Mia dolce Ofelia,

perdonami se stanotte irrompendo nelle tue stanze ho fatto il pazzo.

Perdona le stranezze di questo ragazzo costretto a fingersi uomo...

Avrei voluto raccontarti di me, degli spettri che minacciano le mie notti, eludendo la guardia dei miei pensieri armati.

La filosofia... a questo è servita tutta la mia filosofia: ad istruire i miei pensieri insegnando loro quattro passi cartesiani e cingendone i lombi di spade affilate da un barbiere di Occam. Così conciati fanno la ronda sugli spalti per difendermi da queste ombre infernali che portano il mio nome e reclamano il mio sangue...

Perdonami se avendo riconosciuto nell’inquietudine delle tue mani, delle tue vesti, dei tuoi sguardi la stessa mia inquietudine, ho creduto, da folle che sono, che in un gioco di specchi avremmo potuto incontrarci, dimenticando come andava a finire la storia d’amore tra Eco e Narciso...

 

 

 

Nel teatro del Gran Mondo

Sproposiloquio I

 

Nel teatro del Gran Mondo

mi sono messo in mente

di giocare tutte le parti

con-tem-po-ra-ne-a-mente:

attore, regista, drammaturgo

e critico teatrale.

E cantare e suonare e portare la croce.

Così purgo la mia inquietudine,

per quanto vale,

forgiando la mia anima-corazza

tra l’incudine del pubblico

e la mazza del mio Karma.

E la forma della mia verbosa spada,

se non mi sbaglio,

è un’arma a doppio taglio.

E la mia voce è un raglio feroce,

un maglio, e un soffio di vento.

E il mio tormento

un sollazzo per chi guarda.

 

 

 

Teatrino

Anacronismi

 

Che teatrino mesto e meschino

questo che si erge sulla rocca

di Elsinore:

un re laido e fratricida

da sceneggiata napoletana,

una regina scendiletto

da film di Lattuada,

un ciambellano che sforna

rancide ciambelle sformate

e le imbandisce spacciandole

per cialde di saggezza,

e poi pupi sugli spalti,

e pupazzi dietro gli arazzi,

e sprazzi di niente

tra le nebbie del poco

e un bel tenebroso

da fumetto noir francese

che prima di farne le spese

cerca inutilmente

di farsi Mangiafuoco,

ma poi, dietro le quinte,

prima del quinto atto, si pente,

e rimpiange il tempo lieto

quanto sul continente

se trasformava la vita in gioco

non riceveva in cambio

veleno sulla punta di una spada,

ma applausi o fischi.

 

Corre dei rischi

un guitto in Danimarca

quando ha l’ardire

di farsi chiamare Amleto.

 

 

 

C’è del marcio in Danimarca

Sproposiloquio II

 

Quando dalla barca del naufragio

Amleto sbarca 

sulla marca di Danimarca

per la seconda volta

la prora affonda in terra consacrata,

e in una sola occhiata

è svelata l’origine del miasma

che ammorba la contrada:

una coppia balorda di becchini

da operetta scoperchia ogni tomba

e scava ogni fossa

lasciando cadaveri e ossa

all’aria aperta.

E la nebbia che sale all’irto colle

là dove sorge il Castello spettrale

non è nebbia, ma fetore di morte.

 

 

 

C’è del marcio in Danimarca II

 

No. Non è il cadavere di Polonio

lasciato marcire nel sottoscala

della mia ragione

che rilascia questo fetore di morte,

ma la caduta dei miei sogni di ragazzo

nella battaglia con la sorte di un uomo

che si aggira braccando la sua ombra

ed è votato a recitare controvoglia

la propria tragedia come fosse una farsa.

E questi versi sono la pira

su cui la mia onirica spoglia

stanotte viene arsa.

 

 

 

Castelli di sabbia

 

Ancora una volta faccio naufragio

e trasformo una anonima spiaggia

nelle sponde di Danimarca

e un castello di sabbia

nella reggia di Elsinore.

Poi estraggo dalla bisaccia

la consueta teoria

di soldatini di piombo,

bambole di pezza, manichini,

pupazzi, maschere e burattini,

e recito la mia storia,

anche se la so a memoria,

come se fosse la prima volta,

dando voce ad ogni personaggio.

E sapere che è tutto un gioco

è un vantaggio non da poco.

 

 

 

Il metodo e la follia

 

Dicono che la mia

sia follia simulata:

una astuta ragione

si celerebbe in agguato

dietro l’ingenuo travestimento.

A riprova di ciò

citano l’eccesso di coerenza

e un certo “metodo”

che parrebbe balenare

nelle tenebre del mio delirio

così denso di metafore

e di oscuri presagi…

Come se la follia

non fosse proprio questo:

eccesso di coerenza

e un certo “metodo”

nell’intendere la vita

così densa di metafore

e di oscuri presagi…

Poiché in verità in verità vi dico:

il metodo “è” la follia.

(E viceversa).

 

 

 

Waiting for Hamlet

 

Stanotte ho visto in sogno

il mio simulacro

in compagnia del fido Orazio:

entrambi vestiti di stracci

e seduti all’ombra

di un alberello scheletrico,

in attesa di uno spettro

chiamato Godot.

 

C’erano anche Polonio e Laerte

en-travesti: l’uno portava

l’altro al guinzaglio

(o viceversa).

Polonio l’ho riconosciuto subito,

poiché straparlava come sempre.

 

E come sempre si faceva

della gran filosofia.

Di giorno infatti si davano nomi

cangianti alle nuvole,

e di notte si contavano le stelle

sulla punta delle dita.

 

Poi venne un soldato

a dirci che anche quella volta

lo spettro si era dato malato.

 

 

 

Aforismi ed epigrammi

dal taccuino di Amleto

 

 

 

Amleto, ovvero l’insostenibile leggerezza

dell’essere o non essere.

 

 

Tra l’essere e il non essere

preferisco aspettare Godot.

 

 

 

Sullo spettro,

sulla verità

e sulla filosofia

 

 

Nessuno spettro sugli spalti:

solo un’ombra, un vago

evanescente riflesso

nell’abisso di uno specchio.

 

 

Se la verità è menzogna

e la menzogna è verità,

io sono senz’altro Amleto.

 

 

Un temibile spettro si aggira

prigioniero in un castello

di menzogne disarmanti:

la verità armata.

 

 

Tutta la mia filosofia

è un’armatura vuota.

 

 

La verità nascosta

nella mia fatua filosofia

è uno spettro chiamato Amleto

che di notte si arrabatta

in una scatola di latta

e di giorno s’infratta.

 

 

Ci sono più cose tra cielo e terra

di quanto non sospetti la tua filosofia,

Orazio… La tua, Orazio. Non la mia.

 

 

Solo la morte poteva arrestare

il mio dissertare.

 

 

Dissertare è un modo astuto

per disertare:

in questo Amleto

è discepolo di Ulisse.

 

 

 

Sulla ragione

e sulla follia

 

 

La pura ragione

è follia pura.

 

 

La ragione si dà ai folli

non per paura o per pietà,

ma per senso di realtà.

 

 

La follia ha sempre ragione.

 

 

La follia non sente ragioni.

 

 

La follia ha delle ragioni

che la ragione non conosce.

 

 

La follia è la ragione

senza ragione.

 

 

A furia di aver ragione

si può perdere la ragione.

 

 

Tutto ha una ragione,

tranne la ragione stessa.