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Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

14 aprile - 1 maggio 2018, "Parafrasi veneziane"

Alla Galleria Cantiere Barche 14, Vicenza, Stradella Barche 14

14 gennaio-28 febbraio 2018, "Giorni di freddo", a cura di Paola Caramel

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5-14 settembre 2017, "Skylines et Silhouettes", nell'ambito della rassegna "AUT-OUT OF-F BIENNALE"

A Castel dell'Ovo, Napoli, nell'ambito del Progetto DRAMATIS PERSONAE.

Dal 16 gennaio al 14 febbraio 2016.

Virgilio Patarini - DRAMATIS PERSONAE 2016. Org.  Zamenhof Art, in collaborazione col Comune di Napoli - Assessorato alla Cultura, e col patrocinio dell'Unesco di Napoli.

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A Palazzo della Racchetta, Ferrara, via Vaspergolo 4,6,6a, Ferrara Art Festival -Extra Time

Dal 21 AL 30 agosto  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

personale antologica

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Presso il Complesso Museale Ricci Oddi. Piacenza, via S.Siro, 13

Dal 16 AL 22 maggio  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

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Alla Galleria Spazio Libero 8, Milano, Alzaia Naviglio Pavese, 8

Dal 18 AL 24 APRILE 2015:

Virgilio Patarini - Giovanni Drogo, NAVIGLI CORSARI E ALTRE STORIE

Alla Galleria del Rivellino, Ferrara, via Baruffaldi, 6

Dal 19 luglio al 3 agosto 2014:

Virgilio Patarini - Luigi Profeta, MEMORIE CONDIVISE

Alla Galleria 20, Torino,

Corso Casale, 85

Dal 10 al 23 maggio 2014:

Virgilio Patarini, ZIBALDONE 2014

Mostra personale di pittura

SPAZIO E, Milano

Stratificazioni

mostra bi-personale di Raffaele De Francesco e Virgilio Patarini

Dal 15 al 28 febbraio 2014

ROCCA VISCONTEA, Lacchiarella (MI), dal 30 nov. al 12 dicembre 2013:

LA RUGGINE E LA LUCE, mostra personale di Virgilio Patarini

Ivan e il Maestro

Ovvero

Tutta colpa di Ponzio Pilato 

 

 

Dramma in due atti liberamente tratto

dal romanzo “Il maestro e Margherita"

di Michail A. Bulgakov

 

 

 

 

Testo premiato nel 1992 all’VIII Premio Nazionale per la drammaturgia “Ugo Betti”

 

Segnalato al Premio Vallecorsi 1993 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMO ATTO

 

 

 

PRIMA SCENA

 

 

Veranda di un locale di Mosca frequentato da intellettuali e letterati. Di notte. C'è un complessino che suona musica jazz, gente che balla, altra gente ai tavolini che chiacchiera allegramente. Tutto questo non è necessario vederlo. Potrebbe essere sufficiente immaginarlo, dedurlo dalle voci che si sentono nel buio, chiassose e bisbiglianti, dal tintinnare dei bicchieri, dalle risatine delle donne, dal ritmo sincopato del jazz che riempie lo spazio.

 

Ad un certo punto nel brusio indistinto delle voci si distinguono alcune parole, alcune frasi. C'è una notizia che qualcuno porta e che rapidamente si diffonde nel locale, finché i discorsi di tutti finiscono col ruotare intorno ad essa. Chi domanda spiegazioni, chi le fornisce, chi fa commenti, ecc. ecc. Persino i musicisti si accorgono del crescente trambusto, e, ad un certo punto, dal momento che tutti hanno smesso di ballare, s'informano anche loro sull'accaduto ...

 

PRIMA VOCE:            E' morto dici?

 

SECONDA VOCE:    Sicuro che è morto!

 

TERZA VOCE:            Zeldybin ha visto il cadavere all'obitorio ...

 

QUARTA VOCE:        Chi è che è morto?

 

TERZA VOCE:            (continuando il discorso) ... e sembra che fosse decapitato.

 

PRIMA VOCE:            Decapitato?!

 

SECONDA VOCE:    E' finito sotto un tram.

 

QUARTA VOCE:        Hai sentito?

 

QUINTA VOCE:          Cosa?

 

PRIMA VOCE:            E' morto Berlioz.

 

QUINTA VOCE:          Cosa?!

 

PRIMA VOCE:            Berlioz ... sotto un tram ... e zac! via la testa.

 

TERZA VOCE:            Non l'hanno più trovata!

 

QUINTA VOCE:          Sembra che Berlioz abbia perso la testa.

 

SESTA VOCE:           Berlioz?!

 

QUINTA VOCE:          Berlioz! Berlioz!

 

SECONDA VOCE:    Già, capita sempre ai migliori.

 

TERZA VOCE:            E una vera disgrazia.

 

SETTIMA VOCE:        Che cosa?

 

TERZA VOCE:            E' morto Berlioz.

 

SETTIMA VOCE:        Ma se dovevamo trovarci qui stasera!

 

SECONDA VOCE:    Mi sa tanto che stasera non viene.

 

OTTAVA VOCE:         Come è potuto accadere?

 

TERZA VOCE:            Pare che il giovane Bezdomnyi fosse con lui.

 

SETTIMA VOCE:        Allora Bezdomnyi sa com'è andata!

 

OTTAVA VOCE:         Già, deve saperlo per forza.

 

NONA VOCE:             Ma certo! E' chiaro! Bezdomnyi ...

 

OTTAVA VOCE:         Dici che è stato Bezdomnyi?

 

QUINTA VOCE:          Hai sentito di Berlioz?

 

DECIMA VOCE:         Cosa?

 

QUINTA VOCE:          Sembra sia finito sotto un tram ...

 

NONA VOCE:             No, non dico questo. Tuttavia dev'esserci sotto qualcosa.

 

SESTA VOCE:           E la testa! Sembra che la testa sia sparita.

 

DECIMA VOCE:         Sparita?!

 

QUINTA VOCE:          Non si trova più.

 

DECIMA VOCE:         Oh, povero Berlioz!

 

UNDICESIMA V.:        Che disgrazia!

 

SESTA VOCE:           Già, capita sempre ai migliori!

 

DECIMA VOCE:         E' proprio vero.

 

UNDICESIMA V.:        E pensare che l'ho visto proprio ieri, povero Berlioz ... ed era così pieno di vita!

 

SECONDA VOCE:    Eh, sì, (sottovoce) pare che anche Monsieur De La Palisse cinque minuti prima di morire fosse ancora vivo!

 

UNDICESIMA V.:        De La Palisse? E' morto anche De La Palisse? Non lo conosco.

 

DODICESIMA V.:       Ah, povero Berlioz!

 

UNDICESIMA V.:        Già, capita sempre ai migliori!

 

DODICESIMA V.:       Mi piacerebbe sapere com'è andata esattamente ...

 

SETTIMA VOCE:        Sembra che Bezdomnyi abbia visto tutto!

 

UNDICESIMA V.:        Chissà che impressione!

 

DODICESIMA V.:       Allora bisognerebbe domandare a Bezdomnyi.

 

Mentre la voce della morte di Berlioz ha raggiunto ogni angolo del locale, di lontano, dalla parte di un ipotetico giardino, compare la fiammella di una candela. Una figura spettrale si avvicina con una candela in mano. Dapprima la si intravede appena; infine, quando fa la sua comparsa sulla veranda, si può vedere chiaramente che si tratta di un giovane dallo sguardo sconvolto, scalzo, con indosso un paio di mutandoni di lana e un'ampia casacca alla Tolstoj tutta sbrindellata, sulla quale è appuntata l'immaginetta di un santo. Mentre con una mano tiene la candela, con l'altra si batte nervosamente la coscia. Al suo apparire sulla scena le voci ammutoliscono. Lui si guarda attorno smarrito. Tutti si domandano chi sia il nuovo arrivato e perché diavolo sia conciato a quel modo. Qualcuno forse lo riconosce.

 

PRIMA VOCE:            Hai visto?!

 

QUINTA VOCE:          Chi può essere?

 

SETTIMA VOCE:        Cose dell'altro mondo! presentarsi conciato a quel modo!

 

TERZA VOCE:            Ehi! ma quello ... no, no, non può essere ...

 

QUINTA VOCE:          Hai visto come si è conciato quello?

 

TERZA VOCE:            (sghignazzando) Dev'essere impazzito!

 

SESTA VOCE:           Ma chi è?

 

TERZA VOCE:            Che cosa gli sarà successo?

 

SETTIMA VOCE:        Hai visto? Il giovane Ponyrev.

 

OTTAVA VOCE:         Incredibile!

 

SETTIMA VOCE:        Assolutamente sconveniente, direi.

 

OTTAVA VOCE:         Sconveniente, certo!

 

NONA VOCE:             Assolutamente sconveniente!

 

SECONDA VOCE:    Ma quello non è Ivan Nicolaevic?

 

TERZA VOCE:            Esattamente. Ivan Nicolaevic Ponyrev. soprannominato Bezdomnyi.

 

UNDICESIMA V.:        Hai sentito? Sembra che sia arrivato Bezdomnyi

 

DODICESIMA V.:       Bezdomnyi?!

 

SETTIMA VOCE:        Ehi! potremmo chiedergli della fine di Berlioz!

 

PRIMA VOCE:            Non posso crederci ...

 

DODICESIMA V.:       Quello sarebbe Bezdomnyi?!

 

DECIMA VOCE:         Dio mio! Hai visto com'è conciato Ivan Nicolaevic?

 

PRIMA VOCE:            Prima la morte di Berlioz, e adesso Bezdomnyi che si presenta in quello stato!

 

UNDICESIMA V.:        E' stato testimone della morte di Berlioz, no?

 

DECIMA VOCE:         Sembra di sì.

 

DODICESIMA V.:       Sembra uno che abbia visto il diavolo!

 

PRIMA VOCE:            Zitti! Sembra che voglia dirci qualcosa ...

 

UNDICESIMA V.:        Chissà se sa che fine ha fatto la testa di Berlioz ...

 

SECONDA VOCE:    Zitti! Zitti!!

 

QUARTA VOCE:        Oh, ma quello chi è?

 

TERZA VOCE:            Zitto, stupido! Quello è Bezdomnyi.

 

QUARTA VOCE:        Bezdomnyi?!

 

Il giovane armato di candelina, che effettivamente risponde al nome di Ivan Nicolaevic Ponyrev e al soprannome di Bezdomnyi, è montato in cima a una sedia e ha alzato una mano come per chiedere un po' d'attenzione. Cala un silenzio di tomba.

 

IVAN:         Ascoltatemi, fratelli letterati! (Si guarda attorno stralunato) Egli ... Egli è apparso! E' sbucato dal nulla ... Ha compiuto orribili misfatti ... Ha detto delle cose, cose ... agghiaccianti! Insomma, non si può lasciar circolare liberamente per Mosca un simile individuo! Bisogna catturarlo immediatamente!! Insomma, prima che provochi sciagure peggiori, intendo ... Catturarlo, ecco, sì ... Catturarlo! Bisogna catturarlo, capite?

 

PRIMA VOCE:            Ma chi?

 

SECONDA VOCE:    Di cosa stai parlando?

 

TERZA VOCE:            Chi è che sarebbe apparso?

 

UNDICESIMA V.:        E poi, che cosa avrebbe fatto di così orribile?

 

TERZA VOCE:            Avanti, spiegati!

 

IVAN:         (agitandosi) Come 'chi'? Ma il consulente, no? Il consulente straniero ... insomma, il professore. Quello spione maledetto! Ha provocato la morte del povero Berlioz.

 

Mormorio di reazione di tutti i presenti, un coro di "Ah", di "Hai sentito?" oppure: "Allora era vero, era presente, ha visto tutto", ecc. ecc.

 

IVAN:         Diavolo! Quello aveva previsto tutto, - Agli Stagni Patriarsie - nei minimi particolari ... Insomma, dev'essere stato lui! dev'essere stato lui per forza! Non c'è altra spiegazione ... Catturarlo! Bisogna catturarlo!!

 

PRIMA VOCE:            Calmati, Ivan!

 

SECONDA VOCE:    Cerca di essere più preciso!

 

SETTIMA VOCE:        Come è stato ucciso Berlioz?

 

TERZA VOCE:            Come si sono svolti esattamente i fatti?

 

DECIMA VOCE:         Chi è stato? Come è accaduto?

 

UNDICESIMA V.:        Aveva dei complici?

 

SESTA VOCE:           E la testa? E' vero che è sparita?

 

UNDICESIMA V.:        Forse è stato un complice a farla sparire!

 

SESTA VOCE:           (sottovoce, all'11° voce): Ma di che diavolo di complice parli?

 

IVAN:         (tace, balbetta, è confuso: tutte quelle domande hanno aumentato la sua confusione mentale) Ma-ma-ma ... Come? ... Ma, veramente non ...

 

SECONDA VOCE:    (autorevole) Andiamo con ordine. Chi ha ucciso Berlioz?

 

IVAN:         (sicuro) Il consulente straniero!

 

TERZA VOCE:            E come si chiamerebbe questo consulente straniero?

 

IVAN:         Il no... il nome? Diavolo! magari sapessi il suo nome! Non sono riuscito a leggerlo. Mi ha fatto vedere il suo biglietto da visita ... ma solo per un istante ... così non sono riuscito a leggere il nome ... Diavolo! (Riflette qualche istante. Poi, dandosi un colpetto con la mano sulla fronte) Ci sono! "W"!! Lettera "W"! Cominciava con la lettera "W". (Si tiene la fronte con una mano sforzandosi di ricordare) We... we ... no, no, non era "We ... "Wa", forse era "wa". Wa ... Wa ... Diavolo, non mi ricordo! Wa ...

 

UNDICESIMA V.:        Wagner?

 

IVAN:         No!

 

SETTIMA VOCE:        Winter?

 

IVAN:         No!!

 

DODICESIMA V.:       Wolf?

 

IVAN:         (disperato) No!!! Maledizione, in questo modo non riuscirò mai a ricordarmelo! (Scuote il capo sconsolato, ma prontamente si rianima) Comunque sia, amici letterati, bisogna chiamare immediatamente la polizia, affinché mandino almeno sette motociclette armate di mitragliette! Sono sicuro che si è nascosto qui da qualche parte ... (Smonta dalla sedia e, facendosi luce con la candelina, comincia a guardarsi intorno, come se stesse cercando il fantomatico consulente)

 

PRIMA VOCE:            (sottovoce) Secondo me è impazzito.

 

TERZA VOCE:            (sottovoce) Dev'essere stato lo shock ...

 

SECONDA VOCE:    Certo, si comporta in modo decisa­mente strano.

 

PRIMA VOCE:            Perché, tu credi a una sola parola di quello che ha detto?

 

IVAN:         Ah! quasi dimenticavo ... Segnalate alla polizia la presenza con lui di due complici ... due tipi assolutamente poco raccomandabili ... Uno lungo lungo ... alto almeno tre metri, vestito a quadrettoni e con degli occhialini rotti sul naso ... L'altro invece è un gatto enorme e spudorato, capace perfino di prendere il tram! Mi raccomando riferite tutto alla polizia con precisione. Intanto io perquisirò il locale ... Sento che si sono nascosti qui ... (Ricomincia a scrutare le tenebre che lo circondano con l'aiuto di quella ridicola candelina) Si, si ... devono proprio essere nascosti qui ... da qualche parte ...

 

VOCE DI RJUCHIN (= PRIMA VOCE):  Calmati Ivan! Mi senti? Sono Rjuchin.

 

Ivan, imperterrito, continua a cercare.

 

VOCE DI RJUCHIN:  (suadente) Calmati, su ... Qui non c'è proprio nessun complice ... nessun consulente ... Sono tutti amici qui. Nessuno vuol farti del male. Non ti devi preoccupare, non è niente ... Sei solo un po' scosso per la morte di Berlioz. Siamo tutti un po' scossi, possiamo capirti. Adesso da bravo posa quella candela e calmati, su ... Non c'è niente da aver paura, non c'è nessun consulente qui ...

 

IVAN:         Ah! Questo lo dici tu!

 

VOCE DI RJUCHIN:  (sempre suadente) Ti assicuro, Ivan.

 

IVAN:         Bugiardo! (continua a cercare).

 

VOCE DI RJUCHIN:  (perdendo la pazienza) Insomma smettila! Smettila di fare così!! E lascia stare quella maledetta candela!!

 

IVAN:         (Si volta a guardarlo, meravigliato).

 

VOCE DI RJUCHIN:  (riprendendo il controllo) Scusami, Ivan ...

 

IVAN:         (seccamente) No, non ti scuso. (Si passa la candelina nella mano sinistra, alza la destra e lascia partire un terribile ceffone alla volta di Rjuchin. Il ceffone risuona in tutto il locale. Ivan si blocca e guarda con odio Rjuchin negli occhi. Dal momento che Rjuchin probabilmente sbalordito non ha reagito, Ivan gli si lancia addosso per strangolarlo. Nello slancio la candelina si spegne. La scena piomba nel buio).

 

Si sentono i rumori di un tafferuglio, grida, lamenti, voci confuse che urlano: "Piglialo!", "Dagliele!", "Tienilo!", "Teniamolo!", e poi. "Forza, prendi quella corda che lo leghiamo!", "Un bavaglio!", ecc. ecc.

 

VOCE DI IVAN:  Lasciatemi, maledetti! Me la pagherete, canaglie! Me la pagherete! Specialmente Tu, Rjuchin! Cane rognoso e bastardo! Schifoso pidocchio della società! Me la pagherai! Me la pagh ... Aiuto!!! Aiuto!!! Aiut ... (Le grida di Ivan si trasformano in mugolii. Evidentemente è stato imbavagliato).

 

SECONDA SCENA

 

 

 

Accettazione di una clinica psichiatrica alla periferia di Mosca. Notte fonda. Ivan Bezdomnyj è seduto su di un divanetto, legato e imbavagliato. Con gli occhi stralunati guarda verso una finestra dalla quale si affaccia una enorme luna piena. Sembra completamente assente, assorto in chissà quali folli pensieri. Alle sue spalle, non troppo vicini a lui il medico e Rjuchin bisbigliano tra di loro. Al fianco del medico un infermiere armato di carta e penna annota ogni parola che viene detta. Dietro di loro altri infermieri. Rjuchin non riesce a distogliere lo sguardo da Bezdomnyi legato e imbavagliato.

 

MEDICO:  Dunque è stato lei a condurre qui il paziente ...

 

RJUCHIN:  (distrattamente) Esatto.

 

MEDICO:  Il paziente come si chiama?

 

RJUCHIN:  Ivan Nicolaevic Ponyrev, meglio conosciuto con lo pseudo-nimo di Bezdomnyi.

 

INFERMIERE:  (annotando sulla cartella clinica del paziente) Ivan Nicolaevic Ponyrev detto Bezdomnyi ...

 

MEDICO:  E' sposato?

 

RJUCHIN:  Scapolo.

 

INFERMIERE:  (c.s.) Scapolo ...

 

MEDICO:  Quanti anni ha?

 

RJUCHIN:  Ventitrè.

 

INFERMIERE:  (c.s.) Ventitré anni ...

 

MEDICO:  Vive a Mosca?

 

RJUCHIN:  Sì.

 

INFERMIERE:  (c.s.) Residente a Mosca ...

 

MEDICO:  E i genitori? Di dove sono originari?

 

RJUCHIN:  Non so. Non me ne ha mai parlato.

 

MEDICO:  Professione?

 

A questo punto il povero Ivan comincia ad agitarsi, come se volesse dire qualcosa ...

 

MEDICO:  (agli infermieri) Toglietegli il bavaglio!

 

Gli infermieri eseguono.

 

IVAN:         Maledetti! Maledetti! Vi denuncerò, vi denuncerò tutti quanti! (Rivolgendosi a Rjuchin) Soprattutto te, pidocchio! Fasullo! Pallone gonfiato!

 

MEDICO:  E per quale motivo vuole denunciarci?

 

IVAN:         Perché avete imprigionato un innocente! Perché mi avete legato e imbavagliato senza una ragione plausibile! Perché mi avete trascinato in un manicomio, mentre sono perfettamente sano di mente! Ecco perché! E no, Signori miei, non si fa così ...

 

MEDICO:  Questo non è un manicomio. E' una clinica tra le più moderne d'Europa dalla quale potrà andarsene, se lo vorrà, non appena avrà riacquistato un minimo d'equilibrio e di ragionevolezza. Quanto alle corde verrà slegato non appena darà dimostrazione di essersi calmato ...

 

IVAN:         Gloria a te, Signore! Questo sì che è parlare! Finalmente una persona ragionevole tra tanti imbecilli (alludendo a Rjuchin)!

 

RJUCHIN:   (borbottando tra sé) Ah, è così, eh? Invece di ringraziarmi ...

 

IVAN:         (infierendo) Ma guardatelo lì! Il tipico piccolo borghese quanto a psicologia, niente da dire ... Ma quel che è peggio è che è un piccolo borghese che si maschera da rivoluzionario! E' questo il peggio! Un finto rivoluzionario! Un fasullo! Basta guardarlo in faccia per capirlo: la tipica espressione da bigotto, il portamento da bigotto! Insomma, basta confrontare quello che è sotto gli occhi di tutti, la sua faccia, il suo bel vestito nuovo, con quello che scrive, con i suoi versi, basta questo semplice confronto per svelare l'inganno! Come si può credere a un simile fariseo? Costui è  un falso profeta e quindi un falso poeta.

 

Il medico guarda Rjuchin con aria interrogativa.

 

RJUCHIN:  (abbassando lo sguardo) Sì, lo ammetto, scrivo poesie ... Anche lui pero!

 

MEDICO:  Comincio a capire.

 

IVAN:         Insomma, quest'uomo è un furfante! Vi rendete conto?

 

Rjuchin è tutto rosso: forse per la rabbia, oppure per la vergogna.

 

INFERMIERE:    (annotando sulla cartella clinica) Professione ... "Poeta"

 

MEDICO:  Mi scusi, Signor Ponyrev, se la interrompo, ma secondo lei per quale motivo l'avrebbero portata qui da noi?

 

IVAN:         A me lo domanda?

 

MEDICO:  Sì, Signor Ponyrev, Si sforzi un attimo, ci pensi ...

 

IVAN:         (messo in difficoltà) Perché, perché ... Perché sono degli imbecilli! Ecco il perché. (confuso) Quelli mi hanno preso, picchiato, legato e imbavagliato ... Poi m'hanno buttato sul camion e m'hanno scaricato qui! Vigliacchi!

 

MEDICO:  Si calmi, Signor Ponyrev.

 

IVAN:         Vigliacchi!! Vigliacchi! (continua borbottando) Tutti contro di me si sono messi, tutti quanti ...

 

MEDICO:  Mi scusi, Signor Ponyrev, ma sbaglio o lei se ne andava a spasso vestito così come è adesso, vale a dire in mutande?

 

IVAN:         Non ci trovo niente di strano. Ero andato a fare il bagno nella Moscova e mi hanno rubato i vestiti, lasciandomi sulla riva solo questa roba ...

 

MEDICO:  E le sembra normale andarsene in giro per Mosca conciato così?

 

IVAN:         Che cosa potevo fare? Non avevo tempo da perdere: dovevo arrivare al più presto alla Casa di Griboedov.

 

Il medico lancia un'altra occhiata interrogativa a Rjuchin il quale si affretta a spiegare.

 

RJUCHIN:  Il "Griboedov" è un ristorante dove si trovano i letterati di tutta la città. E' da lì che veniamo.

 

MEDICO:  Capisco, capisco ... Ma mi spieghi, signor Ponyrev, le ragioni di tutta questa fretta. Aveva un incontro di lavoro?

 

IVAN:         Il consulente! Dovevo catturare quel maledetto consulente straniero!

 

Il medico guarda di nuovo con faccia interrogativa Rjuchin il quale però questa volta alza significativamente le spalle, allargando le braccia e sollevando gli occhi al cielo: non sa niente di quel maledettissimo consulente straniero!

 

MEDICO:  Mi scusi, Signor Ponyrev, ma quale consulente?

 

IVAN:         Lei conosce Berlioz?

 

MEDICO:  Il compositore?

 

Il povero Ivan scuote la testa sconsolato: che fare di fronte a tanta ignoranza? Il solito Rjuchin corre in soccorso del medico.

 

RJUCHIN:  (sottovoce) Michail Aleksandrovic Berlioz, presidente del MASSOLIT, una delle più importanti associazioni letterarie della città.

 

IVAN:         (sottovoce) L'hanno ammazzato!

 

Ennesima occhiata al medico a Ryuchin ed ennesima spiegazione di quest'ultimo.

 

RJUCHIN:  Sembra che il povero Berlioz sia finito sotto il tram.

 

IVAN:         Zitto tu! Che vuoi saperne tu, eh? Mica c'eri tu. Io sì che c'ero! L'hanno ammazzato.

 

MEDICO:  Chi l'ha ammazzato?

 

IVAN:         Che domande! Il consulente straniero, no? Con i suoi aiutanti.

 

MEDICO:  Vuol dire che l'hanno spinto sotto il tram?

 

IVAN:         Ma no, s'intende! Non è successo così. Sarebbe stato troppo facile! Però l'hanno ammazzato loro. Ne sono sicuro.

 

MEDICO:  E, mi scusi, come fa a esserne sicuro?

 

IVAN:         Ma perché lui, il professore ...

 

MEDICO:  Il consulente?

 

IVAN:         Esatto! Lui sapeva tutto in anticipo, per filo e per segno. Ogni particolare! Come un piano architettato in ogni dettaglio, capisce? Nulla era sfuggito alla sua mente malvagia e calcolatrice! Nulla gli sfugge e nessuno lo può catturare: un vero demonio quel tipo, glielo assicuro!

 

MEDICO:  Però Lei ci ha provato a catturarlo, non è così?

 

IVAN:         Certo che ci ho provato! Come avrei potuto astenermi? Quello lì mi ha ammazzato il povero Berlioz sotto gli occhi, capisce? No, non potevo astenermi.

 

MEDICO:  Bene. E quali provvedimenti ha preso per catturare questo assassino?

 

INFERMIERE:    (annotando) Provvedimenti per la cattura del consulente assassino ...

 

Dopo aver scritto l'intestazione di questo nuovo paragrafo della storia clinica del paziente l'infermiere drizza le orecchie: la faccenda si fa scottante ed egli è prontissimo a stenografare ogni sillaba, ogni sospiro, si trattasse di annotare anche un'intera epopea di espedienti e provvedimenti, lunga migliaia di parole, migliaia di pagine, lui sarebbe lì pronto, eroico infermiere-stenografo, armato di carta e penna!

 

IVAN:         Dunque i provvedimenti, eh? Ebbene, innanzitutto mi sono armato di una candela. Era indispensabile in quelle circostanze, una candela!

 

INFERMIERE:    (annotando) Una candela ...

 

MEDICO:  E poi?

 

IVAN:         E poi l'immaginetta! Ah. quello fu il tocco da maestro: quanta paura quella piccola cosa gli ha messo in corpo! Cose da non credersi, da non credersi ...

 

INFERMIERE:    (c.s.) Un'immaginetta ...

 

MEDICO:  Tuttavia ...

 

IVAN:         (come un cane bastonato) Tuttavia non sono riuscito ad acciuffarlo, eh? Ma non è colpa mia! Il fatto è che quel satanasso dev'essere un mago o qualcosa del genere ... Un Faust, ecco! Uno che ha fatto un patto col diavolo: per questo non si riesce ad acchiapparlo. Sì, dev'essere proprio così ... Sennò come si spiegherebbe la faccenda di Ponzio Pilato, eh?

 

L'infermiere alza lo sguardo dal foglio dell'anamnesi e guarda il paziente stupito.

 

MEDICO:  Che c'entra Ponzio Pilato adesso?

 

RJUCHIN:  (sottovoce) C'entra, c'entra. Anche sul camion, mentre lo portavamo qui, non mi ha parlato d'altro per l'intero tragitto!

 

IVAN:         Vede il fatto è che quel diavolo d'un consulente aveva conosciuto "personalmente" Ponzio Pilato.

 

INFERMIERE:    (annota scuotendo il capo) Ponzio Pilato ...

 

IVAN:         "Personalmente" le dico, capisce? Cose dell'altro mondo! E ci ha raccontato, per filo e per segno, come andarono le cose laggiù, a quel tempo. In Giudea, intendo! Ai tempi di Gesù Cristo! Cose dell'altro mondo, non trova? E tutto questo al solo scopo di confutare la nostra confutazione delle prove dell'esistenza di Dio! Era l'argomento della nostra conversazione capisce? Nostra: mia e del povero Berlioz prima che accadesse tutto quello che purtroppo è accaduto ... Perché mi guarda così: non mi crede? (Guarda fuori dalla finestra: La luna è alta) E' tardi, tardissimo! E io me ne sto qui a perdere tempo con voi ... Presto, liberatemi! Ho altro da fare che star qui a perdere il mio tempo in chiacchiere! Liberatemi!!

 

MEDICO:  (agli infermieri, mosso da curiosità) Slegatelo.

 

Gli infermieri si danno da fare per slegare il malcapitato da nodi, peraltro, molto stretti e da corde ben aggrovigliate.

 

IVAN:         Chiedo scusa, dove posso trovare un telefono?

 

In un angolo della stanza c'è un telefono attaccato ad una parete. Il medico lo indica al povero Ivan, il quale vi si lancia come un forsennato.

 

IVAN:         (gridando). Pronto, polizia? Mandate immediatamente sette motociclette armate di mitragliette per catturare il consulente. Come? E' il poeta Bezdomnyi che parla. Da dove? Dal manicomio in via ... (sottovoce, al dottore, coprendo il trasmettitore col palmo della mano) Qual è il vostro indirizzo? (Poi ancora al telefono) Pronto? Pronto?! Ah! E’ uno schifo, un vero schifo!! (Tira la cornetta contro il muro; poi si volta con molta calma, si rivolge al medico, gli allunga una mano e dice:) Arrivederci ... E' stato un piacere, un vero piacere (si avvicina verso la porta d'uscita) ...

 

MEDICO:  Scusi, ma dove crede di andare? In piena notte e in mutande! Lei è un po' scosso, deve restare con noi ... (osservando il terrore negl'occhi del povero Ivan) Non per sempre, s'intende. Fino a quando non si sarà un poco ripreso ...

 

Gli infermieri gli sbarrano la via d'uscita. Il povero Ivan sembra un animale braccato: non vede via di scampo, allora con un balzo felino si lancia verso la finestra, la quale però monta dei vetri infrangibili e così crudelmente arresta la sua fuga disperata.

 

IVAN:         (piombato a terra dolorante) Ma guarda che razza di vetri!

 

Gli infermieri lo afferrano con decisione.

 

IVAN:         Lasciatemi! Lasciatemi!! (Al medico) Mi aveva promesso! Mi aveva promesso!

 

MEDICO:  (preparando una iniezione) Lei è malato, mio caro Signor Ponyrev. Ha dei gravi disturbi mentali ... Ma noi la cureremo ...

 

Tutto è pronto: il paziente immobilizzato, il braccio denudato, la vena gonfia ...

 

IVAN:         (implorante) Aveva promesso, aveva promesso ...

 

L'ago s'infila nella vena, il liquido della siringa vi scorre dentro e nel giro di pochi secondi fa il giro del corpo, dal cuore ad ogni vaso sanguigno, dal cuore al cervello, dove arriva come la dolce carezza di un sonno  innaturale ed irresistibile.

 

MEDICO:  (agli infermieri) Camera cento-diciassette.

 

Gli infermieri sistemano il dormiente su una lettiga e lo portano fuori. L'infermiere-stenografo rimane invece nella stanza: il suo compito non è ancora finito.

 

MEDICO:  (a Rjuchin) Bene. Ora Lei mi racconti con calma e per esteso tutto quello che sa del paziente e, soprattutto, quello che è successo stasera.

 

 

TERZA SCENA

 

 

 

Camera singola della clinica: un letto, uno sgabello, un tavolino, una porta e una vetrata che occupa una intera parete e dà su un balcone e quindi sulla campagna. E' mattino. Ivan è seduto sul bordo del letto, di spalle alla porta, assorto nei suoi stralunati pensieri. E' vestito con una specie di camicione che gli hanno dato gli infermieri.

 

Entra il Prof. Stravinskij, primario della clinica, seguito dalla sua corte di assistenti. Ivan sembra non accorgersene. Il professore e i suoi assistenti si fermano appena entrati, alle spalle di Ivan. Uno degli assistenti porge al professore la cartella clinica del paziente in questione. Il professore si siede sullo sgabello e dà una scorsa alla cartella borbottando tra sé incomprensibili parole, forse in latino. Ripete un paio di volte la parola "schizofrenia" e di tanto in tanto "magnifico! magnifico!"; il tutto intercalato da qualche sbirciatina al paziente di sottecchi. Il paziente sembrerebbe distratto, assente. Terminata la lettura il professore richiude la cartelletta e la restituisce all'assistente.

 

STRAVINSKIJ:  Dunque lei è poeta ...

 

IVAN:         (senza scomporsi, senza neppure accennare a voltarsi) E lei è professore, immagino. Immagino anche che lei abbia letto il mio nome su quella cartelletta mentre io non conosco il suo.

 

STRAVINSKIJ:  (si alza, si avvicina, e gli porge la mano che Ivan stringe senza convinzione) Professore Stravinskij. Piacere di conoscerla.

 

IVAN:         (guardando dritto negl'occhi) Lei è il primario?

 

STRAVINSKIJ:  Per servirla.

 

IVAN:         Benissimo! Avevo proprio bisogno di parlare con lei.

 

STRAVINSKIJ:  Sono qui per questo. Mi dica.

 

IVAN:         Straordinario! Vede ... il fatto è che ieri, sa il diavolo perché, ad un certo punto al ristorante mi hanno dato un sacco di botte, mi hanno legato e trascinato qui. Poi mi hanno slegato, d'accordo, ma mi hanno vestito da pazzo, e, quel che è peggio, mi trattano da pazzo! Il fatto grave, comunque, è che nessuno vuole ascoltarmi. Nessuno vuole ascoltarmi! Capisce?

 

STRAVINSKIJ:  Si calmi. Non si preoccupi, l'ascolterò io, e non permet-terò a nessuno di farla passare per pazzo se lei non lo è.

 

IVAN:         Benissimo! benissimo! Allora ascolti (fa una pausa, si concentra): ieri sera gli Stagni Patriarsie ho incontrato un individuo pericolosissimo, uno straniero, che però ... forse non era uno straniero ... o almeno, ad un certo punto non mi è più sembrato ... Insomma, questo losco individuo sapeva in anticipo come sarebbe morto Berlioz, e inoltre aveva conosciuto personalmente Ponzio Pilato ...

 

STRAVINSKIJ:  Ponzio Pilato?

 

IVAN:         Esatto!

 

STRAVINSKIJ:  Quello dei tempi di Gesù Cristo?

 

IVAN:         Proprio quello! Comunque la cosa più inquietante è che sapesse per filo e per segno come sarebbe morto Berlioz ...

 

STRAVINSKIJ:  Il compositore?

 

IVAN:         Ma no, il presidente del MASSOLIT!

 

STRAVINSKIJ:  E come sarebbe morto questo Berlioz?

 

IVAN:         Ma sotto il tram, che diavolo! (Pausa) Possibile che lei sia così ignorante da non conoscere il presente del MASSOLIT?

 

STRAVINSKIJ:  Mi perdoni, non avevo capito che si trattasse di quel Berlioz.

 

IVAN:         E' perdonato. Insomma, quell'individuo poco raccomandabile ...

 

STRAVINSKIJ:  (attentissimo) Quello che conosceva Ponzio Pilato?

 

IVAN:         Esatto. Insomma quell'individuo sinistro sapeva perfettamente come si sarebbero svolti i fatti, che Annuska avrebbe rovesciato l'olio comprato al mercato, e che il povero Berlioz ci sarebbe scivolato sopra ... e poi, insomma, tutto il resto ... voglio dire il tram e, zac! la testa rotolata ai miei piedi ... Che cosa gliene pare, eh?

 

STRAVINSKIJ:  Mi scusi, ma questa Annuska chi sarebbe?

 

IVAN:         (innervosito) Chi sia Annuska è assolutamente irrilevante. Lo sa il diavolo chi è! Insomma, è solo una scema qualunque, un personaggio assolutamente insignificante! Quello che conta è che Lui lo sapeva in anticipo! Lui aveva previsto ogni cosa, tutta quella storia del mercato, dell'olio comprato e poi rovesciato, di Berlioz scivolato e poi, zac! decapitato ... Capisce?

 

STRAVINSKIJ:  Capisco, capisco ... (appoggiando una mano sul ginocchio del malato) Ma adesso si calmi e continui. Mi parli di questo individuo misterioso.

 

IVAN:         D'accordo, continuo. Questo individuo inquietante dice di essere un consulente e possiede dei poteri straordinari. Ad esempio, se lo insegui, non riesci mai ad acchiapparlo! Mai! E poi se ne va in giro con altri due tipi assolutamente stravaganti ... uno alto, allampanato, e con degli occhialini rotti sulla punta del naso, l'altro un gatto enorme e spudorato, capace di andarsene a passeggio da solo e di prendere il tram. Inoltre c'è il fatto inconfutabile che lui, il consulente, è stato di persona sotto il porticato del palazzo di Ponzio Pilato! ... (Guardando significativamente) Che cosa gliene  pare, eh? Non crede anche lei che sia un individuo socialmente pericoloso, e che, insomma, sia necessario catturarlo al più presto, per impedirgli di provocare ulteriori disgrazie?

 

STRAVINSKIJ:  (meditabondo) Lei vorrebbe arrestarlo?

 

IVAN:         Esatto! Assolutamente esatto! Mi pare che sia necessario, no? Assolutamente necessario! Io ci ho provato, eccome se ci ho provato! L'ho braccato per tutta Mosca, ma quando sono arrivato al ristorante, quando ormai stavo per mettergli il sale sulla coda, quelli là, quegli imbecilli! invece di aiutarmi mi hanno legato come un salame e trascinato qui con la forza ... (Guardando il primario dritto negli occhi) Io devo fermarlo, capisce? (Borbottando tra sé) Invece quegli imbecilli mi hanno portato qui, dove mi hanno vestito da pazzo e non mi lasciano andare ... (Alzandosi in piedi, solennemente) Chiedo espressamente che mi si lasci libero di andare, immediatamente!

 

STRAVINSKIJ:  Magnifico, magnifico! Adesso tutto è chiaro. (Con una strana luce negli occhi) Effettivamente che senso avrebbe trattenere in clinica un uomo perfettamente sano di mente? Perché lei è sano di mente, non è vero? Voglio dire, è nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, perfettamente in grado di intendere e di volere. Mi risponda, è così?

 

IVAN:         (dopo aver riflettuto) Esatto. E' proprio così.

 

STRAVINSKIJ:  Ed è in grado di essere logico e ragionevole ...

 

IVAN:         Ma certamente!

 

STRAVINSKIJ:  Magnifico, magnifico! Dunque non le dispiacerà se a questo punto mi intratterrò un po' con lei in qualche ragionamento, ad esempio, sulla sua giornata di ieri, così, tanto per tenere la logica in esercizio ... (Fa un cenno al primo assistente, il quale prontamente gli porge la cartella clinica del paziente). Dunque lei, nel tardo pomeriggio di ieri, mi interrompa se sbaglio, si sarebbe lanciato alla ricerca, o forse sarebbe meglio dire all'inseguimento di uno sconosciuto il quale le si era presentato come uno stretto conoscente di Ponzio Pilato ... e nel caso di tale inseguimento avrebbe compiuto le seguenti azioni: innanzitutto si sarebbe appiccicata un'immaginetta al petto ... (Gli lancia un'occhiata interrogativa) Conferma?

 

IVAN:         (a mezza voce) Confermo.

 

STRAVINSKIJ:  (consultando ulteriormente la cartella clinica) Quindi avrebbe fatto il bagno vestito nella Moscova ... (altra occhiata) Conferma?

 

IVAN:         (annuisce)

 

STRAVINSKIJ:  In seguito sarebbe comparso nel famoso ristorante in mutande e con una candelina in mano, e, sempre al ristorante, mi dica se sbaglio, avrebbe aggredito un tale, un suo collega. Quando poi è stato condotto qui, non appena slegato avrebbe voluto a tutti i costi chiamare la polizia affinché mandassero, per la precisione ... (aguzza la vista per leggere bene) sette, dico sette motociclette armate di mitragliatrici. Dopo di che avrebbe tentato di buttarsi dalla finestra. (Guardando fisso) Tutto questo è esatto?

 

IVAN:         (è completamente ammutolito, gli occhi bassi, come un cane bastonato).

 

STRAVINSKIJ:  A questo punto le chiedo: è mai possibile arrestare qualcuno comportandosi in questo modo? Adesso lei mi chiede di lasciarla libero di andarsene ... Naturalmente vorrà che le venga restituita tutta la sua roba ...

 

IVAN:         (lo guarda senza capire).

 

STRAVINSKIJ:  Voglio dire, nel caso la si lasci andare, vorrà che le si renda la sua roba ... Insomma, non credo vorrà tornare a casa con indosso la vestaglia che le abbiamo dato qui, no?

 

IVAN:         Certo che no!

 

STRAVINSKIJ:  Bene, bene. E, mi consenta di chiederle, appena sarà uscito di qui, dove se ne andrà?

 

IVAN:         Dove ...? Ma alla polizia, naturalmente!

 

STRAVINSKIJ:  Naturalmente. Ma, mi dica, senza far prima una capatina nel suo appartamento, così, magari per cambiarsi?

 

IVAN:         Figuriamoci! Così intanto che io me ne vado in giro per appartamenti quello sparisce del tutto dalla circolazione!

 

STRAVINSKIJ:  Magnifico. (Rivolgendosi al solito assistente, quello a cui ha restituito la cartella clinica) Scriva, per favore, che il nostro Signor Ivan Nicolaevic viene dimesso dalla nostra clinica in data odierna, eccetera, eccetera, sotto la propria responsabilità, avendo egli espressamente dichiarato al professor eccetera, eccetera, di essere perfettamente sano di mente. Fatto? Bene, dia qui che firmo ... (Mentre rilegge rapidamente quanto scritto dall'assistente e si accinge a firmare) Tuttavia, mio caro, dia disposizione affinché la stanza non sia occupata da qualche altro paziente e che la biancheria non sia cambiata ... (Restituendogli la cartella dopo aver firmato) dal momento che il nostro signor poeta tra meno di due ore sarà di nuovo qui tra noi. (Rivolgendosi di nuovo a Ivan) Quanto a lei, a questo punto non mi resta che salutarla e lasciarla libero di andare ... (Gli allunga prontamente la mano che Ivan stringe senza troppa convinzione) Auguri e ... arrivederci!

 

Ivan è rimasto sbalordito dall'inaspettata svolta favorevole che hanno preso gli avvenimenti. Rimane a lungo immobile, come paralizzato, guarda il professore, non capisce, pensa si tratti di uno scherzo, o qualcosa del genere, indugia, tanto che il prof. Stravinskij è quasi costretto a spingerlo verso l'uscita. Finalmente il povero Ivan si avvia lentamente verso la porta ciondolando il capo, ma nel momento in cui sta per appoggiare la mano sulla maniglia si blocca un istante, come se un nuovo motivo di perplessità fosse balenato nella sua mente, qualcosa che subito non aveva notato, qualcosa che aveva detto il prof. Stravinskij ...

 

IVAN:         Per quale motivo fra meno di due ore dovrei essere di nuovo qui?

 

STRAVINSKIJ:  Per il semplice motivo che non appena lei farà la sua comparsa al commissariato di polizia in mutande, e si metterà a parlare del suo incontro con un certo amico personale di Ponzio Pilato, allora immediatamente l'arresteranno e la riporteranno qui. E noi, naturalmente, la rimetteremo in questa stessa camera.

 

IVAN:         (alterato) Che cosa c'entrano le mutande?!

 

STRAVINSKIJ:  Beh, soprattutto Ponzio Pilato, direi ... ma certo, anche le mutande ... Mi scusi, ma Lei non mi ha appena detto che vuole che le sia restituita tutta la sua roba? E lei, se non mi sbaglio, è arrivato qui in mutande. D'altra parte non ha nessuna intenzione di fare un salto nel suo appartamento per mettersi addosso qualcosa di decente. Pertanto devo dedurne che si presenterà al Commissariato in mutande. Quando poi si metterà a parlare con i poliziotti della faccenda di Ponzio Pilato, beh, allora il gioco sarà fatto!

 

IVAN:         (sembra crollare sotto un peso insopportabile. Si siede sul letto, sconsolato, lo sguardo a terra).

 

STRAVINSKIJ:  (gli si avvicina, gli mette una mano sulla spalla) Coraggio!

 

IVAN:         (guardando timidamente) Che cosa devo fare?

 

STRAVINSKIJ:  Magnifico! Questa sì che è una domanda ragionevole! (Prende lo sgabello e gli si siede di fronte) Adesso le dirò quello che penso le sia accaduto: ieri sera lei ha incontrato qualcuno che le ha raccontato certe cose su Ponzio Pilato e sa il diavolo cos'altro ancora; ora questo racconto deve averla in qualche modo colpita nell'immaginazione, o addirittura turbata nel profondo, tanto da metterla in condizioni di estrema sensibilità emotiva. A questo punto dev'essere accaduto qualcosa di terribile e sconvolgente, e lei, che, oltre ad avere probabilmente un carattere già di natura estremamente eccitabile, si trovava come ho detto in condizioni di particolare vulnerabilità, ebbene lei ha temporaneamente smarrito il bene della ragione. E così se ne è andato in giro nel cuore della notte conciato in modo estremamente disdicevole raccontando certe storielle su Ponzio Pilato. E' del tutto comprensibile che l'abbiano presa per pazzo! Tuttavia lei non è pazzo, ha solo i nervi un po' scossi e la testa confusa, ecco tutto. Insomma, lei ha un assoluto bisogno di riposo e di tranquillità. E questo sembrerebbe proprio un buon posto per riposare e schiarirsi le idee ... Non trova anche lei?

 

IVAN:         (timidamente) Ma ... ma bisogna acciuffarlo!

 

STRAVINSKIJ:  Daccordo, daccordo. Ma perché dovrebbe farlo proprio lei? Prenda un foglio di carta e faccia una accurata descrizione di questo individuo, racconti tutto quello che ha detto e fatto in sua presenza, quindi aggiunga i suoi sospetti e le sue accuse contro di lui. A questo punto inoltreremo la sua denuncia a chi di dovere, e se davvero abbiamo a che fare con un criminale, vedrà che la polizia indagherà e alla fine sistemerà ogni cosa. Ma, mi raccomando, non si scervelli troppo a pensare a quella storia di Ponzio Pilato. Anzi, mi dia retta, cerchi di dimenticarsela del tutto. Capirà, non bisogna certo credere a tutto quello che ci raccontano!

 

IVAN:         (deciso) Ho capito perfettamente. La prego di darmi carta e penna.

 

STRAVINSKIJ:  (a un assistente) Gli dia pure la carta e una matita corta. (A Ivan) Tuttavia le consiglio di non scrivere per oggi, almeno non subito. Mi sembra ancora un po' sconvolto. Meglio domani, meglio più tardi. Per oggi si riposi.

 

IVAN:         No, no. Oggi! Subito!

 

STRAVINSKIJ:  E va bene, se proprio insiste ... Ma non si sforzi troppo. Se non sarà per oggi, sarà per un'altra volta.

 

IVAN:         Ma quello scapperà!

 

STRAVINSKIJ:  (con voce calma e suadente) Non scapperà, le do la mia parola. Mi ascolta? (Prendendogli le mani) Noi qui l'aiuteremo. Non si deve preoccupare ... L'aiuteremo ... Mi sente? Qui c'è silenzio e tranquillità ... e noi l'aiuteremo ... l'aiuteremo, non si preoccupi ... Adesso però si sdrai e si riposi ... E' stanco ... è molto stanco ... Si sdrai e chiuda gli occhi ... Noi l'aiuteremo, non si preoccupi ...

 

IVAN:         (sbadigliando) Daccordo, professore ... daccordo ...

 

A questo punto il professore posa una mano sulla spalla del paziente e lo aiuta a sdraiarsi.

 

STRAVINSKIJ:  Ha le palpebre pesanti ... Dorma, mio caro Ivan Nicolaevic ... Chiuda gli occhi e dorma ... (le sue dita scivolano sugli occhi del paziente e glieli chiudono).

 

Il paziente chiude gli occhi, i suoi muscoli si rilassano. Il professore fa un cenno agli assistenti che si dileguano in silenzio. Poi, delicatamente, tira sul paziente una coperta leggera che era in fondo al letto; e se ne esce dalla stanza borbottando sottovoce il suo solito: "Magnifico! Magnifico!".

 

QUARTA SCENA

 

 

 

Camera di Ivan. Pomeriggio.

 

Ivan è solo. Vento che spazza la campagna, lontani e lunghi brontolii di tuoni: come un temporale che si avvicini. Ivan è allo scrittoio che scrive febbrilmente. Scrive, cancella, corregge, ma alla fine straccia sempre quello che ha scritto. Fogli accartocciati sul pavimento di tutta la stanza.

 

Lampi alla finestra, rombi di tuono che fanno tremare l'aria e la stanza.

 

L'impeto della scrittura raggiunge il suo culmine: Ivan ha scritto due intere pagine che rilegge velocemente scuotendo la testa ... un lampo è seguito immediatamente da un tuono spaventoso. Ivan abbassa lo sguardo tristemente. Lacrime amare e silenziose sgorgano dai suoi occhi, solcano le guancie. Lentamente straccia i due fogli appena scritti, poi lascia cadere le mani sulle ginocchia, la testa reclinata.

 

Si è messo a piovere: è una pioggia fitta e battente che dà vita a mille rigagnoli e torrenti, una pioggia che purifica e cancella dalla mente i ricordi, dalla pagina bianca i segni pretenziosi lasciati dalla matita. Ivan continua a piangere, silenziosamente. Il tempo passa inavvertitamente.

 

Adesso Ivan ha finto di piangere. Non ha più lacrime. Non ha più nemmeno voglia di piangere. Si alza, con una mano si strofina gl'occhi, si asciuga le guancie; poi va a sdraiarsi sul letto, gli occhi aperti, le mani dietro la nuca. Adesso Ivan è calmo, rilassato. Consapevole. Ha smesso di piovere. Il cielo si è schiarito. Cantano gli uccelli nel boschetto sotto la finestra di Ivan: Ivan li ascolta rapito.

 

QUINTA SCENA

 

 

 

Camera di Ivan.

 

Ivan sdraiato sul letto, con gli occhi aperti e le mani dietro la nuca. Parla da solo.

 

Il sole tramonta.

 

IVAN:         (borbottando con una voce nuova, mai udita) Infondo quel gatto diabolico non era poi così orribile ... Aveva qualcosa di tenero nello sguardo! Anche gli occhi del povero Berlioz decapitato, a pensarci bene, non avevano niente di terribile ... Un muto stupore ... qualcosa di curioso! Per non parlare poi di questa clinica, così silenziosa e tranquilla ... Un posto veramente delizioso! E quel professore poi ... una persona squisita. Così acuto, così benevolo! (Sospirando) Si sta proprio bene qui, e non c'è nessuna ragione per agitarsi tanto. No, nessuna ragione. Nessuna. Intanto, chi se ne importa se Berlioz è finito sotto il tram? E poi, parliamoci chiaro, chi era per me questo Berlioz? Nessuno, assolutamente nessuno. Un conoscente. Che cosa sapevo di lui? Solo che era completamente calvo, ecco, e che parlava troppo. Un incredibile chiacchierone! In definitiva un pallone gonfiato, nient'altro che un pallone gonfiato. E dunque, perché prendersela tanto col consulente straniero? In fondo sembrava un povero diavolo. Per non parlare poi di quella folle rincorsa per le strade di Mosca, di notte, e per giunta in mutande e con un stupida candelina in mano! E poi quella pagliacciata al ristorante! No, no. Tutte sciocchezze tutte sciocchezze ...

 

Dalla finestra entra la brezza leggera della sera che rinfresca la stanza (e le idee).

 

IVAN:         (balbettando con la sua vecchia voce) Ma-ma-ma ... ma del fatto di Berlioz, che gli avrebbero staccato la testa, lui lo sapeva in anticipo. E questo è veramente incredibile!

 

IVAN:         (con la voce di prima, quella nuova, inaudita) Ma che diavolo! che la faccenda non sia chiara lo capirebbe anche un bambino. Ma da questo all'agitarsi tanto ne corre, eccome se ne corre! Che si tratti di un personaggio strano e misterioso, non si discute. Ma questo è un fatto interessante; interessante, certo, ma niente di più. Che diavolo! Che cosa ci può essere di più interessante di una persona che ha conosciuto personalmente Ponzio Pilato, eh? Invece di scatenare quel putiferio agli Stagni Patriarsie avrei fatto molto meglio a farmi raccontare come andava a finire la storia, questa è la verità! Che diavolo! una storia così intrigante, così affascinante, e tutto sommato così imprevedibile! Insomma che fine avranno mai fatto Ponzio Pilato e quel prigioniero nazareno? Certo dalla loro conversazione qualcosa si poteva intuire ... tuttavia quella sembrava una storia così imprevedibile! Mah! Chissà perché invece, in quel momento, mi sono preoccupato di più della prescindibile sorte di un piccolo insulso pelato e borioso direttore di rivista letteraria! Forse che la morte del suo insignificante direttore porterà la rivista in questione a chiudere i battenti? Niente affatto. Tutto continuerà come se nulla fosse accaduto. Pace all'anima sua! Un altro direttore prenderà il posto di quello, e forse questo nuovo sarà persino più loquace e presuntuoso del defunto!

 

IVAN:         (con la sua vecchia voce) Ma in definitiva io che parte ho avuto in tutta questa storia?

 

VOCE DI STRAVINSKIJ:  La parte dello stupido.

 

IVAN:         (senza accorgersi che la risposta è venuta da un'altra voce) Naturalmente, la parte dello stupido!

 

A questo punto Ivan, piacevolmente colpito dal suono della parola "stupido", sorride beatamente e scivola tra le braccia materne del sonno. La luna piena sorge nel pezzetto di cielo visibile attraverso la grande porta-finestra, ed illumina la stanza con la sua luce surreale.

 

 

SESTA SCENA

 

 

 

Camera di Ivan. La luna alta nel cielo. E' notte fonda.

 

Ivan è sdraiato sul suo letto, le mani dietro la nuca. Ha gli occhi chiusi.

 

Compare un'ombra sul balcone: è un uomo sulla quarantina, vestito con gli stessi indumenti da ospedale che indossa anche Ivan, le pantofole e una vestaglia scura sulle spalle. Armeggia un po' con la serratura della porta-finestra che dalla stanza di Ivan dà sul balcone. Ivan sente il rumore, si mette seduto sul letto e osserva lo sconosciuto. Lo sconosciuto si accorge che Ivan lo ha visto, porta l'indice alle labbra e bisbiglia un: "Ssst!". Poi s'infila silenziosamente nella stanza, chiude la porta-finestra alle sue spalle, e strizzando l'occhio a Ivan si caccia in una tasca il grosso mazzo di chiavi che aveva in mano.

 

IL MAESTRO:  (sussurrando) Posso sedere?

 

Ivan annuisce. Lo sconosciuto prende lo sgabello e si siede.

 

IVAN:         (anche lui sussurrando) Come ha fatto ad arrivare fino a qui? Le porte che danno sui balconi non sono tutte chiuse a chiave?

 

IL MAESTRO:  Certo che sono chiuse a chiave, (sorridendo) tuttavia la nostra infermiera è una donna alquanto distratta ... Tempo fa sono riuscito ad impossessarmi di un mazzo di chiavi che aveva dimenticato nella mia stanza, così adesso posso uscire sul balcone comune e di tanto in tanto faccio una visitina ai miei vicini di stanza.

 

IVAN:         Se può uscire sul balcone, allora potrebbe anche saltare giù e tentare la fuga ... Oppure è troppo alto?

 

IL MAESTRO:  Tentare la fuga? No, non è troppo alto. Se non scappo da qui è perché non saprei dove andare. Posso restare qui per un po'?

 

IVAN:         (annuisce).

 

IL MAESTRO:  (sospettoso) Non sarà un pazzo furioso, spero? Sa, io non sopporto assolutamente la confusione, l'agitazione, e ogni forma di violenza. In particolare non sopporto la gente che grida. Mi dica: lei è un pazzo furioso?

 

IVAN:         Non saprei ... (Coraggiosamente) Ieri sera al ristorante ho dato uno schiaffo a un tale.

 

IL MAESTRO:  Oh ... E per quale motivo?

 

IVAN:         (confuso) Beh, non so ... credo, senza una vera ragione ...

 

IL MAESTRO:  E adesso se ne vergogna?

 

IVAN:         (annuisce, e, quasi per dimostrarlo, abbassa il capo contrito).

 

IL MAESTRO:  (meditabondo) Mah, potrebbe essere un pazzo semi-furioso, oppure un pazzo furioso sulla via della redenzione ... Non so ... Forse dovrei saperne di più sul suo conto. Professione?

 

IVAN:         (che aveva per un istante rialzato la testa, la riabbassa sconsolato) Poeta.

 

IL MAESTRO:  Oh, mi dispiace. Mi dispiace veramente. Sembrava una così brava persona. Come si chiama?

 

IVAN:         Bezdomnyi.

 

IL MAESTRO:  Ah-ah!

 

IVAN:         (preoccupatissimo) Ha letto i miei versi? Non le piacciono?

 

IL MAESTRO:  Sono orribili, assolutamente orribili.

 

IVAN:         (timidamente) Quali ha letto?

 

IL MAESTRO:  Nessuno, direi ...

 

IVAN:         Ma, allora ...

 

IL MAESTRO:  ... ma non mi pare assolutamente necessario averli letti per esprimere un giudizio. Il mio, per così dire, è un giudizio a priori. Saprebbe spiegarmi infatti che senso potrebbe avere scrivere poesie oggi, in una società tanto prosaica? Tuttavia, se lei mi assicura che i suoi versi sono belli, sono disposto a crederle sulla parola. Dunque, i suoi versi sono belli?

 

IVAN:         Sono orribili, assolutamente orribili.

 

IL MAESTRO:  (guardandolo dritto negli occhi, con umana comprensione) Allora mi dia retta, non scriva più, mai più.

 

IVAN:         Glielo prometto!

 

Per sottolineare la solennità di quella promessa, Ivan si alza e porge all'altro la destra. L'altro si alza a sua volta e gli stringe la mano calorosamente. Sembrano entrambi commossi. Rimangono in piedi un istante, leggermente impacciati ...

 

IL MAESTRO:  Comunque ... insomma, a parte il fatto che scrive poesie, lei mi sembra proprio una brava persona ...

 

IVAN:         La ringrazio, la  ringrazio  di cuore e contraccambio!

 

Si risiedono entrambi. Ora sono visibilmente più rilassati di prima, e reciprocamente più disponibili.

 

IL MAESTRO:  Mi dica, com'è finito in questo posto?

 

IVAN:         (sospirando) Eh! Tutta colpa di Ponzio Pilato!

 

IL MAESTRO:  Ponzio Pilato?! (Battendosi clamorosamente una mano sulla fronte) Incredibile coincidenza! Incredibile coincidenza!

 

IVAN:         (meravigliato) Anche lei è qui per colpa di Ponzio Pilato?

 

IL MAESTRO:  (sottovoce, come per rivelargli un gran segreto) Ponzio Pilato è la mia croce, la mia condanna e la mia maledizione! La sua ombra mi segue ovunque vada; la sua voce mi risuona nelle orecchie ad ogni passo; il suo fantasma mi perseguita, non mi dà tregua, mi compare in sogno perfino quando non dormo! Anche se d'altronde non dovrei lamentarmi. In fondo è colpa mia! Me la sono voluta, me la sono cercata, questa terribile disgrazia! Non ho avuto paura di fare, per così dire, un patto col diavolo, di scendere fino all'inferno per scovare lo spettro di Ponzio Pilato che giaceva addormentato! La mia guida mi aveva avvisato che era pericoloso disturbare uno spirito dannato! Ma io niente, testa dura, pensavo solo alla letteratura! Non ci ho creduto, ho voluto a tutti i costi che quello spirito venisse stanato, stuzzicato, rievocato! Eh, ma quante lacrime amare ho versato, da allora, per questo mio peccato!

 

IVAN:         (confuso) Credo di non capire.

 

IL MAESTRO:  Vede, mi ero messo in testa di scrivere un romanzo su Ponzio Pilato. Ma non un romanzo di fantasia, no, no, niente affatto! Un'opera ben fondata storicamente, invece, un'opera ben salda sulle sue fondamenta storiche, costruita sulla roccia della verità, e non sulla friabile sabbia delle opinioni; un'opera che avrebbe resistito all'uragano del tempo e alle picconate della storiografia del futuro! Un'opera insomma immortale, che appagasse la mia allora infinita vanità. Subito mi resi conto che se davvero volevo edificare il mio romanzo sulla verità della storia, non potevo affidarmi alle solite fonti fallaci e tendenziose dell'epoca. Ogni documento contemporaneo e attinente ai fatti in questione (romano, giudaico, o evangelico che fosse) trasudava falsità da ogni rigo. Mi decisi allora a chiamare dall'estero un celebre mago esperto in arti medianiche, affinché rievocasse l'anima di Ponzio Pilato. Gli avrei fatto un'intervista!

 

IVAN:         (incuriosito) Al mago?

 

IL MAESTRO:  A Ponzio Pilato!

 

IVAN:         (tace perplesso).

 

IL MAESTRO:  Non crede anche lei fosse una trovata geniale? Insomma, chi meglio di lui, il protagonista principale, Ponzio Pilato in persona, poteva raccontarmi la verità su tutte quelle vicende?

 

IVAN:         (sempre più perplesso) Così Lei voleva intervistare Ponzio Pilato per scrivere un romanzo su di lui ...

 

IL MAESTRO:  (annuisce).

 

IVAN:         (sbalordito) Ma allora anche lei è uno scrittore!

 

IL MAESTRO:  Perché, scusi, non l'aveva capito?

 

IVAN:         (confuso) Ma-ma-ma ... veramente ... mi era parso di capire, insomma, che lei, per così dire, detestasse ... cioè, insomma, ecco ... diciamo, non amasse molto gli scrittori ... o, voglio dire, qualcosa del genere ...

 

IL MAESTRO:  Certo che li detesto. Ogni cosa o persona che abbia in qualche modo a che fare con la letteratura mi provoca letteralmente il volta stomaco. Anche solo la parola "letteratura" mi provoca violenti conati di stomaco. E se adesso, ad averla pronunciata per ben due volte, non rigetto all'istante, mi creda, è solo per rispetto nei suoi riguardi. Veda, il fatto è che io sono ... Come dire? diciamo un dissociato; un pentito, se vuole; oppure un traditore. Come preferisce.

 

IVAN:         "Pentito" mi piace di più, è più moderno.

 

IL MAESTRO:  Bene, aggiudicato! Vada per "pentito".

 

IVAN:         Ma, mi scusi, non sarebbe più semplice dire che lei "era" uno scrittore, punto e basta?

 

IL MAESTRO:  (scuotendo il capo) Evidentemente, mio giovane amico, le sfugge il nocciolo della questione. Io "sono" uno scrittore. Anche se me ne rammarico, me ne pento e me ne dolgo con tutto il cuore. Insomma, io sono uno scrittore sebbene sia perfettamente consapevole che la letteratura è la cancrena del mondo, e che quella parte della società che, come noi, ne è stata contagiata andrebbe amputata senza nessuna pietà.

 

IVAN:         Vuol dirmi che continua a scrivere?

 

IL MAESTRO:  Certo che no! Che diavolo le salte in mente? Le parrebbe ragionevole scrivere nelle condizioni in cui mi trovo? Vede, il fatto è che la letteratura è una brutta malattia, una malattia cronica, incurabile! Come il cancro! Se uno ha il cancro ai polmoni, anche se smette di fumare, di certo non guarisce. Mi capisce? Così, anche se uno non scrive più, ci sono sempre i fantasmi di quello che ha scritto prima che continuano a perseguitarlo ...

 

IVAN:         Insomma, come dire il fantasma di Ponzio Pilato?

 

IL MAESTRO:  Esattamente, mio caro. Il fantasma di Ponzio Pilato in persona, con tanto di mantello e di sandali ai piedi!

 

IVAN:         Certo che è strano. Non avrei mai creduto di trovare un collega in un posto come questo.

 

IL MAESTRO:  Scherza?! (sottovoce) Siamo in moltissimi qua dentro; la maggior parte, direi scrittorucoli, poetastri, giocolieri della parola, illusionisti, illusi, delusi, contorsionisti, contorti, equilibristi, squilibrati, insomma, tutto questo genere di esibizionisti mendicanti dell'altrui consenso ... non so se mi capisce. Anche se io, d'altronde, ma rimanga tra noi, non sono uno scrittore come tutti gli altri. (Orgoglioso) Io sono un vero maestro! (Detto questo, tira fuori di tasca un berretto su cui è ricamata una grossa "emme" in stampatello, se lo calca sulla testa sghignazzando, e lo indica con un dito, come a dimostrare quello che ha appena asserito) Vede? "Emme" come "Maestro"!

 

IVAN:         (tace, sembra rimuginare qualcosa).

 

IL MAESTRO:  Beh! Che c'è?

 

IVAN:         Mi domandavo quale fosse il suo nome ... Chissà, forse ho letto qualcosa che lei ha scritto ...

 

IL MAESTRO:  Il mio nome? Oh, il mio nome non importa, non importa più ormai. Ho rinunciato a tutto, sa? Al nome, alla letteratura, alla musa ispiratrice! D'altronde quando uno arriva a certi estremi ... Il mio nome! Pensi che il più delle volte non lo ricordo neppure! Oh, non che mi sforzi molto, naturalmente. In fondo, mi dica, che cos'è mai un nome, eh? Niente, assolutamente niente. Come si diceva un tempo? Un soffio di voce, ecco. Nient'altro. Se vuole può chiamarmi Maestro.

 

IVAN:         Vorrei domandarle un'altra cosa, Maestro.

 

IL MAESTRO:  Mi dica, mi dica pure.

 

IVAN:         Mi piacerebbe molto sapere dell'intervista, sapere com'è andata, e soprattutto del suo romanzo su Ponzio Pilato ...

 

IL MAESTRO:  Ah, mio giovane amico! E' una lunga storia dolorosa ...

 

IVAN:         Me lo immagino, Maestro. Una storia romantica e tormentata ... E' così?

 

IL MAESTRO:  (annuisce).

 

IVAN:         Una storia poetica e emblematica, dolce e amara allo stesso tempo ...

 

IL MAESTRO:  (annuisce).

 

IVAN:         E magari c'è di mezzo anche una donna, la sua musa ispiratrice, o qualcosa del genere.

 

IL MAESTRO:  (sospirando) Eh, sì! C'è di mezzo soprattutto una donna, una creatura davvero straordinaria (Commosso dal ricordo, si toglie il berretto) ...

 

IVAN:         La prego, Maestro, mi racconti la sua storia!

 

IL MAESTRO:  (dando un'occhiata alla Luna) Non è il momento, amico mio. E' tardi. Vede? La luna sta per tramontare. Non c'è più tempo. Gliela racconterò domani, se proprio vuole, in giardino. Domani la luna sorgerà presto, prestissimo! Naturalmente faremo finta di non conoscerci affatto, ci presenteremo, eccetera, eccetera. Nessuno deve sapere di questo nostro incontro clandestino. (Guarda per terra l'infinità di pallottole di carta, poi guarda Ivan negli occhi) E lei? Sarà in rado di raccontarmi la sua storia? Vedo che i tentativi fatti secondo il metodo del professor Stravinskij non hanno sortito grandi risultati. Non sarà troppo presto? Sa, mi incuriosisce moltissimo sapere com'è che anche lei si trovi qui per colpa di Ponzio Pilato.

 

IVAN:         (si alza, guarda la luna, poi si volta verso il maestro) Quanto manca?

 

IL MAESTRO:  Dipende. Lo vede? La luna se ne sta lì, sospesa a mezz'aria. Impossibile dire tra quanto tempo potrebbe tramontare.

 

IVAN:         Da che cosa dipende?

 

IL MAESTRO:  Oh! mio giovane amico, com'è ingenuo! Dipende da quello che noi raccontiamo. Se la cose la interessa, la luna rallenta la sua corsa. In certi casi eccezionali, addirittura si arresta e rimane ad ascoltare. Ma lei sarebbe in grado di raccontare la sua storia senza ingarbugliarsi?

 

IVAN:         Dipende. A lei, Maestro, interessa davvero la mia storia?

 

IL MAESTRO:  Moltissimo!

 

A questo punto Ivan comincia a raccontare la sua storia, solo che questa volta, a differenza delle altre, è perfettamente calmo, sereno, riappacificato con se stesso. Anche il suo interlocutore è quanto di meglio si possa immaginare: attento, acuto, interessatissimo. Insomma, finalmente ci sono le migliori condizioni perché questa storia sia raccontata per filo e per segno e in maniera comprensibile.

 

IVAN:         Deve sapere che tutta la faccenda ebbe inizio un certo pomeriggio afoso, agli Stagni Patriarsie. Eravamo andati lì per goderci il fresco della sera e per parlare liberamente di un certo mio poemetto ...

 

IL MAESTRO:  Mi scusi, lei e chi?

 

IVAN:         Io e Berlioz. Conosce Berlioz?

 

IL MAESTRO:  Il presidente del MASSOLIT?

 

IVAN:         Precisamente.

 

IL MAESTRO:  Ho avuto occasione d'incontrarlo.

 

IVAN:         Benissimo! Come le stavo dicendo, io e Berlioz ce ne stavamo seduti su di una panchina, e parlavamo di questo poemetto sulla figura di Gesù Cristo che Berlioz mi aveva commissionato per la sua rivista, quando all'improvviso si avvicinò a noi uno sconosciuto. Costui si presentò come un professore straniero invitato a Mosca per una consulenza. Ci mostrò perfino il biglietto da visita. (Cambiando tono di voce) "Perdonino se mi intrometto nei loro discorsi, ma ho ascoltato involontariamente, e mi è parso d'intendere che lor signori non credano nella storicità dell'esistenza di Gesù Cristo". (Cambiando ancora tono) "Ha inteso perfettamente", rispose Berlioz con un sorriso beffardo. "Non vorranno farmi credere che lor signori sono atei, non è vero?" chiese il consulente, decisamente allarmato. "Liberissimo di non crederci. Tuttavia le assicuro che è proprio così. D'altronde la maggioranza dei cittadini di questo Paese la pensa esattamente come noi". Questa risposta di Berlioz lasciò il consulente straniero di sasso. (Sghignazzando) Eh! eh! Proprio non riusciva a figurarselo un Paese di atei! A questo punto Berlioz e il consulente intrapresero una interminabile discussione filosofica sulle prove dell'esistenza di Dio, sul pensiero di un certo signor Kant, e su molte altre cose. Io per la verità mi stavo annoiando a morte, quando ad un tratto il consulente straniero fece una domanda che attirò la mia attenzione. "Ma se Dio non esiste, chi presiede allora alla vita dell'uomo?" "L'uomo stesso", risposi io prontamente. "L'uomo?!" ribatté sbalordito il consulente "Intende dire un uomo, né più né meno come lei?" "Esattamente!" "Ma se lei non sa neppure quello che le capiterà stasera!" "Io lo so benissimo", intervenne Berlioz ridendo, "andrò da Griboedov dove presiederò una riunione del MASSOLIT in una saletta privata, e probabilmente morirò di noia!" "Se questo la preoccupa, le posso assicurare che non morirà di noia", disse a questo punto il consulente straniero con uno strano sguardo: "se proprio vuol saperlo, lei non ci arriverà neppure da Griboedov" "Ah no?" "No, perché, vede, lei stasera, non lontano da qui, perderà la testa per una certa Annuska". "Chissà come la prenderà mia moglie!" "Male, molto male. Ne sarà profondamente turbata". "Lo credo! Ma non le sembra che sia un po' troppo vecchio per perdere la testa per una Annuska qualsiasi?" "Al contrario, Non si è mai abbastanza vecchi per certe cose. Almeno così dicono". Niente da dire, quel consulente era davvero un tipo originale! Si figuri che a un certo punto, per convincerci della storicità dell'esistente del figlio di Dio, si mise a raccontare una storia stranissima sugli ultimi giorni di vita di Gesù Cristo e sul suo incontro con Ponzio Pilato.

 

IL MAESTRO:  (divertito) Ecco! Fiato alle trombe! Finalmente fa il suo ingresso sulla scena Ponzio Pilato.

 

IVAN:         (senza scomporsi) Terminato quel racconto, sostenne che la sua era una prova inconfutabile, dal momento che egli stesso aveva personalmente assistito a tutto quello che aveva raccontato. All'epoca infatti egli era comandante dei servizi segreti di Ponzio Pilato, e insomma si poteva considerare un autorevolissimo testimone oculare. Tutto era chiaro ...

 

IL MAESTRO:  (sorridendo) Assolutamente chiaro!

 

IVAN:         Quell'uomo era pazzo, completamente pazzo! Bisognava correre ai ripari. Poteva essere un pazzo pericoloso, no? (Cercando la complicità del Maestro) Uno di quei pazzi furiosi, violenti, di quelli che a lei non piacciono affatto.

 

IL MAESTRO:  (sorride e scuote la testa. Si vede che ha capito cose che Ivan neppure si sogna).

 

IVAN:         Berlioz reagì prontamente. S'inventò una scusa, disse che si era dimenticato, che doveva fare una certa telefonata, e si allontanò rapidamente. Era ovvio che avrebbe chiamato la polizia, oppure il manicomio. Corse verso l'uscita degli Stagni, la raggiunse, e scomparse dalla nostra vista. Un istante dopo di sentì lo stridente sferragliare di un tram che sopraggiungeva a tutta velocità, poi un tonfo, il rumore dei freni del tram, le grida della gente. Era successo qualcosa, qualcosa di terribile! Un incidente? Vidi molte persone correre verso il luogo dell'accaduto. Anch'io, istintivamente, feci lo stesso, senza più badare al consulente straniero. Giunto quasi sul posto, incrociai due donne che vi provenivano. Una diceva all'altra: "Annuska! Annuska! Tutta colpa di Annuska! Quella cretina ha rovesciato l'olio appena comprato al mercato, e quel poveretto c'è scivolato sopra!" Non feci in tempo a riflettere su quelle parole, che l'orrore di quello che vidi mi raggelò il sangue. Berlioz! La testa di Berlioz staccata dal corpo, tutta insanguinata, stava rotolando ai miei piedi! Il suo corpo un po' più in là. In mezzo il tram che lo aveva investito. Rimasi lì, come istupidito, ammutolito, chissà per quanto tempo. Alla fine realizzai: Berlioz era morto, aveva perso la testa per colpa di una certa Annuska che aveva rovesciato dell'olio appena comprato e sul quale il povero Berlioz era scivolato andando a finire col collo su una rotaia, proprio mentre passava il tram! Ecco cosa intendeva dire quel maledetto consulente straniero con tutti i suoi enigmi! Aveva previsto tutto, quel demonio. Noi non avevamo capito, ma lui aveva previsto tutto! O forse, addirittura, era stato lui ad architettare ogni cosa, per filo e per segno. Tutto era possibile! Assolutamente possibile!!

 

IL MAESTRO:  Si calmi, povero amico mio. Si calmi; e continui, la prego.

 

IVAN:         (tira un lungo respiro e riprende con calma) Tornai sui miei passi di corsa. Il consulente straniero stava ancora lì, seduto dove lo avevo lasciato. Solo che al posto mio e del povero Berlioz c'erano due strani individui: uno piccolo e grasso, con la faccia da gatto e la bombetta in testa; l'altro magro, lungo lungo, vestito a quadrettoni e con degli occhialini rotti sul naso. Quando il terzetto mi vide, subito se la squagliò. Prontamente mi lanciai all'inseguimento, ma per quanto corressi veloce non mi riusciva di avvicinarli. Oh! non che fossero più veloci di me. Al contrario! Era una specie di incantesimo: io correvo, e loro camminavano, eppure non riuscivo a raggiungerli! Durante quell'inseguimento per le strade di Mosca feci delle cose stranissime, mi vergogno a dirlo. Il fatto è che non so perché le feci. E' questo il punto! Era più forte di me. Anche quando li persi di vista. Anzi, quando li persi di vista, continuai l'inseguimento con maggiore accanimento e le sciocchezze che feci si moltiplicarono.

 

IL MAESTRO:  Lo ha detto lei stesso: era vittima di un incantesimo.

 

IVAN:         Lei crede? Sta di fatto che fu proprio la sequenza di tutte quelle irripetibili stupidaggini a condurmi in questo posto.

 

IL MAESTRO:  Mio povero poeta! Ma in fondo è tutta colpa sua. Se l'è cercata! Anzi, le dirò, è stato molto fortunato. Mi dica lei se non è stata un'imprudenza senza paragoni comportarsi così proprio con lui! Non avrebbe potuto essere più sfrontato né più irriguardoso. Eh, no, non avrebbe proprio potuto ...

 

IVAN:         Ma insomma, Lui chi è? Lei lo sa? Non è un consulente straniero, non è vero? Me lo dica, chi è?

 

IL MAESTRO:  Ma davvero non l'ha ancora capito?

 

IVAN:         Assolutamente no.

 

IL MAESTRO:  (indugiando) Se glielo dico, mi promette di non agitarsi? Me lo garantisce?

 

IVAN:         (mettendosi una mano sul cuore) Glielo giuro.

 

IL MAESTRO:  Ieri sera agli Stagni Patriarsie lei ha incontrato Satana in persona.

 

Pausa.

 

IVAN:         Impossibile! Satana non esiste.

 

IL MAESTRO:  Proprio lei dice questo! Lei che lo ha incontrato, lei che ha assistito ai suoi prodigi! Mi scusi, ma non ha mai letto Faust? Era impossibile non riconoscerlo. Ho l'impressione che lei sia poco ferrato in questa materia, e forse non solo in questa. Mi sbaglio?

 

IVAN:         (calmissimo) Non sbaglia affatto. In effetti io sono un perfetto ignorante.

 

IL MAESTRO:  E sia, ma Berlioz! Da quello che mi ha detto doveva essere uno che ha letto, che ha studiato, insomma, uno che sa. Beh, certo il prof. Woland è un maestro nel gettar fumo negli occhi. Anche questo è da considerare.

 

IVAN:         Woland?

 

IL MAESTRO:  Mio povero amico! Vuol dire che non era riuscito neppure a leggere il suo nome sul biglietto da visita che le aveva mostrato? Professor Woland, consulente straniero: é questo il nome e il travestimento che si è scelto per questa sua apparizione a Mosca.

 

IVAN:         Ero solo riuscito a leggere solo l'iniziale, una "doppia vu". Era tutto quello che sapevo: Professor "W" ..., consulente straniero ... Ma lei come fa a conoscerne il nome? E poi come ha fatto a capire che si trattava proprio del diavolo in persona?

 

IL MAESTRO:  Ma lei cosa crede? Che il diavolo si presenti con tanto di coda, corna e forcone? L'avevo intuito subito che si trattava di lui, sin dall'inizio del suo racconto. Quando poi mi ha detto che era stato comandante in capo dei Servizi Segreti di Ponzio Pilato, ho avuto la riprova. Ogni tassello è andato al suo posto. Perché, vede, amico mio, sono stato proprio io a chiamarlo qui a Mosca.

 

IVAN:         Lei?!

 

IL MAESTRO:  (tra sé) O forse è stato lui a farsi chiamare, utilizzando le sue arti magiche, che di sicuro funzionano anche a distanza ... (A Ivan) Si ricorda che le ho raccontato che per scrivere il mio romanzo su Ponzio Pilato avevo chiamato un famoso medium straniero?

 

IVAN:         Quello dell'intervista?

 

IL MAESTRO:  Esattamente. Il fatto è che avevo letto un articolo su di un giornale. Diceva che c'era un certo professore, storico acclamato, che da tempo si era dedicato allo studio dei rituali magici delle antiche civiltà e in particolare alla sperimentazione di una antichissima pratica medianica. Durante i suoi esperimenti aveva contattato le anime di personaggi illustri del passato: Scipione l'Africano, Caligola, Platone, Cicerone, Ponzio Pilato ... Ponzio Pilato?!! Subito mi balenò l'idea dell'intervista. Così scrissi al professore, lui mi rispose, e in capo a qualche settimana venne a trovarmi a Mosca. E così cominciò il mio Calvario. E anche il suo, a quanto ho sentito, qualche tempo dopo. Non è così? Già, perché quel professore altri non era che il Prof. Woland, storico, medium, mago ipnotizzatore, nonché Satanasso in persona. Probabilmente quell'articolo era l'esca di una enorme trappola ben congegnata. E, insomma, noi due, temo, siamo stati due poveri topolini che ci sono caduti.

 

IVAN:         Ma che c'entravo io in tutta questa storia?

 

IL MAESTRO:  Eh! Non ci sarebbe da meravigliarsi se non fosse stato proprio lui, il prof. Woland, a suggerire a Berlioz di commissionarle quel famoso poemetto sulla figura di Gesù Cristo!

 

IVAN:         Lei crede?

 

IL MAESTRO:  E' capace di tutto quel demonio! Creda a me che ho avuto modo di conoscerlo a fondo. Soltanto il diavolo in persona avrebbe potuto combinarmi tutto quello che mi ha combinato!

 

Pausa. Ivan è confuso, perso in un turbine di mille pensieri. Guarda la luna e cerca di ritrovare il bandolo perduto di quella ingarbugliatissima storia.

 

IVAN:         (illuminato dalla luce della luna). Dunque, se il consulente straniero è davvero Satana in persona,  è possibilissimo che fosse sotto il porticato con Ponzio Pilato ... Anzi, è probabile!

 

IL MAESTRO:  Quasi sicuro, direi.

 

IVAN:         E dicono che sono pazzo!

 

IL MAESTRO:  (guardando la luna) Guardiamo in faccia la verità: sia lei che io siamo effettivamente pazzi. E' inutile cercare di negarlo. Lui è riuscito a farle perdere il lume della ragione. L'ha catturata con la rete delle sue parole e l'ha sconvolta con le sue magie. Tuttavia quello che le ha raccontato quasi sicuramente è vero. Ed è così straordinario che probabilmente il prof. Stravinskij non le ha creduto. L'ha visitata, non è vero?

 

IVAN:         (annuisce).

 

IL MAESTRO:  Dunque, concludendo: il suo interlocutore è stato sotto il porticato di Ponzio Pilato, così come sapeva perfettamente come sarebbe morto Berlioz ammesso che addirittura non ci abbia in qualche modo messo lo zampino.

 

IVAN:         Proprio così! E chissà cosa starà combinando ancora! Che cosa possiamo fare per fermarlo?

 

IL MAESTRO:  Mi pare che ci abbia già provato, no? E prima di lei anche Berlioz. Visti i risultati? Quello morto investito, e lei impazzito. E non tema che chiunque altro ci provasse non finirebbe diversamente. Ah, avessi potuto essere io al suo posto!

 

IVAN:         Vorrebbe di nuovo incontrarlo?! Ma non le basta quello che le ha fatto in combutta con Ponzio Pilato?

 

IL MAESTRO:  Proprio per questo! Darei tutto quello che ho per poterci parlare, perfino il mazzo di chiavi rubato alla nostra infermiera! Soltanto lui potrebbe liberarmi dall'incantesimo che mi affligge. Insomma, come dire, convincere Ponzio Pilato a desistere dal perseguitarmi. Vede, il fatto è che non ce la faccio più! Quel Ponzio Pilato è davvero invadente. Qualunque cosa faccia o intenda fare, lui mi appare e mi dice la sua. Anzi, per dir la verità, il più delle volte mi costringe a fare quello che vuole lui. Insomma, dopo quasi duemila anni, io sono rimasto il suo unico suddito! Le assicuro che è un vero tiranno. Sarà l'età, non so, sarà che ormai più nessuno gli dà retta, oppure sarà la faccenda di Gesù Cristo che ancora gli rode, non so. Comunque le assicuro che è davvero insopportabile! Si figuri, pretende da me cose assurde. Ad esempio il mantello ... vuole che gli pulisca il mantello, come se fossi una volgare lavandaia! E poi, s'immagini, come se fosse facile! Ma si rende conto di che cosa significhino duemila anni di polvere? Com'è che si dice? Ah sì, la polvere del tempo ... O era la sabbia? E non parliamo poi dei rattoppi! Insomma, si tratta di abiti vecchi, e anche un po' fuori moda. Eh! Ma lui ci è affezionato! (Dà un'occhiata alla luna che adesso è bassa sull'orizzonte e rossastra. Il cielo si sta schiarendo) E' tardissimo! E' tardissimo! Devo andare. Ci vedremo domani, in giardino. Potremo parlare ancora ... Domani la luna sorgerà prestissimo, prima ancora che tramonti il sole ... A domani! A domani!

 

Dopo una rapidissima stretta di mano il Maestro balza fuori dalla porta-finestra, richiude a chiave e scompare. Ivan è rimasto sbalordito dalla rapidità del commiato. Non si è mosso. Adesso guarda la luna, incantato.

 

 

 

SETTIMA SCENA

 

 

 

La stanza di Ivan e quella adiacente del Maestro appaiono contemporaneamente, separate da una parete sottile. Manca poco all'alba.

 

Il Maestro, nella sua stanza, dorme profondamente col suo berretto preferito (quello con la "M" ricamata) calcato sulla testa. Ivan se se sta sdraiato vestito sul letto, con le mani intrecciate dietro la testa e gli occhi chiusi. Probabilmente sta ripensando a tutto quello che ha vissuto negli ultimi giorni, sospeso tra sogno e realtà, tra incubo e ragione. Qualcosa sta per apparire alle sue spalle. Di cosa si tratta? Di un ricordo, un sogno, un'allucinazione?

 

Tre ombre, tre figure si materializzano sul fondo della stanza, nella luce azzurra e surreale della luna piena. Si tratta di Ivan stesso, di un uomo pelato e grassoccio (che subito dovrebbe far pensare a Berlioz), e del prof. Woland vestito da mago, con tanto di palandrana nera e cilindro, e che, guarda caso, è assolutamente identico al prof. Stravinskij. Che si tratti di un Sosia? Ivan e Berlioz sono seduti su di una panchina. Woland è in piedi alle loro spalle che li fissa misteriosamente. Evidentemente si tratta della famosa scena degli Stagni Patriarsie. Se si trattasse di un sogno, più che di un ricordo; anzi, se si trattasse di un incubo, allora Berlioz potrebbe avere la testa staccata dal collo, appoggiata sulle ginocchia o tenuta sottobraccio; mentre il prof. Woland, alias Stravinskij, potrebbe mostrare spavaldo un bel paio di orecchie a punta, e avere tanto di coda che spunta da sotto la palandrana. Inoltre potrebbe parlare con tono suadente da ipnotizzatore, o con quello altisonante da imbonitore di folle.

 

BERLIOZ:  (saccente) Prendiamo ad esempio Filone Alessandrino, oppure Giuseppe Flavio ... ebbene nessuno di loro assolutamente nomina o anche solo menziona questo famigerato Gesù Cristo! E per quanto riguarda poi il capitolo quarantaquattro del quindicesimo libro degli Annali di Tacito ... quello che tratta della condanna a morte di Gesù ... - hai presente?

 

IVAN:         (mentendo spudoratamente) Come no! Il famoso capitolo sulla condanna a morte!

 

BERLIOZ:  Ebbene, per quanto riguarda quel famoso capitolo, anche un bambino capirebbe che si tratta evidentemente di un falso, insomma di una aggiunta apocrifa e truffaldina ad opera di qualche manigoldo in epoca successiva ...

 

IVAN:         (come sopra) Evidentemente! Evidentemente!

 

BERLIOZ:  Insomma, in definitiva, si tratta di favole!

 

IVAN:         (spiazzato) Favole?

 

BERLIOZ:  (infervorato) Ma certo"! Gesù Cristo non è mai storicamente esistito. E i Vangeli altro non sono che un cumulo di vacue dicerie e di invenzioni belle e buone. Insomma, parliamoci chiaro, si tratta di un mito. Un mito alla stregua degli Dei Greci o Romani, e neanche tanto originale! Citami una religione orientale che non abbia il suo dio generato da una donna vergine! Per non parlare poi dei miracoli o della resurrezione! Se pensi alle figure mitiche, per esempio, del dio egizio Osiride, del fenicio Tammuz, oppure di Marduk, ebbene allora vedrai che ogni cosa ti sarà assolutamente chiara!

 

IVAN:         Chiara? Chiarissima!

 

Sul finire della battuta di Berlioz il prof. Woland, alias Stravinskij, si è avvicinato ai due letterati. Parla con uno strano accento.

 

PROF. WOLAND:  (scappellandosi platealmente) Permettono? Scusino se m'intrometto ... Sono professore ordinario e straordinario di Storia ... Ecco il mio biglietto da visita (estrae e mostra un biglietto da visita che ritira prontamente ...) Non ho potuto esimermi dall'ascoltare i loro discorsi, e devo dire di averli trovati estremamente interessanti. Se non ho frainteso, lor signori nutrono qualche dubbio sulla storicità dell'esistenza di Gesù Cristo. Dicano è così?

 

BERLIOZ:  Proprio così, non ha frainteso.

 

IVAN:         Questa storia di Gesù Cristo è un vero bidone!

 

PROF. WOLAND:  Straordinario; straordinario! Mi scusino se insisto, approfittando della loro cortesia ... ma lor signori, diciamo così, tanto per dire, per caso ... può essere che non credano neppure ... insomma, diciamo così, in Dio?

 

BERLIOZ:  (ridendo) Certo che no!

 

PROF. WOLAND:  Atei?!

 

BERLIOZ:  Certamente. Atei. Lo trova strano?

 

PROF. WOLAND:  Incredibile! Lo trovo assolutamente incredibile. Ma, mi scusino, se davvero Dio non esistesse, che ne faremmo allora delle famose cinque prove filosofiche dell'esistenza di Dio, eh? O forse lor signori non credono neppure nella filosofia?

 

BERLIOZ:  Nell'ambito della ragione non può esserci alcuna dimostrazione dell'esistenza di Dio.

 

PROF. WOLAND:  Proprio quello che sosteneva Kant! Tuttavia lo stesso Kant, dopo aver smontato le cinque prove accuratamente, una per una, ebbene, quasi per deridere se stesso, ne costruì una sesta.

 

BERLIOZ:  La prova di Kant è poco convincente. Non a caso Shiller ritiene i ragionamenti Kantiani in proposito assolutamente inconsistenti.

 

IVAN:         Bisognerebbe prendere questo Kant, impacchettarlo, e spedirlo in Siberia!

 

BERLIOZ:  (scandalizzato dall'ignoranza dell'amico) Ivan! (sottovoce) Kant è morto più di cent'anni fa!

 

PROF. WOLAND:  (a Ivan) Lei ha proprio ragione! (A Berlioz) E anche Lei ha ragione, almeno in un certo senso. Glielo dissi una mattina, a colazione: "Carissimo Immanuel, Lei è molto intelligente, ma sostiene delle argomentazioni assolutamente inconsistenti, glielo ripeto, inconsistenti. E vedrà che tra un secolo e mezzo ci sarà un tale agli Stagni Patriarsie al quale la loro inconsistenza non sfuggirà".

 

BERLIOZ:  (strabuzzando gli occhi) Ma ...

 

PROF. WOLAND:  (a Ivan) Comunque, quanto alla sua proposta, carissimo, non c'è di che preoccuparsi. Il nostro buon Immanuel è finito in un posto ben peggiore della Siberia, anche se vi fa decisamente più caldo. (Riprendendo il discorso con Berlioz) Tuttavia, se Dio non esistesse, chi potrebbe mai presiedere alla vita umana? Chi potrebbe stabilire, ad esempio, che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato?

 

BERLIOZ:  Come?

 

PROF. WOLAND:  Dicevo, se Dio non esiste, chi potrebbe dire quale sia la virtù e quale il peccato?

 

BERLIOZ:  Chi? Ma l'uomo stesso, è chiaro!

 

PROF. WOLAND:  L'uomo?!

 

BERLIOZ:  Ma certamente.

 

PROF. WOLAND:  Intende dire un uomo né più né meno come Lei, o come il suo amico?

 

IVAN:         (offeso dall'incredulità del prof.) E perché no, scusi?

 

PROF. WOLAND:  (ironico) Credono di poter essere all'altezza? Ma se neppure sono in grado di immaginare che cosa accadrà loro stasera!

 

BERLIOZ:  Io sono benissimo che cosa mi accadrà stasera.

 

PROF. WOLAND:  Davvero?!

 

BERLIOZ:  Certamente. Presiederò una seduta del MASSOLIT, e probabilmente creperò dalla noia.

 

PROF. WOLAND:  Se questo la preoccupa, posso assicurarle che non creperà di noia. Quanto alla riunione del MASSOLIT, lei stasera neppure ci arriverà da Griboedov ...

 

BERLIOZ:  (sospettoso) Come fa a sapere che la riunione si svolgerà da Griboedov?

 

PROF. WOLAND:  (senza badare alla domanda) ... Staserà lei perderà la testa per una certa Annuska. Comunque, tornando al discorso sulla storicità dell'esistenza di Cristo, vorrei raccontar loro alcuni episodi, ai quali ho assistito personalmente, che potrebbero schiarir loro le idee in proposito ... (Attacca a raccontare) Dunque, devono sapere che all'epoca in questione ricoprivo il delicato incarico di comandante in capo dei Servizi Segreti di Ponzio Pilato, pertanto di quest'uomo, sto parlando naturalmente di Jehoshua il Nazareno, vale a dire Gesù, ebbene di costui ebbi modo di occuparmi proprio per ragioni pertinenti al mio ufficio. Ah, ricordo perfettamente quei giorni! Specialmente l'incontro tra Jehoshua il Nazareno e Ponzio Pilato ...

 

A questo punto sul fondo della stanza del Maestro, alle spalle del Maestro stesso che sta dormendo nel suo letto, appare Ponzio Pilato, chiaramente vestito alla romana, con indosso un mantello bianco foderato di porpora. Evidentemente i sogni di Ivan e del Maestro, o i ricordi, sono paralleli, si intrecciano.

 

All'apparire di Ponzio Pilato corrispondono dei movimenti convulsi del Maestro nel sonno. Questa storia di Ponzio Pilato è un vero incubo per lui! Ponzio Pilato passeggia avanti e indietro nervosamente, con una smorfia di dolore dipinta sul volto, e si massaggia in continuazione la tempia sinistra. Di tanto in tanto l'occhio sinistro si contrae in uno spasimo repentino.

 

PROF. WOLAND:  (nella stanza di Ivan) Era il quattordicesimo giorno del mese primaverile di Nisan. Ponzio Pilato indossava un mantello bianco foderato di porpora, e passeggiava nervosamente sotto il porticato. Un intenso profumo di rose si spandeva nell'aria, mentre una terribile emicrania faceva contrarre dolorosamente i muscoli facciali del Procuratore ...

 

PONZIO PILATO:  (nell'altra stanza, contemporaneamente) Ancora lei! Invincibile, terribile, maledetta emicrania! Contro di lei non c'è nessuna speranza ... (Si siede su di uno scanno) Posso solo cercare di alleviare il dolore ... ecco, così, devo tenere la testa ferma il più possibile, immobile ... (Protende una mano dalla parte di Woland).

 

Woland, prontamente, infila una mano in una tasca interna del suo mantello e ne estrae un rotolo di pergamena che porge, attraverso la parete che separa le due stanze, a Ponzio Pilato. Il dialogo che segue può svolgersi con i due interlocutori che rimangono ognuno nella sua stanza, vale a dire  ognuno nel suo sogno, oppure viceversa con Woland che attraversa il separé ed entra nel sogno del Maestro. E' indifferente. Ivan e Berlioz, seduti sulla panchina del sogno di Ivan, seguono con muta attenzione la scena rievocata da Woland, vale a dire il sogno del Maestro. Ovviamente il Maestro nel sonno, in corrispondenza di qualche battuta significativa, si agita particolarmente.

 

PONZIO PILATO:  (leggendo la pergamena) Dunque ... imputato Jehosua, detto Ha-Nozri ... L'imputato è originario della Galilea? La faccenda è stata sottoposta al Tetrarca?

 

PROF. WOLAND:  Sì, Procuratore.

 

PONZIO PILATO:  Ebbene?

 

PROF. WOLAND:  Si è astenuto dal chiudere il caso e ha rimesso la condanna a morte decretata dal Sinedrio alla tua approvazione.

 

PONZIO PILATO:  Tu che cosa ne pensi?

 

PROF. WOLAND:  Penso che il Tetrarca se ne sia, per così dire, lavato le mani, che, insomma, non abbia voluto sbilanciarsi. Evidentemente la questione è spinosa, e questa condanna potrebbe rivelarsi molto pericolosa per chi la promulgasse. Pare che questo Nazareno abbia molti seguaci.

 

PONZIO PILATO:  Capisco, capisco. Tu che cosa mi consigli?

 

PROF. WOLAND:  Per conto mio questo Nazareno è un buffone di nessuna importanza. Tuttavia questi sono tempi difficili, la gente seguirebbe chiunque potesse incarnare in qualche modo un ideale anti-imperiale. Non ci vuole nulla a fare di un ciarlatano un santo: qualche gioco di prestigio, che so, trasformare dell'acqua in vino. Ma occorre molto di meno per fare di un santo fasullo un autentico martire: basta un monte Calvario e una croce. Pertanto consiglio prudenza.

 

PONZIO PILATO:  Bene. Sia introdotto l'imputato.

 

IL MAESTRO:  (colto dall'ennesimo soprassalto, si sveglia cacciando un urlo disumano) Nooo!!!

 

L'urlo del Maestro sveglia anche Ivan nella stanza accanto. Si ritrovano entrambi seduti sul letto con gli occhi spalancati. Entrambi i sogni, ovviamente, si dissolvono contemporaneamente.

 

 

SECONDO ATTO

 

 

 

OTTAVA SCENA

 

Giardino della Clinica. Tardo pomeriggio.

 

In un angolo del giardino alcuni ospiti particolarmente euforici cantano e ballano tenendosi a braccetto. Sono tutti in mutande, con degli ombrellini per ripararsi dalla pioggia di carta moneta che un altro ospite arrampicato su di un alberello riversa su di loro.

 

Ivan se ne sta seduto su di una panchina, in disparte, assorto nei suoi pensieri. Guarda la luna, una pallida luna sorta da poco, bassa sull'orizzonte e appena appena visibile.

 

Entra il Maestro, che si avvicina rapidamente a Ivan. Sembra in preda a una qualche misteriosa, sottile agitazione. Come se fosse ansioso di comunicare qualcosa di assolutamente straordinario o di particolarmente curioso, una verità di cui lui è il solo depositario, o qualcosa del genere. Qualcosa comunque di troppo grosso, il cui peso deve assolutamente condividere con qualcun altro. E sembrerebbe che il destinatario di questa irrefrenabile rivelazione sia proprio lui, Ivan Nicolaevic Ponyrev, detto Bezdomnyi.

 

IL MAESTRO:  Sembra che il nostro caro professor Woland ne abbia combinata un'altra delle sue!

 

IVAN:         (lo guarda stralunato, come chi sia stato svegliato nel bel mezzo di un sogno).

 

IL MAESTRO:  Li vede quelli là in fondo, quelli in mutande?

 

IVAN:         Quelli che cantano e ballano sotto una pioggia di carta-moneta?

 

IL MAESTRO:  Fino a ieri sera sembra che fossero perfettamente sani di mente, poi pare che siano andati ad assistere ad uno spettacolo di magia. Indovini un po' chi era il mago?

 

IVAN:         Woland?

 

IL MAESTRO:  In persona!

 

IVAN:         Quel satanasso!

 

IL MAESTRO:  Dicono che facesse piovere denaro dal soffitto del teatro e comparire dal nulla vestiti sfavillanti! La gente si metteva in coda per averne uno. Tutta roba all'ultima moda, s'intende, roba che veniva da Parigi! La gente buttava via i suoi abiti vecchi e logori e si metteva quelli nuovi di Woland.

 

IVAN:         (sghignazzando di gusto) M'immagino com'è andata a finire!

 

IL MAESTRO:  E' andata a finire che appena usciti dal teatro, l'incantesimo è svanito, e tutta quella gente s'è ritrovata in mutande!

 

IVAN:         In mutande, per le strade di Mosca?! (Scoppia in una inarrestabile risata, senza ricordarsi che era esattamente quello che aveva fatto lui quando dava la caccia a Woland: girare in mutande per le strade di Mosca!)

 

IL MAESTRO:    (ridendo anche lui) In mutande! in mutande!

 

IVAN:         (ridiventando serio all'improvviso) Proprio quello che è capitato a me!

 

IL MAESTRO:    Non ci avevo pensato.

 

IVAN:         (con ammirazione) Che demonio quel Woland!

 

IL MAESTRO:    Niente da dire, è uno che conosce il suo mestiere.

 

IVAN:         Ben detto!

 

IL MAESTRO:    Grazie!

 

IVAN:         Prego!

 

IL MAESTRO:    Mi sarebbe proprio piaciuto vedere la scena. Tutta quella gente sguinzagliata per Mosca in mutande che vaneggia di soldi piovuti dal cielo e di chissà quali altre stramberie!

 

IVAN:         Li avranno portati tutti qui?

 

IL MAESTRO:    Non saprei, ma credo proprio di sì.

 

IVAN:         Allora ci penserà il nostro bravo prof. Stravinskij a schiarir loro le idee!

 

IL MAESTRO:    (ridacchiando) Un vero genio il nostro prof. Stravinskij! Un vero genio!

 

IVAN:         (ridacchiando) Niente da dire, uno che conosce il suo mestiere.

 

IL MAESTRO:    Ben detto!

 

IVAN:         Grazie!

 

IL MAESTRO:    Prego!

 

Un altro gruppetto degli ospiti ultimi arrivati sfila davanti a Ivan e il Maestro facendo il trenino e cantando a squarciagola. Sono naturalmente in mutande, hanno dei cappellini di carta sulla testa, ed alcuni suonano quelle specie di trombette che a soffiarci dentro si allungano come linguaccie impertinenti. Il primo della fila batte il tempo con un tamburello e intona la canzone da voce solista. Gli altri dietro fanno il coro.

 

SOLISTA: (cantando) Accorrete tutti quanti,

                   galantuomini e furfanti!

                   Lui vi soddisferà!

 

CORO:      (cantando) Lui ci soddisferà!

 

SOLISTA: (c.s.) Dite quello che volete:

                   successo, abiti o monete?

                   Lui vi soddisferà!

 

CORO:      (c.s.) Lui ci soddisferà!!

 

SOLISTA: (c.s.) Non c'è sogno, non c'è affare

                   che non possa realizzare.

                   Lui vi soddisferà!

 

CORO:      (c.s.) Lui ci soddisferà!!

 

SOLISTA: (c.s.) Forza, dica, Signorina,

                   vuole viver da regina?

                   Lui la soddisferà!

 

CORO:      (c.s.) Lui la soddisferà!!

 

SOLISTA: (c.s.) Lei Signore, cosa vuole?

                   Esser bello come il sole?

                   Lui la soddisferà!

 

CORO:      (c.s.) Lui la soddisferà!!

 

SOLISTA: (c.s.) Accorriamo tutti quanti,

                   galantuomini o furfanti,

                   Lui ci soddisferà!

 

CORO:      (c.s.) Lui ci soddisferà!!

 

SOLISTA: (c.s.) Senza trucco e senza inganno

                   Lui solleva da ogni inganno!

                   Lui ci soddisferà!

 

CORO:      (c.s.) Lui ci soddisferà!!

 

Al mini-corteo si sono aggiunti anche gli altri che prima cantavano e ballavano sotto la pioggia di carta-moneta, e tutti quanti spariscono da qualche parte in giardino continuando a cantare e a ballare.

 

VOCE DEL SOLISTA:  (sempre più lontana)

                   Su corriamo tutti quanti,

                   galantuomini o furfanti,

                   Lui ci soddisferà!

 

Nella porzione di giardino visibile al pubblico rimangono solo Ivan e il Maestro. Tuttavia, durante il dialogo che seguirà, si potranno udire, di tanto in tanto, il canto e gli schiamazzi di questi poverini in mutande.

 

IVAN:         (sottovoce) Di questo passo mezza Mosca finirà da queste parti!

 

IL MAESTRO:    (ridacchiando) Eh sì, con quel diavolaccio di Woland in circolazione il prof. Stravinskij avrà il suo bel daffare ...

 

IVAN:         E il suo bel tornaconto!

 

IL MAESTRO:    Certo che è davvero abile: di ciascuno riesce ad individuare il lato debole, il punto su cui far leva facilmente e scardinare ogni difesa.

 

IVAN:         Di chi sta parlando? Di Woland o di Stravinskij?

 

IL MAESTRO:    (guarda un istante Ivan, prima di rispondere, con bonaria ironia: possibile che quel giovanotto così sveglio non si sia ancora reso conto che Woland e Stravinskij sono la stessa persona?) Di Woland, naturalmente. Prenda il mio caso, per esempio. Ebbene io sono convinto che lui aveva indovinato tutto di me, fin dal primo momento, forse addirittura prima di conoscermi. E probabilmente è accaduto lo stesso con lei.

 

IVAN:         Probabilissimo!

 

IL MAESTRO:    Ma certo, è così. D'altronde noi abbiamo potuto sperimentare direttamente lo strapotere della sua arte magica. Dico bene?

 

IVAN:         (battendosi una mano sulla fronte) Ponzio Pilato!

 

IL MAESTRO:    Prego?

 

IVAN:         Ponzio Pilato! Il nostro punto debole era Ponzio Pilato!

 

IL MAESTRO:    Lo avevo pensato anch'io.

 

IVAN:         (riflettendo) Insomma, noi due saremmo qui a causa di Ponzio Pilato ... come dire che siamo figli di Ponzio Pilato, già siamo tutti figli suoi, o qualcosa del genere ... Bene, allora evviva Ponzio Pilato!

 

IL MAESTRO:    Evviva?

 

IVAN:         Beh, in fondo è merito suo se la nostra vita ha avuto una svolta tanto radicale. E non è affatto scontato che sia una cattiva svolta, non è detto insomma che questa presa sia una brutta piega. Ogni cosa può avere i suoi lati positivi, basta prenderla dal verso giusto. Non trova? E anche questa che a prima vista potrebbe sembrare la peggiore delle catastrofi, beh, alla fine potrebbe rivelarsi una fortuna! Il fatto di aver conosciuto una persona squisita come lei, ad esempio, io per conto mio lo reputo una vera fortuna. E questo naturalmente grazie a Ponzio Pilato. Non è d'accordo, fratellino mio?

 

IL MAESTRO:    Frat ...?!!

 

IVAN:         Mi scusi, ma non abbiamo appurato di essere entrambi, per così dire, figli di Ponzio Pilato?

 

IL MAESTRO:    D'accordo, voglio dire ... in senso figurato ...

 

IVAN:         Bene. Se siamo figli dello stesso padre se ne deve dedurre, a rigor di logica, che siamo fratelli.

 

IL MAESTRO:    Non fa una grinza.

 

IVAN:         (alzandosi solennemente) Abbracciamoci, fratello mio!

 

Il Maestro, pur con qualche riluttanza, accondiscende alla stravagante richiesta di Ivan. In fondo vuole bene a quel giovanotto, anche se è un po' troppo impulsivo per i suoi gusti.

 

IVAN:         (risedendosi computamente) Bene, ora che le presentazioni sono state fatte, ed è avvenuto il riconoscimento, perché non mi racconta qualcosa di più di lei e della sua storia? Ricorda? me lo aveva promesso. E poi, vede? La luna è già alta nel cielo.

 

IL MAESTRO:    (guardando la luna) E' vero, l'avevo promesso. Che cosa vuole sapere?

 

IVAN:         Ma tutto! Tutto! Dalla a alla zeta!

 

IL MAESTRO:    C'è stato un tempo in cui, credo, facessi l'impiegato, il funzionario, o qualcosa del genere ... non ricordo più. Quel lavoro, come d'altronde la vita di allora, non mi piaceva, e in un certo senso non mi apparteneva. Amavo la storia, questo sì, e passavo il mio tempo a fantasticare sui tempi passati. Ogni notte venivano a visitarmi i fantasmi dei Grandi dell'Antichità. Tutti quanti, da Alessandro il Macedone a Giulio Cesare. Facevano la fila per comparire al mio cospetto, per sedere al mio capezzale! Ricordo che allora amavo intrattenermi soprattutto con Cicerone. Ah, che uomo straordinario! Che cultura! E che parlantina! Si sedeva sul mio letto e disquisivamo di filosofia. (Con un pizzico di rimpianto) Bei tempi! A quei tempi il maledetto Ponzio Pilato era solo un conoscente occasionale, un tipo decisamente ambiguo, che incontravo molti di rado ... Insomma, un provinciale, della cui amicizia non ci si poteva certo vantare! Ma un bel giorno accadde che vinsi alla lotteria, oppure ereditai, non ricordo bene ... una bella sommetta ... E così lasciai il mio lavoro insulso per dedicarmi ai miei studi, alla mia passione. Volevo scrivere un libro su qualche personaggio storico di un qualche interesse, tipo Caligola, Nerone, oppure Alcibiade; ma, ahimé, gli avvoltoi della storiografia e della letteratura avevano già spolpato da quei venerandi cadaveri tutto quello che si poteva, lasciando ben miseri avanzi. Così non mi rimase che optare per un personaggio minore, meno indagato. Di Ponzio Pilato mi incuriosiva l'ambiguità, e poi aveva avuto modo di conoscere tutti i grandi del suo tempo. (Sottovoce) Si mormora addirittura che avesse conosciuto il Figlio di Dio!

 

IVAN:         (sottovoce) L'ho sentito dire anch'io!

 

IL MAESTRO:    Deciso l'argomento, si trattava ora di vagliare il problema del come procedere, e allora ...

 

IVAN:         Allora a questo punto ho come il sospetto che fece il suo ingresso in scena il prof. Woland.

 

IL MAESTRO:    Proprio così! Lessi di lui sul giornale, ebbi l'idea dell'intervista, e lo contattai immediatamente.

 

Alle spalle dei due compare la figura tremolante del prof. Woland, come uno spettro della memoria. Naturalmente, come nella sua prima apparizione nel sogno di Ivan (settima scena), si tratta del prof. Stravinskij sotto mentite spoglie, vestito tutto di nero con cilindro e mantello.

 

Il resto della scena sprofonda nelle tenebre.

 

La luce azzurra della luna illumina solo quell'ombra della memoria e i suoi improbabili sortilegi: Woland si toglie il mantello con rapido gesto e lo fa roteare per aria, come fosse una bandiera. Sul dorso del mantello è dipinta un'enorme spirale fosforescente. Il mantello continua a roteare, come per magia, anche quanto il mago Woland distacca le mani. A questo punto Woland si toglie il cilindro e dal cilindro estrae una piccola sfera di cristallo che posiziona al centro della spirale del mantello che continua a roteare. Anche la sfera di cristallo resta sospesa a mezz'aria, in posizione di stallo, e scompone la luce della luna che la illumina in mille riflessi azzurri. Si sente la voce profonda del mago arrivare come da molto lontano, da una qualche regione remota e misteriosa, mentre di lui s'intravede soltanto vagamente l'ombra o forse neppure questa. Parla molto lentamente.

 

VOCE DI WOLAND: Rilassati, amico mio,

Chiudi gli occhi, ci penso io.

Non c'è niente da temere.

Chiudi gli occhi, rilassati,

Ogni cosa ti farò vedere ...

Segui la voce del mago che ti conduce

Nel vago paesaggio dove la luce si eclissa

E inizia il viaggio attraverso l'abisso del tempo

Nella notte senza vento che ogni stagione inghiotte

Fino a riemergere lontano lontano

Nelle vacue regioni del passato

Fino a rivivere quello che è stato

Come se fosse presente

Nella visione della tua mente ...

Ecco, apri gli occhi adesso.

Riemerge dalle tenebre del passato

Il Palazzo di Ponzio Pilato ...

E' la mattina del quattordicesimo giorno del mese primaverile di Nisan. Siamo sotto il colonnato, Ponzio Pilato passeggia nervosamente. C'è un profumo di rose nell'aria, lo senti?

 

Svanisce la spirale con la sfera di cristallo, scompare anche l'ombra tremolante, lo spettro di Woland. La scena riemerge dalle tenebre della memoria. Il Maestro riprende a raccontare la sua storia.

 

IL MAESTRO:    Sentii quel profumo di rose che tanto infastidiva il procuratore della Giudea. Vidi Ponzio Pilato passeggiare nervosamente sotto il porticato. Osservai la sua smorfia di dolore, lo spasimo dei muscoli facciali del procuratore che quella mattina soffriva di una fastidiosissima emicrania. Vidi insomma tutto quello che accadde in quei giorni a Jerushalaim, seppi ogni cosa ...

 

IVAN:         Dev'essere stata una cosa impressionante!

 

IL MAESTRO:    Sconvolgente, amico mio. Davvero sconvolgente! E tuttavia ero felice. Finalmente avevo qualcosa da raccontare ... tutto quello che avevo visto, quella storia assurda, gli intrighi, i tradimenti ... tutte quelle cose che mi avevano riempito gli occhi fino alle lacrime, adesso si agitavano nel mio cuore come un fiume sotterraneo e tumultuoso che cercasse soltanto di venire alla luce e di avere il suo corso. Avrei dato a quel mago tutto l'oro del mondo. Ma non volle nulla. "Non si preoccupi, mi pagherà", mi disse il caro prof. Woland. "Prima o poi mi pagherà". Non avevo idea allora di quale sarebbe stato il prezzo. Il fatto è che allora non immaginavo potesse esistere qualcosa di più importante della letteratura, qualcosa di più bello ...

 

IVAN:         E così si mise a scrivere il suo romanzo su Ponzio Pilato.

 

IL MAESTRO:    Oh sì! Le parole scorrevano facilmente ... fiumi d'inchiostro, come fiumi di vodka il cui solo profumo mi ubriacava! Passavo le mie notti in quello stato di ebrezza che solo la letteratura può dare. Scrivevo, scrivevo, la mano non riusciva a tenere il passo del vortice di immagini che turbinava nella mia mente. Andavo a letto solo all'alba, anzi il più delle volte crollavo e mi addormentavo direttamente sulle mie sudate carte. Mi svegliavo all'ora di pranzo, rintronato, con la testa pesante, come se la sera precedente fossi andato a una festa e avessi fatto bisboccia. Uscivo, andavo a mangiare in un localino vicino a casa, e dopo mangiato facevo due passi, per schiarirmi le idee e riflettere su quello che avevo scritto la sera precedente. Fu proprio durante una di quelle passeggiate che la incontrai ... (Guarda fisso davanti a sé, come se la vedesse, ora come allora, per la prima volta) Lei teneva tra le mani quegli orribili ed inquietanti fiori gialli ... Come diavolo si chiamano?

 

IVAN:         (timidamente) Mimose?

 

IL MAESTRO:    Sì, credo di sì ... Sono i primi a fiorire a Mosca, lo sapeva?

 

Alle spalle del Maestro compare, come un fantasma, Margherita. Indossa un cappottino leggero e tiene in mano un mazzo di mimose.

 

IL MAESTRO:    Quel terribile colore giallo spiccava nettamente sul nero del suo cappottino primaverile. La bellezza e la straordinaria solitudine dei suoi occhi mi turbarono profondamente ...

 

Il fantasma di Margherita si dissolve nel nulla.

 

IL MAESTRO:    In seguito lei disse che in realtà noi ci amavamo già da molto tempo, anche senza conoscerci, e quel giorno, in quella via di Mosca, ci stavamo cercando ... lei con i suoi fiori gialli in mano e io con quella storia di Ponzio Pilato che mi ronzava nella testa ... Insomma, nel giro di pochissimo tempo diventammo amanti, anche se nessuno si accorse mai di niente, né i suoi conoscenti, né tanto meno suo marito ...

 

IVAN:         Era sposata?

 

IL MAESTRO:    (sospirando) Eh sì, era sposata con un tale ... non ricordo più il nome ...

 

IVAN:         Vada avanti, la prego!

 

IL MAESTRO:    Che cosa vuole che le racconti?

 

IVAN:         Tutto, tutto! Come passavate le giornate, per esempio. E' una storia così bella, così romantica.

 

IL MAESTRO:    Lei veniva da me tutti i giorni. Ascoltavo con trepidazione il cancelletto del cortile aprirsi, i suoi passi sul ciotolato. Le sue scarpette nere di pelle di camoscio apparivano alla prima finestrella. Certe volte faceva la monella, si fermava alla seconda finestrella e bussava con la punta della scarpa contro il vetro. Allora io montavo su una sedia e mi affacciavo alla finestrella, ma lei era sparita. Un istante dopo si sentivano gli scatti della serratura che si apriva, e appariva lei sulla porta, e io ancora in piedi sulla sedia, con la bocca spalancata! Questo ci faceva ridere di gusto ...

 

IVAN:         (attentissimo) Lei aveva le chiavi?

 

IL MAESTRO:    Gliele avevo date perché si sentisse a casa sua.

 

IVAN:         La prego, continui!

 

IL MAESTRO:    Appena arrivata indossava il grembiule e si metteva ai fornelli per preparare la colazione. Le piaceva occuparsi delle faccende domestiche. Si figuri che a casa di suo marito c'era una cameriera che si occupava di tutto, e lei non doveva alzare neppure un dito!

 

IVAN:         Incredibile!

 

IL MAESTRO:    Mentre io scrivevo, Lei riordinava la casa, oppure lavorava a maglia. Questo berretto di lana, ad esempio ... (si cava di testa il berretto con rapido gesto e lo mostra a Ivan, poi altrettanto rapidamente se lo ricaccia sulla testa) ... me l'ha fatto Lei, con le sue mani. Quando mi interrompevo, allora lei prendeva il manoscritto e lo rileggeva ad alta voce. Poi ne discutevamo insieme. Lei mi incoraggiava, era il mio primo lettore, e al tempo stesso un critico attentissimo. Io la chiamavo il mio piccolo fiore, oppure la mia musa. E lei diceva che io ero più che uno scrittore, ero un maestro! Questo divenne il nostro scherzo, il nostro gioco preferito: io che la chiamavo "musa", e lei "maestro". Maestro! Vede? (Con il solito rapido gesto si leva il berretto e mostra la "emme" ricamata sopra) Questo me l'ha ricamato lei con le sue mani. La "emme" sta per "maestro" (tiene il berretto in mano, in silenzio) ...

 

Le tenebre della notte inghiottono improvvisamente il giardino, come se una densa nuvola nera avesse oscurato la volta del cielo. Compare Margherita che passeggia avanti e indietro leggendo a voce alta il manoscritto del Maestro.

 

MARGHERITA:  (con ispirazione) "Le tenebre vennero dal Mare Mediterraneo e sommersero quella città tanto odiata dal Procuratore. Scomparvero i ponti sospesi che congiungevano il Tempio Grande alla Terribile Torre Antonia. Un baratro precipitò dal cielo e ricoprì le Statue degli Dei Alati, l'Ippodromo, i palazzi, il bazar, i vicoli ... Scomparve la Grande Città di Jerushalaim inghiottita dalla terra, come se non fosse mai esistita. Era la sera del quattordicesimo giorno del mese primaverile di Nisan." ...

 

Lunga pausa. Il Maestro guarda Margherita in silenzio, con apprensione, attende un responso che però tarda ad arrivare. Margherita se ne sta lì immobile e silenziosa, come pietrificata .

 

IL MAESTRO:    (timidamente) Allora?

 

MARGHERITA:  E'... è bellissimo.

 

IL MAESTRO:    Davvero lo pensi?

 

MARGHERITA:  Davvero. E' la cosa più bella che abbia mai letto. Te lo giuro! Eh no, l'ho sempre detto io, tu non sei uno scrittore qualunque. Tu sei un vero maestro!

 

IL MAESTRO:    Esageri sempre.

 

MARGHERITA:  Non esagero per niente! Tu sei un vero maestro, e per dimostrartelo ti ho preparato una sorpresina. Per la verità è un po' che te l'ho preparata, ma aspettavo il momento propizio. Ogni rito, ogni consacrazione deve avvenire al tempo opportuno. Non trovi?

 

IL MAESTRO:    (divertito) Consacrazione?

 

MARGHERITA:  (in tono semi-serio) O sommo degli scribacchini e degli scrittorucoli tutti! Si inginocchi per la incoronazione!

 

Il Maestro si inginocchia. Margherita tira fuori il famoso berretto ricamato e lo solleva in alto con entrambe le mani protese sopra la testa reclinata del Maestro.

 

MARGHERITA:  Io in persona, sua prima ed unica lettrice, nonché sua grande ammiratrice, musa ispiratrice, compagna istigatrice, e critica commentatrice, la proclamo solennemente: "Maestro dei Maestri"! E la incorono con questo berretto confezionato dalle mie preziosissime mani (Gli ficca in testa il berretto) ...

 

IL MAESTRO:    Oh! Quale onore! (Si toglie il berretto in segno di rispetto) Sono confuso ... (fa finta di piangere, di soffiarsi il naso nel berretto; e poi tira su col naso) Sono "odorato", davvero "odorato"! (Smette di scherzare, la guarda a lungo negli occhi; poi guarda il berretto ricamato).

 

MARGHERITA:  Ti piace?

 

IL MAESTRO:    (sorridendo) Moltissimo!

 

MARGHERITA:  (ridendo) Vedi? "Emme" come "Maestro"!

 

Il Maestro stringe il berretto al petto, chiude gli occhi, sospira. Margherita scompare inghiottita dalle tenebre. Il Maestro rimane lì, da solo.

 

IL MAESTRO:    (commosso) "Maestro", così mi chiamava ... era il nostro scherzo preferito, il nostro modo di giocare, di prenderci in giro ...

 

IVAN:         (delicatamente) Se non ce la fa ... Voglio dire, se è troppo penoso per lei continuare ... può raccontarmela un'altra volta.

 

IL MAESTRO:    La ringrazio, Lei è molto comprensivo. Ma voglio continuare. Non è facile raccontare certe cose, e se uno riesce a cominciare e trova qualcuno che lo stia a sentire, bene allora è meglio arrivare fino in fondo, vuotare il sacco, e cercare di condividere il proprio dolore con qualcuno che possa capirti. Mi capisce?

 

IVAN:         La capisco perfettamente.

 

IL MAESTRO:    (Prende un gran respiro, e riprende il racconto) Il romanzo fu ultimato nel mese di agosto. Volle batterlo a macchina lei stessa. Prima di sposarsi aveva fatto la dattilografa ed era molto brava. In quei giorni anziché chiamarla la mia musa, la chiamavo la mia piccola segretaria; e lei si arrabbiava moltissimo per questo improvviso e ingiustificato declassamento.

 

IVAN:         (sorride).

 

IL MAESTRO:    Così arrivò il momento di guadare il fiume e di passare dall'altra parte, dalla regione dove tutto è possibile al territorio della realtà dove conta soltanto quello che accade. Eravamo pieni di speranze. Nei giorni di clausura nel nostro seminterrato ci eravamo immaginati un mondo meraviglioso là fuori pronto ad accoglierci e a tributarci onori e successo: editori che si contendevano il mio romanzo, recensioni su tutti i giornali che gridavano al miracolo, riduzioni teatrali del romanzo, un viaggio a Parigi e in Italia coi soldi dei diritti d'autore, Lei che lasciava suo marito per seguirmi in giro per il mondo. Così andai incontro alla vita, tenendo lei per una mano, e nell'altra stringendo il mio romanzo come fosse un'arma invincibile, la chiave che apriva ogni porta. Non l'avessi mai fatto!

 

IVAN:         Che cosa successe?

 

IL MAESTRO:    Là fuori era tutto diverso. Il mondo era solo un groviglio di serpi! C'erano mostri e demoni in agguato dietro ogni angolo, pronti a saltarti alla gola, a colpirti alle spalle, a strapparti il cuore per divorarlo o gettarlo in un pozzo. Torbe di editori, critici letterari, direttori di riviste, segretarie, colleghi, censori agguerriti ... Tutti pronti a schiaffeggiarti a morte!

 

IVAN:         La prego, mi racconti ogni cosa con ordine.

 

IL MAESTRO:    Ordine? Ma quale ordine? Quello era il caos assoluto, la confusione totale, le malebolgie infernali!

 

IVAN:         La prego!

 

IL MAESTRO:    (sforzandosi) Prima di tutto ci fu il direttore di quella rivista letteraria ... (tra sé) Come diavolo si chiamava?

 

IVAN:         Berlioz? Il MASSOLIT?

 

IL MAESTRO:    (senza badargli) Gli avevo inviato una copia del romanzo dattiloscritta, e qualche tempo dopo mi aveva mandato a chiamare. Mi ricevette in piedi, in una anticamera. Sembrava che fosse infastidito dalla mia presenza, che avesse fretta di mandarmi via. Eppure era stato lui a mandarmi a chiamare. Per quale motivo? (Imitando la voce di Berlioz) "Mi dica, mi dica, chi le avrebbe consigliato un argomento così, così ..." Così come? Non lo disse. In compenso ripeté quella stupidissima domanda: "Chi le avrebbe consigliato un argomento così ..." Gli raccontai della mia passione per la storia e qualche altra sciocchezza, omettendo naturalmente tutta la faccenda di Woland e dell'intervista ...

 

IVAN:         Naturalmente.

 

IL MAESTRO:    ... Tuttavia non sembrava soddisfatto delle mie risposte. Mi fece altre domande ancora più stupide. Alla fine mi spazientii e gli domandai direttamente se, insomma, il mio romanzo gli era piaciuto. "Per essere bello è bello", rispose lui, "ma non è questo il punto" Non era quello?! E qual era allora il punto? "Insomma, mio caro, devo parlarne col resto della redazione, perché vede, come dire? non so se possa ... come dire?" Non disse altro. Sembrava palesemente in imbarazzo. Alla fine risolse l'imbarazzo con un'azione apparentemente decisa: mi allungò la mano in segno di commiato. "Ripassi tra una settimana. Le faremo sapere", e se ne andò. Rimasi qualche secondo sconcertato, non sapevo risolvermi a uscire da quella stanza. Un fattorino mi guardava incuriosito. Alla fine mi decisi ad uscire, sebbene non avessi capito nulla di quello che era successo. Ripassai dopo due settimane, perché non ero sicuro nemmeno di aver capito bene quando dovevo ripassare. Fui ricevuto da una ragazza strabica ...

 

IVAN:         La segretaria di produzione!

 

IL MAESTRO:    E’ probabile. La strabica mi disse che la redazione disponeva di materiale sufficiente per più di due anni di pubblicazioni, e pertanto il mio romanzo per il momento ... ma forse tra due anni ... Secondo lei è possibile diventare strabici per l'abitudine a mentire? Voglio dire cioè a furia di sfuggire lo sguardo dell'interlocutore?

 

IVAN:         Possibilissimo!

 

IL MAESTRO:    Ebbene questo, detto tra noi, credo che fosse il caso di quella signorina! (Riprendendo il filo) Così il mio romanzo mi venne restituito, tutto stropicciato e macchiato di caffé. Una vera indecenza!

 

IVAN:         E poi che cosa accadde?

 

IL MAESTRO:    Io non l'accusavo di niente, non le rimproveravo affatto di avermi incoraggiato, ma lei comunque si sentiva in colpa. Furono momenti difficili: io depresso, scoraggiato, e lei coi sensi di colpa! Tuttavia non ci arrendemmo. L'avessimo fatto allora, forse saremmo stati ancora in tempo. La discesa all'inferno era appena agli inizi allora ...

 

IVAN:         Vada avanti, la prego!

 

IL MAESTRO:    Che cosa stavo dicendo?

 

IVAN:         Tuttavia non vi arrendeste ...

 

IL MAESTRO:    Ma certo! Come avremmo potuto? Alla fine il direttore di un'altra rivista acconsentì a pubblicare un lungo stralcio. E fu la fine.

 

IVAN:         Non piacque?

 

IL MAESTRO:    Fu letteralmente stroncato. I critici di mezza Russia si accanirono contro di me e contro il mio romanzo, con articoli a raffica. La prima recensione la ricordo perfettamente. Si intitolava: "La serpe sotto l'ala del direttore ingenuo", e ci fece morir dal ridere per le assurdità che sosteneva.

 

IVAN:         (tra sé) "La serpe sotto l'ala ..." Me la ricordo! me la ricordo! Lei è il famoso, il famoso ...

 

IL MAESTRO:    Lasci perdere, amico mio. Ormai, gliel'ho detto, non ha più nessuna importanza. (Riprendendo la narrazione) Se del primo articolo ridemmo, così non fu del secondo, del terzo, e di tutti quelli che seguirono. Alla quinta stroncatura avevamo il morale completamente a terra. Ce ne stavamo accucciati vicino alla stufa senza dire una parola, uno vicino all'altra, per giornate intere. Vede, personalmente, quello che più mi disturbava è che intuivo, sentivo in quegli articoli qualcosa che stonava, come una nota che suonasse falsa. C'era qualcosa, qualcosa che non mi convinceva, ma che non riuscivo ad individuare con chiarezza. Mi pareva, ad esempio, che calcassero eccessivamente la mano su certi aspetti, certi particolari irrilevanti, e facessero spesso allusioni per me assolutamente incomprensibili. Come se avessero voluto dire dell'altro di cui non avevano il coraggio di scrivere, o di cui per qualche misterioso motivo non si poteva parlare liberamente.

 

IVAN:         Credo proprio di capire.

 

IL MAESTRO:    Eh, mio caro amico, anch'io ben presto avrei capito! Anzi, per la precisione ci sarebbe stato qualcuno capace d'illuminarmi ...

 

IVAN:         Un altro mago?

 

IL MAESTRO:    Un giornalista. Capitò per caso dalle parti di casa mia. Io me ne stavo seduto in cortile a fissare una pianta di rose selvatiche, più avvilito che mai. Lei non c'era. Lui mi chiese un'informazione, qualcosa, sa il diavolo cosa; e così cominciammo a conversare del più e del meno. Sulle prime il suo volto mi era parso avesse un che di familiare ... mi ricordava qualcuno, ma non riuscivo a ricordare chi ... Disse di chiamarsi Aloizij Mogaryc ...

 

Compare questo fantomatico giornalista che avrebbe illuminato il Maestro: in realtà si tratta sempre del solito Professor Stravinskij, alias Woland, alias - chissà - forse Satana in persona, in uno dei suoi travestimenti. Questa volta indossa un perfetto completo grigio da perfetto borghese, con tanto di bombetta e farfallino. Scompare quasi subito.

 

IL MAESTRO:    Dopo quel  primo incontro casuale venne a trovarmi altre volte. Passavamo il tempo a parlare soprattutto di letteratura, e alla fine mi decisi a fargli leggere il mio romanzo. Devo dire che a lei lui non piaceva affatto. A me invece sì, lo trovavo a suo modo quasi simpatico, e soprattutto molto acuto. Se c'era qualcosa che non capivo di un libro o di un articolo, lui era in grado di spiegarmelo con poche semplici parole. Così mi spiegò anche che cosa non andava nel mio romanzo, e soprattutto le ragioni di tanto accanimento da parte della critica. Per esempio la scelta dell'argomento, che già di per sé insospettiva: Ponzio Pilato, vale a dire le vicende attorno alla morte di Gesù Cristo. Insomma, solo a leggere il titolo un censore si sarebbe messo sul chi-va-là. Certo se avessi dato un taglio decisamente anti-religioso o se avessi buttato tutto sul ridere, sarebbe stata un'altra cosa: tutte le porte si sarebbero spalancate, foss'anche stato un romanzo mediocre! Ma era un romanzo mediocre?

 

Ricompare il giornalista Mogaryc, alias Stravinskij, alias Woland vestito di grigio. Potrebbe far volare per aria, mentre parla, fogli di giornale - le pagine delle recensioni incriminate? - che restano sospesi a mezz'aria, dando forma alla testa di una specie di nostro, o qualcosa del genere. Si tratta di una presenza reale o di un'immagine proiettata alle spalle del Maestro? La voce sembra provenire da lontano.

 

VOCE DI MOGARIC:  Trovo che sia uno dei più bei romanzi storici che abbia mai letto. E proprio questo è il punto: troppo bello e troppo imparziale, lontano anni luce dalla propaganda e dalla faziosità. E questo è male. Per questi mediocri critici prezzolati è inconcepibile un romanzo che non sia propagandistico e che sia al tempo stesso un grande romanzo. E' una contraddizione tanto insuperabile quanto insopportabile! Pertanto le ragioni di queste stroncature sono esclusivamente ideologiche. Le ragioni stilistiche sono solo delle bugie, delle invenzioni necessarie a coprire le ragioni vere e sommerse. Non c'è niente da fare.

 

Il fantasma di Mogaryc si dissolve nel nulla. Il Maestro prosegue il suo racconto.

 

IL MAESTRO:    Non c'era niente da fare. Fosse bello o brutto, non era quello il punto. Che cosa potevo fare? Scrivere un altro romanzo? Riprovarci?

 

IVAN:         Ma certo! Un altro romanzo!

 

IL MAESTRO:    Un altro romanzo ... Ma come? La mia testa era vuota. I miei nervi irrimediabilmente scossi. E poi, quale altro romanzo? Non avevo mai sognato di scrivere niente altro che quel maledettissimo romanzo su Ponzio Pilato! Erano anni che lo sognavo, ci avevo investito mesi di sudore e di emicranie a scriverlo. Sì, quel romanzo era tutta la mia vita, e adesso se ne stava lì, compiuto ed inutile, in cinque copie dattiloscritte ammucchiate sullo scrittoio. Ma insomma, guardiamoci negli occhi: a che serve la letteratura? a chi? A niente e a nessuno. Parole vuote che non dicono nulla.

 

IVAN:         Allora è stato questo a mandarla in orbita, eh?

 

IL MAESTRO:    (ridendo e indicando la luna) Eh già! in orbita intorno alla luna!

 

IVAN:         (guardando la luna) La luce della luna ... è meravigliosa, non trova? La luna illumina le cose ... le mette in una luce diversa ... "Le tenebre" della follia, si dice così, no? la mente "ottenebrata" dalla follia. Tutto sbagliato! Si dice anche "perdere il lume della ragione". Tutto sbagliato!

 

IL MAESTRO:    Vedere alla luce della luna, invece!

 

IVAN:         Esatto! esatto! Vedere alla luce della luna! Non assomiglia affatto a un tunnel questo in cui ci siamo infilati. Si dice anche così, no? "Piombare nel tunnel della follia". Tutto sbagliato! "Scivolare in una eterna notte rischiarata dalla luna", così bisognerebbe dire. Già! ma loro, quelli che si affannano a trovare le parole giuste, gli uomini solari, razionali, positivi, loro tutto questo neppure se lo sognano! Loro non possono capire.

 

IL MAESTRO:    Come potrebbero capire, se non guardano le cose alla luce della luna?

 

Ridono entrambi di gusto.

 

IL MAESTRO:    (riprende a raccontare) No, non potevo scrivere un altro romanzo. Mi ero affacciato sul baratro che si apre tra i sogni e la realtà, avevo guardato giù, e avevo visto un abisso incolmabile, insuperabile. Avevo fatto pochi passi camminando come un funambolo su quell'abisso, credendo di poter volare, ma in realtà barcollando sul filo sottile, invisibile, che separava la letteratura della vita. Quando me ne resi conto era troppo tardi per tornare indietro, ero andato troppo avanti. Mi prese un senso di vertigine e di impotenza rabbiosa. Si fece strada nella mia mente la netta consapevolezza che sarei caduto, precipitato, e che non avrei potuto farci niente. A questo diffuso sentimento di impotenza ne subentrò immediatamente un altro ben più profondo e devastante: la paura, il panico. Una paura folle, inarrestabile, e in continua trasformazione. Una paura ingiustificata, dapprima del vuoto: paura di cadere, di sprofondare, paura che la terra si aprisse sotto i piedi e mi risucchiasse nelle sue viscere. Poi la paura del buio, che prima si insinuò impercettibilmente nelle pieghe di quell'altra primigenia paura del vuoto, e poi emerse gradatamente, si impose, e alla fine dilagò rapidamente, mi prese lo stomaco,  mi pulsava alle tempie, mi serrava la gola, senza che potessi neppure gridare! Quel muto terrore si era impossessato della mia anima, benché tentassi disperatamente di resistergli ignorandolo completamente. Facevo finta di niente, come se non esistesse. E tentavo, almeno esternamente di continuare a vivere normalmente. Tuttavia bastava che prima di andare a letto spegnessi la lampada della mia stanza, perché subito mi sembrasse che dalle finestrelle, benché fossero chiuse, potessero penetrare i lunghi tentacoli neri di un'enorme piovra che m'immaginavo là fuori pronta ad afferrare e divorare chiunque riuscisse a raggiungere. Insomma, era una cosa veramente orribile. Nel giro di pochissimi giorni presi l'abitudine di dormire con la luce accesa. Questa risoluzione tuttavia non valse a salvarmi, e tutto sommato neppure a rallentare il dilagare della mia malattia.

 

IVAN:         E a lei non disse niente?

 

IL MAESTRO:    Avevo paura. Mi ero reso conto immediatamente di quello di cui si trattava. Proprio per questo, credo, non volli parlarle né della piovra né di tutto il resto. Avevo paura che se avesse saputo che ero ormai incamminato sulla via della follia, mi avrebbe abbandonato. Io stesso d'altronde avevo orrore di me e di quello che sarei diventato.

 

IVAN:         Ma lei non si accorse mai di niente?

 

IL MAESTRO:    Probabilmente si era accorta che c'era qualcosa che non andava. Non so. Anche lei d'altronde aveva i suoi problemi. Era diventata pallida, magra, non rideva più. Mi chiedeva in continuazione di perdonarla per avermi incoraggiato in quell'impresa fallimentare. Ma non c'era perdono che reggesse per più di qualche ora, e che dopo qualche ora non fossi costretto, alla sua ennesima richiesta, a rinnovare.

 

IVAN:         Insomma, mi par di capire che anche lei ...

 

IL MAESTRO:    (con fermezza) No! Lei era forte, era così forte ... Nella sua testa tutto era forte. D'accordo, anche lei ebbe dei momenti di sconforto, di smarrimento. Ma io sapevo che si sarebbe ripresa. Lei era molto diversa da me.

 

IVAN:         D'accordo, d'accordo. Le credo. E poi, che cosa accadde?

 

IL MAESTRO:    Accadde che una sera mi addormentai sul divano dimenticandomi di accendere la lampada. Mi risvegliai nel cuore della notte tutto sudato e con la netta sensazione che la piovra fosse penetrata in casa. Riuscire a muovere un solo muscolo era un'impresa disperata. Ero pietrificato dalla paura. Alla fine, dopo sforzi enormi, riuscii a raggiungere a tentoni la scatola dei fiammiferi. Accesi la lampada. La piovra non c'era, tuttavia l'impressione non svanì. Mi ero addormentato che non stavo troppo bene e mi ero risvegliato completamente ammalato! Sentivo l'oscurità dell'inverno premere contro i vetri delle finestre, sapevo che ben presto i vetri non avrebbero retto alla pressione e di nuovo l'oscurità avrebbe fatto irruzione facendomi affogare in un mare d'inchiostro! Cercai di gridare, ma un invisibile artiglio mi afferrava la gola impedendo ad ogni suono di uscire. Volevo correre, scappare, ma mi riusciva a fatica di muovermi. Insomma, in una parola, non ero più padrone di me stesso. Riuscii lo stesso a raggiungere la stufa e ad accendere il fuoco. Il tepore della fiamma mi fece star meglio per qualche momento. Allora cercai della vodka, la trovai, e mi misi a bere dalla bottiglia. Forse il liquore sarebbe riuscito a sciogliere il gelo del mio cuore. Mi accucciai vicino alla stufa e, continuando a bere, aprii lo sportello. La vista della fiamma attirava il mio sguardo ...

 

Una nuvola nera oscura la luna. Il giardino piomba nelle tenebre.

 

Scrosci di pioggia.

 

La luce tenue della memoria illumina una vecchia stufa con lo sportello aperto. In un primo momento nell'oscurità si vede solo la luce della fiamma, poi a poco a poco si comincia a scorgere la sagoma del Maestro accucciato lì vicino con una bottiglia in mano, che guarda nel buio, in direzione di una finestrella immaginaria, con gli occhi pieni di terrore.

 

IL MAESTRO:    (piagnucolando) Indovina che sono nei guai ... Vieni, ti prego ... Vieni a soccorrermi, amore mio ...

 

Lo scrosciare della pioggia si fa più forte. Un lampo squarcia l'oscurità e scaraventa di nuovo il Maestro nell'angoscia più nera.

 

A un certo punto il Maestro salta in piedi, di scatto, corre in un angolo buio. Lo si sente frugare dentro dei cassetti, tirare fuori qualche cosa, dei pacchi di carta, e buttarli per terra furiosamente. Si tratta del manoscritto e delle cinque copie dattiloscritte del suo romanzo. A questo punto raccoglie quei fogli a manciate e facendo più viaggi li getta nella stufa urlando come un animale ferito.

 

Rapidamente le fiamme divorano le pagine scritte, mentre lui fissa come instupidito il suo romanzo, i suoi sogni, le sue illusioni che se ne vanno in fumo.

 

Tutta la scena è illuminata da lampi.

 

All'improvviso, tra un tuono e l'altro, si sente il rumore della chiave che gira nella serratura. Due passi leggeri che entrano nella stanza ...

 

IL MAESTRO:    (gridando terrorizzato) Chi è?!

 

Compare Margherita tutta bagnata. Ha uno sguardo strano, come irrequieto.

 

MARGHERITA:  Sono io.

 

Lei vola tra le sue braccia. Lui è stupito, stralunato, come un sonnambulo che venga svegliato nel bel mezzo di un brutto sogno.

 

IL MAESTRO:    Tu?!

 

MARGHERITA:  (tempestandolo di baci) Ssst! Non dire niente, ti prego ...

 

A questo punto Margherita si accorge dello sportello della stufa aperta e di quello che sta bruciando. Caccia un grido. Si lancia d'istinto verso la stufa cercando di salvare quello che può dal fuoco distruttore. Riesce ad estrarre una manciata di pagine mezze bruciacchiate e fumanti che butta per terra e poi cerca di spegnere del tutto saltandoci sopra con quei suoi piedini rapidi e leggeri. Ma subito si rende conto di aver salvato dalle fiamme ben poca cosa. Allora corre di nuovo verso la stufa, ma scopre tristemente che non c'è più niente da fare, niente da salvare. Tutto il resto del romanzo è in fumo. E arrivata troppo tardi.

 

MARGHERITA:  (guardandolo disperata) Perché?!

 

IL MAESTRO:    (in un angolo, con gli occhi bassi, come un cane bastonato, o come un bambino che sa di averla fatta grossa) Odio questo romanzo ... Sì, lo so, è la mia vita ... Proprio per questo lo odio! Ho paura. Aiutami, ti prego! Sono malato, sono molto malato ...

 

MARGHERITA:  (fortemente impressionata) Ma perché tutto questo? Perché? Non aver paura ... (lo accarezza) Ti aiuterò, non avere paura ... Se sei ammalato ti curerò. Certo che ti curerò! (Lo prende tra le braccia) Non avere paura, piccolo mio. Ci sono qua io, ti guarirò ...

 

Lui scoppia a piangere tra le sua braccia e lei lo culla teneramente.

 

MARGHERITA:  Non avere paura, amore mio. Io ti aiuterò. Fatti coraggio, amore mio. Coraggio! Adesso è tutto finito ... E' tutto passato ... Possiamo ricominciare tutto da capo, eh? Come se niente fosse accaduto ... Ma certo, tutto da capo!

 

Lei lo prende per mano, fa qualche passo verso la stufa. Si china a raccogliere quei pochi fogli bruciacchiati salvati dalle fiamme. Lui la segue come un automa.

 

MARGHERITA:  (sorridendo tristemente) Si sono salvate poche pagine, eh? Non importa. Se occorre lo riscriveremo tutto da capo ... Vedrai, tutto tornerà come prima. Anzi, meglio di prima!

 

Ripulisce quelle poche pagine dalla cenere e dalla fuliggine con piccoli gesti delicati delle mani, poi le ripone con cura da qualche parte, nel buio. Quindi prende le mani del Maestro nelle sue, lo guarda a lungo negli occhi. Lui la guarda per un attimo, ma poi non regge lo sguardo e abbassa gli occhi. Lei non si scoraggia, appare dolce e risoluta. Gli parla piano, ma con voce ferma.

 

MARGHERITA:  Ascolta, ho preso una decisione. Non voglio più vivere nella menzogna. E' un fardello troppo pesante da portare. E poi tu adesso hai bisogno di me. Lui no. Mio marito non ha mai avuto bisogno di me. Ascolta, rimarrei qui con te anche subito, ma se deve accadere non voglio che accada così. Non voglio scappare da lui di notte, come una ladra.In fondo non se lo merita, non mi ha mai fatto niente di male. Non mi ama d'accordo, ma neppure io lo amo d'altronde, e poi non è colpa sua ... Stanotte, sai, non riuscivo a dormire. Continuavo a pensare alla tua faccia, all'espressione che avevi quando ti avevo salutato. Non mi era piaciuta. Ripensandoci mi parve di ricordare nei tuoi occhi come un'ombra di tragedia, un velo così sottile che a prima vista non lo avevo notato ... Un oscuro presagio s'impossessò della mia mente. Dovetti alzarmi e vestirmi in fretta. Intanto lui dormiva beato: il rumore del suo sonno pesante perveniva regolarmente attraverso la parete che divide le nostre stanze. Scivolai fuori con le scarpe in mano. Il tempo di infilarle e già correvo per le strade silenziose della città ... Mi vergogno, sai? E' la prima volta che scappo così, nel cuore della notte. Non l'ho mai fatto, nemmeno da ragazza. Non voglio farlo mai più. Il nostro amore non dev'essere contaminato dalla menzogna e dalla vigliaccheria. Domani mattina gli dirò tutto. Gli racconterò che amo un altro e che non posso più vivere con lui. Poi prenderò la mia roba e verrò qui da te, per sempre.

 

Lui appare visibilmente contrariato. Lei se ne accorge e si spaventa.

 

MARGHERITA:  Che ti succede? Non vuoi?

 

IL MAESTRO:    No che non voglio!! Non posso permettertelo. Non ho nessuna intenzione di trascinarti con me nella rovina!

 

MARGHERITA:  (guardandolo fisso negli occhi) E' solo questa la ragione?

 

IL MAESTRO:    Soltanto questa:

 

MARGHERITA:  gettandosi al suo collo in lacrime) Amore! Amore mio! Ma io ti seguirei fino in capo al mondo, fino alla morte, se fosse necessario ... Fino alla morte, amore mio! Fino alla morte.

 

La luce di sogno si dissolve. Nel buio si sentono le ultime parole di Margherita riecheggiare: "Fino alla morte ... fino alla morte ..." Poi un soffio di vento spazza via la nuvola che oscurava la luna e ricompaiono il Maestro e Ivan, seduti sulla panchina.

 

IL MAESTRO:    Queste furono le ultime parole della mia vita.

 

IVAN:         Che cosa intende dire

 

IL MAESTRO:    Intendo dire che un quarto d'ora dopo che lei se n'era andata accadde l'irreparabile. Il destino bussò alla mia porta, mi strappò fuori di casa mia e mi buttò sulla strada che portava a questa casa di cura.

 

Il Maestro fa cenno a Ivan di avvicinarsi. Ivan si avvicina. Il Maestro allora porta le labbra vicine all'orecchio del suo paziente ascoltatore e prosegue sussurrando il suo racconto. Si sentono soltanto brandelli di frasi, come: "Così accadde che...", "E allora io ...", "Ma in realtà non si trattava che di ...", ecc., ecc. Insomma, niente di comprensibile. Terminato il racconto di quella parte più scottante e segreta, il Maestro riprende a raccontare normalmente, a voce alta.

 

IL MAESTRO:    Così mi trovai a vagare per le strade deserte della città, senza una casa e senza un'idea su dove andare. L'alba mi sembrava lontanissima dall'arrivare, un bel sogno, un'illusione! I fiocchi di neve fradicia sulla mia faccia mi provocavano un'acuta sensazione d'inquietudine. Ogni cosa che incontrassi, fosse indifferentemente una persona, un cane malconcio, oppure un lampione, mi terrorizzava. In un momento di lucidità mi resi conto di aver smarrito ogni barlume di ragione. Brancolavo nel buio! Mi accorsi anche che quanto dentro di me stava ancora lottando contro la follia galoppante era soltanto la mia cocciutaggine di bambino capriccioso incapace di accettare la realtà. E questo avrebbe semplicemente reso più lunga e dolorosa la mia inarrestabile caduta. La cosa migliore sarebbe stata buttarmi sotto un tram, ma ne passavano pochissimi a quell'ora, e poi i tram mi terrorizzavano ancora di più dei passanti, dei cani malconci e dei lampioni. Decisi allora di incamminarmi verso una certa clinica psichiatrica, di cui avevo sentito parlare, e che si trovava alla periferia della città. Insomma, se uno è pazzo che deve fare? Andare al manicomio, no? E così arrivai fino a qui. E qui rimasi.

 

IVAN:         Ma perché non andò da lei?

 

IL MAESTRO:    Non sapevo dove abitasse.

 

IVAN:         Come?!

 

IL MAESTRO:    Non potevo andarla a trovare a casa per via del marito ... Non avevo mai avuto motivo di chiederle dove abitasse. Non sapevo neppure il suo nome da sposata. Lei non aveva mai voluto dirmelo, in principio, credo, per prudenza, in seguito per disprezzo della sua condizione di donna sposata. Voleva che la chiamassi col nome da signorina, perché questa, diceva, era la sua reale condizione spirituale. Così non potevo rintracciarla, e neppure, date le circostanze e il freddo pungente, aspettarla nel giardino di quella che fino a poche ore prima era stata la mia casa. E comunque, anche se avessi avuto l'indirizzo, credo che non l'avrei cercata e neppure in seguito le avrei scritto. Come si può inviare una lettera scrivendo sul mittente: "Pinco Pallino, pazzo furioso, domiciliato presso il Manicomio Tal dei Tali, Via Tizio Caio Sempronio, ecc. ecc."? Scriverle da un manicomio, o andare da lei nelle mie condizioni? Assolutamente no. Sarebbe stato comunque da escludere nella maniera più assoluta.

 

IVAN:         Ma non le manca?

 

Un'ombra d'improvvisa tristezza passa negli occhi del povero Maestro. Brilla qualcosa nell'angolo esterno del suo occhio sinistro: una lacrima? E' lo smarrimento di un istante.

 

IL MAESTRO:    (col cuore di pietra) No, non mi manca. E neppure mi manca la vita di allora, il mio appartamento, le passeggiate, i sogni, la letteratura ... In fondo qui si sta bene. Non posso assolutamente lamentarmi. Il cibo e il paesaggio sono ottimi, la compagnia talvolta gradevole, e sto persino meglio. Mi sento più calmo, più rilassato. Il prof. Stravinskij mi ha insegnato l'arte dell'accontentarsi, e devo confessare di essere un buon allievo. Perché vede, amico mio, è perfettamente inutile fare grandi progetti per il futuro. Prenda me, per esempio: sognavo di diventare ricco e famoso col mio romanzo, e di girare (tutto) il mondo. E invece eccomi qua, non possiedo neppure gli abiti che indosso, nessuno ormai sa più come mi chiamo, e posso vedere solo questa porzioncina di mondo. Eppure, cosa mi manca? L'estate si avvicina, e l'infermiera mi ha assicurato che l'edera si arrampicherà su per il muro fino al balcone ... Inoltre il possesso di questo mazzo di chiavi ha notevolmente ampliato le mie possibilità! Bene. (Da un'occhiata alla luna che sta tramontando). E' tardi, è ora di ritirarsi ... (Allunga la mano in segno di commiato) E' stato un piacere, caro il mio Ivan Nicolaevic Ponyrev, detto Bezdomnyi! Magari qualche altra volta che c'è la luna piena potremo ancora parlare. Che ne dice, eh? Magari vengo a trovarla nel suo quartierino (scuotendo significativamente il mazzo di chiavi rubato), eh?

 

IVAN:         (dapprima è sbalordito della repentinità del commiato del Maestro; ma poi si riprende e con gesto altrettanto improvviso afferra la mano che stava stringendo automaticamente, trattenendo così il Maestro) La prego! Mi racconti quello che accadde al procuratore Ponzio Pilato e a quel Jehoshua di Nazareth!

 

IL MAESTRO:    (divincolandosi) Ah, no, questo proprio no. Non voglio più saperne di quella maledetta storia! (Ironico) Comunque quel nostro comune amico, che lei ha incontrato agli Stagni Patriarsie, sembrava saperne molto più di me. Lo chieda a lui il resto del racconto, (sibillino) se mai le capitasse di rivederlo ...

 

IVAN:         Che cosa intende dire?

 

IL MAESTRO:    (ridendo di gusto) Com'è ingenuo! Ma davvero non si è reso conto di dove siamo capitati? (si allontana scuotendo la testa e ridendo)

 

IVAN:         (solo) Insomma, che cosa intende dire?!

 

 

 

NONA SCENA

 

 

 

Accettazione della clinica. Mattino.

 

Un'infermiera e il medico di servizio stanno parlottando tra loro. Evidentemente il medico le sta raccontando qualcosa di molto divertente, dal momento che lei scoppia in fragorose risate a ripetizione.

 

MEDICO: Insomma quei due sostenevano che Dio non esiste e il diavolo neppure ...

 

INFERMIERA:  Davvero? (ridendo) Non posso crederci!

 

MEDICO:  Davvero! Davvero! (ridendo) Due perfetti imbecilli!

 

INFERMIERA:  Ma proprio al suo cospetto? proprio davanti a lui?

 

MEDICO:  E come si accaloravano! Pensi che volevano convincerlo ...

 

L'infermiera a questo punto scoppia in una fragorosa irrefrenabile risata. Il medico, più contenuto, ridacchia tenendosi una mano sulla bocca. Entra un ispettore di polizia, i due si ricompongono sommariamente. L'ispettore fuma la pipa e ha un aspetto rassicurante. Sembra uno di quegli individui pacati e razionali che non si scompongono davanti a nulla.

 

MEDICO:  Desidera?

 

ISPETTORE:  (cordialmente) Sono un ispettore della polizia di Mosca. Sto svolgendo un'indagine su certi incresciosi incidenti che si sarebbero verificati in questi giorni nella capitale ... Un'indagine molto delicata ... (tagliando corto) Insomma avrei bisogno di consultare la lista delle persone ricoverate in questa clinica negli ultimi tre giorni ... (tirando fuori un rotolo di carta) Ecco il mandato ...

 

MEDICO: (senza badare al mandato) Ma senz'altro, carissimo ispettore ... (trattenendosi a stento dal ridere) Immagino si tratti del prof. Woland - esatto?

 

ISPETTORE:  (spiazzato) Esatto.

 

Il medico e l'infermiera scoppiano a ridere, ma prontamente si ricompongono.

 

ISPETTORE:  (sospettoso) Ma lei come fa a saperlo?

 

MEDICO: Deve sapere che negli ultimi tempi la maggior parte delle persone che si sono presentate qui in questa clinica venivano per via di questo fantomatico prof. Woland. Dunque anche lei è qui per lui. Benissimo! Infermiera, accontenti il nostro bravo ispettore e gli porga la lista degli ultimi ricoveri.

 

L'infermiera esegue. L'ispettore si mette ad esaminare la lista.

 

MEDICO: Immagino desideri consultare anche le cartelle cliniche di questi malcapitati - esatto?

 

ISPETTORE:  (sollevando lo sguardo) Le cartelle cliniche?

 

MEDICO: Immagino vorrà sapere la loro storia, quello che ci hanno raccontato quando sono arrivati qui ...

 

ISPETTORE:  Ah, i verbali degli interrogatori!

 

MEDICO: (stizzito) Qui da noi quello che lei definisce "interrogatorio" si chiama "anamnesi", e viene scritta per l'appunto sulla cartella clinica del paziente.

 

ISPETTORE:  Benissimo! Vediamo allora queste a-nam-ne-si, o come diavolo si chiamano! 

 

MEDICO:  Ci vorrà tuttavia il permesso del primario, il prof. Stravinskij ...

 

VOCE DI STRAVINSKIJ:  (fuori campo e roboante, amplificata) Permesso accordato. Proceda, proceda pure!

 

MEDICO: Bene. Infermiera, porga all'illustrissimo ispettore le cartelle cliniche dei pazienti in questione.

 

L'infermiera esegue. L'ispettore riceve in mano gli incartamenti, tuttavia non si pone immediatamente all'opera: si guarda attorno spaesato cercando di capire da dove provenisse la voce del primario e come avesse potuto intervenire con tanta tempestività.

 

MEDICO: (prendendo l'ispettore per un braccio) La prego, eminentissimo ispettore, si accomodi pure su questa sedia ... ecco, qui, su questo tavolino ... così potrà consultare le cartelle cliniche con tutta calma ... Va tutto bene? Ha bisogno di qualcosa d'altro?

 

L'ispettore scuote il capo in segno di diniego.

 

MEDICO:  Bene. Ora, se vuole scusarmi ...

 

Il medico si riavvicina all'infermiera e riprende il discorso divertente di prima, interrotto dall'arrivo dell'ispettore.

 

INFERMIERA:  (sottovoce) Insomma, mi vuol raccontare come è andare a finire?

 

MEDICO:  (sottovoce) Ma certo, mia cara, ma certo! Dunque, deve sapere ...

 

Il medico e l'infermiera abbassano ulteriormente il tono della voce, tanto che i loro discorsi non sono più distinguibili. Di tanto in tanto l'infermiera scoppia come prima in fragorose risate.

 

L'ispettore nel frattempo si è buttato a capofitto negli incartamenti che ha davanti a sé.

 

 

 

NONA SCENA bis

 

 

 

Stessa ambientazione e stessa situazione con cui si era conclusa la nona scena: in accettazione, il medico e l'infermiera che parlottano sottovoce, l'ispettore che consulta una pila di cartelle cliniche. E' passata qualche ora, forse è già pomeriggio.

 

L'ispettore ha finito di leggere l'ultimo incartamento, lo chiude e lo ripone in cima alla pila alla sua sinistra.

 

MEDICO:  Immagino che adesso vorrà interrogare qualcuno dei degenti - esatto?

 

ISPETTORE:  Vorrei cominciare da Ivan Nicolaevic Ponyrev. Sem-brerebbe che sia stato lui il primo ad incontrare il prof. Woland qui a Mosca.

 

MEDICO:  Il poeta Bezdomnyi?

 

ISPETTORE:  Esatto.

 

MEDICO: Naturalmente anche per questo ci vuole l'autorizzazione del prof. Stravinskij ...

 

VOCE DI STRAVINSKIJ:  Autorizzazione accordata. Proceda, proceda pure!

 

MEDICO:  Bene. Ha sentito? Che c'è? Non è soddisfatto?

 

 

DECIMA SCENA

 

 

 

Stanza di Ivan. Mattino.

 

Ivan se ne sta sdraiato sul letto, le mani dietro la testa, con un'aria annoiata.

 

L'ispettore è appena entrato ed è un po' impacciato: non ha mai parlato con un malato di mente e non sa bene come comportarsi.

 

IVAN:         (senza neppure degnarlo d'uno sguardo) Così lei sarebbe un emissario del Procuratore della Giudea. Viene da Jerushalem, sarà stanco ... Si sieda, si sieda pure.

 

ISPETTORE:  (sedendosi sullo sgabello) Beh; veramente io sarei un commissario di polizia e vengo da Mosca. (Cercando di essere cordiale). Vede, sto svolgendo un'indagine su alcuni spiacevoli avvenimenti che in qualche modo sembrerebbero collegati ad un fantomatico prof. Woland ...

 

IVAN:         (interrompendolo) Appunto, è come dicevo io. Lei è un emissario di Ponzio Pilato.

 

ISPETTORE:  (incuriosito) Parla forse di quel Ponzio Pilato dei tempi di Gesù Cristo?

 

IVAN:         Ne conosce altri? Eh, no, le assicuro che di Ponzio Pilato ne basta uno e avanza! Ne sanno qualcosa d'altronde il povero Maestro e tutti gli altri, me compreso, che hanno avuto la sventura d'incontrarlo. Per non parlare poi del suo Gran Sacerdote Officiante tale prof. Woland ...

 

ISPETTORE:  (prontissimo) Ecco! Per l'appunto! Proprio di questo prof. Woland volevo parlare con lei!

 

IVAN:         (continuando imperterrito il suo discorso) ... che poi, in effetti, altro non è che Satana in persona. Questo è stato accertato.

 

ISPETTORE:  (sbalordito) Prego?!

 

IVAN:         Dico che il prof. Woland e Satana sono la stessa persona. Io e il Maestro lo abbiamo appurato senza ombra di dubbio. La nostra indagine è stata minuziosa e approfondita, e le conclusioni assolutamente inconfutabili. Lei stesso avrà modo comunque di verificarlo, vedrà. (tace).

 

L'ispettore è rimasto decisamente spiazzato da tutte queste storie su Ponzio Pilato, il prof. Woland e Satana in persona; non spiccica parola. Ivan se ne sta in silenzio in attesa delle domande dell'ispettore.

 

IVAN:         Ebbene? Credevo che avesse delle domande da farmi ...

 

ISPETTORE:  (riprendendosi) Eh? Ah, sì ... Sì, sì, certo ... (consultando i suoi appunti) A quanto mi risulta lei sarebbe stato il primo a incontrare questo professore, mago, o cos'altro diavolo sia ... L'incontro sarebbe avvenuto due sere fa, agli Stagni Patriarsie. E' esatto?

 

IVAN:         Consulente straniero.

 

ISPETTORE:  Prego?

 

IVAN:         L'esatta qualifica del signor Woland è: "professore di storia antica, con specializzazioni in esoterismo e arti medianiche, in visita a Mosca per una consulenza"; quindi, in due parole: "consulente straniero". Di questo comunque potrebbe parlarle ben più diffusamente il Maestro. Lei prima diceva che a quanto le risulta sarei stato io il primo ad incontrare il prof. Woland. Ebbene le risulta male. Il primo a incontrarlo è stato proprio lui, il Maestro.

 

ISPETTORE:  Quale maestro?

 

IVAN:         (senza badare alla domanda assolutamente sciocca e fuori luogo) Per l'esattezza anzi, è stato lui, il Maestro, a chiamarlo qui a Mosca. Era lui, il Maestro, che aveva bisogno di una consulenza. Anzi per l'esattezza aveva bisogno di intervistare Ponzio Pilato.

 

ISPETTORE:  Ah, ecco, Ponzio Pilato! Ma certo, naturalmente intervistare Ponzio Pilato ... Avrei dovuto immaginarlo.

 

IVAN:         Comunque può trovarlo nella stanza qui a fianco.

 

ISPETTORE:  (allarmato) Chi?! Ponzio Pilato?

 

IVAN:         Ma no, parlo del Maestro. Quanto a Ponzio Pilato spero proprio che non ci sia. Insomma, sarebbe proprio ora che si decidesse a lasciarlo in pace! Il povero Maestro è proprio distrutto. Quel dannato Ponzio Pilato dovrebbe farsene una ragione: l'Impero Romano è caduto da secoli ormai, e lui non è più egemone di niente e di nessuno. E' un'indecenza, una vera indecenza che si tratti così un pover'uomo come il Maestro! La polizia che ci sta a fare? Dovrebbe intervenire! Fare qualcosa, intervenire! Non trova? Eh, ma la polizia quando serve non c'è mai. Prenda quello che è successo quella sera agli Stagni Patriarsie ...

 

ISPETTORE:  Ecco! Proprio di quello volevo sapere. Volevo che mi raccontasse com'è andata.

 

IVAN:         Cosa vuole, è passato tanto di quel tempo!

 

ISPETTORE:  Due giorni.

 

IVAN:         Solamente? E' sicuro? Mi è sembrata un'eternità! Mah! Sarà che qui il tempo non passa mai ... Ma lo sa lei che qui di notte c'è sempre la luna piena? Sempre, giorno dopo giorno ... Si figuri! Il sole da una parte e la luna dall'altra, con-tem-po-ra-ne-a-men-te! Non lo trova straordinario? Tutto questo avrà pure un significato. O no? Lei che ne dice? Io trovo che sia straordinario, assolutamente straordinario. Oh, ma mi scusi, a lei tutto questo non interessa, lei è un uomo ragionevole, razionale, per così dire "solare". Lei è un ispettore, uno che indaga, che scava nel torbido, ma per far chiarezza, che porta i fatti alla luce. Insomma a lei tutte queste storie di luna non interessano. A ben guardare non le dovrebbe interessare neppure quanto è successo quella sera agli Stagni Patriarsie, dal momento che si tratta di fatti assolutamente straordinari, fatti che in fin dei conti esulano completamente dalla sfera della ragione. Sono avvenimenti che per capirli  ci vuole ben altro che la ragione pura e semplice! Avvenimenti che alla luce del sole appaiono assolutamente assurdi e contraddittori, ma che invece alla luce della luna ... Ma non voglio annoiarla oltre. D'altronde lei stesso, se davvero vorrà andare a fondo in questa faccenda, se ne renderà conto personalmente. Ma che cos'è che voleva sapere? Ah, sì, che cosa accadde quella sera agli Stagni Patriarsie ... Ebbene deve sapere che quella famosa sera io me ne stavo tranquillamente a chiacchierare agli Stagni Patriarsie insieme a Misa Berlioz, che allora aveva ancora la testa a posto, s'intende. Parlavamo di un certo poemetto che la rivista di Berlioz ...

 

 

 

 

 

UNDICESIMA SCENA

 

 

 

Stanza del Maestro. Primo pomeriggio.

 

L'ispettore è seduto su uno sgabello, il Maestro sul letto. La conversazione è cominciata da poco.

 

ISPETTORE:  E così il suo amico della stanza accanto mi ha suggerito di venire da lei. Sembrerebbe che sia stato lei a chiamare a Mosca questo prof. Woland. E' esatto?

 

IL MAESTRO:    Fratello!

 

ISPETTORE:  Prego?

 

IL MAESTRO:    Il giovane poeta della stanza accanto non è un amico qualsiasi. In effetti lui è mio fratello.

 

ISPETTORE:  Ivan Nicolaevic Ponyrev è suo fratello?!

 

IL MAESTRO:    Esattamente.

 

ISPETTORE:  (annota qualcosa sul suo taccuino) Quindi lei si chiama Ponyrev di cognome.

 

IL MAESTRO:    (arrabbiandosi moltissimo) Nient'affatto! Come le salta in mente una stupidaggine del genere?!

 

ISPETTORE:  Ma se è stato lei a dirmi ... Insomma io credevo ...

 

IL MAESTRO:    Ma mi faccia il piacere! Se siamo fratelli io e il giovane Ponyrev è perché entrambi siamo figli di Ponzio Pilato.

 

ISPETTORE:  (scuotendo la testa) Avrei dovuto immaginarlo! E, mi scusi, quale sarebbe allora il suo nome?

 

IL MAESTRO:    Il mio nome? Non so, non mi ricordo ... Non sono affari che la riguardano! Io stesso d'altronde ho rinunciato al nome, alla letteratura e a tutte le altre vanità che riempivano la mia vita.

 

ISPETTORE:  Letteratura? Ha detto letteratura?

 

IL MAESTRO:    Ma certamente.

 

ISPETTORE:  Anche lei dunque era uno scrittore, come il suo amic... pardon! fratello, come suo fratello Ivan. Esatto?

 

IL MAESTRO:    (alterandosi) Nient'affatto! Io non "ero" uno "scrittore". Io "sono" un "Maestro" (come al solito tira fuori il berretto con la "M" ricamata e se lo caccia in testa). Vede, il fatto è che volevo scrivere un romanzo su Ponzio Pilato, e quando lessi sul giornale di un certo professore straniero, esperto di magie e di arti medianiche ...

 

ISPETTORE:  (prontamente) Il prof. Woland!

 

IL MAESTRO:    Esattamente. Così ebbi l'illuminazione: rievocare lo spirito di Ponzio Pilato, farsi raccontare i fatti dalla sua viva voce; insomma, fargli un'intervista o qualcosa del genere. Ah, se avessi saputo quali terribili sofferenze mi attendevano per causa di quel romanzo e di Ponzio Pilato! Lei crede che una persona sana di mente ospiterebbe nella sua casa qualcuno se sapesse che poi questo qualcuno gli renderà la vita impossibile, gli farà perdere quanto di più caro ha al mondo, e non gli darà più tregua per il resto dei suoi giorni? (cambiando repentinamente di tono) Che cosa stavo dicendo? Ah, sì ... l''articolo sul giornale, il prof. Woland ... E così, naturalmente, lo mandai a chiamare. Lui fu molto gentile, mi rispose, e in capo a poche settimane era già a Mosca. Piombò nella mia vita come un avvoltoio, mi afferrò, e volando nel cielo di Mosca mi trascinò fino qui dove adesso mi trovo ... Ma lei lo sa che posto è questo?

 

 

 

DODICESIMA SCENA

 

 

 

Accettazione della clinica. Tardo pomeriggio. Sole al tramonto.

 

L'ispettore ha appena finito il giro degli interrogatori. Passeggia avanti e indietro assorto nelle sue riflessioni. Ogni tanto si arresta per controllare i suoi appunti, poi riprende a passeggiare e a riflettere.

 

VOCE DI STRAVINSKIJ:  (come sempre roboante). Allora, ispettore? Terminati gli interrogatori?

 

ISPETTORE:  (guardandosi attorno) Questa voce la conosco.

 

VOCE DI STRAVINSKIJ:  (incalzando) Allora, ispettore? Raggiunte delle conclusioni?

 

ISPETTORE:  (andando a guardare da una parte) Ma da dove verrà?

 

STRAVINSKIJ:  (comparendo dalla parte opposta) Allora, ispettore? Trovato il bandolo? Dipanata la matassa?

 

ISPETTORE:  (voltandosi) Con chi ho il piacere di ...?

 

STRAVINSKIJ:  (allungandogli la mano prontamente) Professor Stravinskij. Piacere di conoscerla.

 

ISPETTORE:  Lei è il primario, se non erro. Ho riconosciuto la voce.

 

STRAVINSKIJ:  Per servirla.

 

ISPETTORE:  Immagino che lei sia al corrente di tutte le persone ricoverate negli ultimi giorni a causa del prof. Woland ...

 

STRAVINSKIJ:  Li ho visitati tutti personalmente.

 

ISPETTORE:  Benissimo! Allora lei è proprio la persona che mi occorre. Avrei bisogno  di consultarmi con lei, di confrontare le mie ipotesi, e verificare se possono corrispondere col quadro psicologico delle vittime.

 

STRAVINSKIJ:  Sono a sua completa disposizione. E' arrivato a delle conclusioni?

 

ISPETTORE:  (orgogliosamente) Direi di sì. Credo di essere in possesso di elementi sufficienti per tentare una attendibile ricostruzione di questa ingarbugliatissima vicenda ... Insomma, per dirla con le sue parole, sono arrivato a delle conclusioni!

 

STRAVINSKIJ:  Magnifico! Magnifico! Le confesso che trovo tutta questa faccenda assolutamente elettrizzante. Essere al cospetto di chi sta per smascherare il famigerato Prof. Woland, pericolo pubblico numero uno! Insomma, parliamoci chiaro, un esempio da citare sui libri di scuola! Pensi, che il suo ritratto potrebbe apparire in ogni pubblica piazza, sala, o ufficio di tutto il paese; sostituire il ritratto di Lenin! Ammesso naturalmente che lei sia davvero in grado di smascherare ed arrestare il famigerato prof. Woland ...

 

ISPETTORE:  Ma certo che sono in grado! Diavolo!!

 

STRAVINSKIJ:  (equivocando) Magnifico, magnifico ... Le confesso che sono sbalordito ... Davvero non credevo avesse una mente tanto illuminata ... Ma, mi dica: come c'è arrivato?

 

ISPETTORE:  Arrivato a che?

 

STRAVINSKIJ:  A questa brillante conclusione; insomma, alla verità ...

 

ISPETTORE:  Ma se non le ho ancora detto nulla!

 

STRAVINSKIJ:  Come no? Ma se mi ha appena detto: "Diav ...! - Oh! Mi scusi, devo aver equivocato. Certo lei intendeva "diavolo" in senso esclamativo ...

 

ISPETTORE:  In quale altro senso sennò?

 

STRAVINSKIJ:  Certo, certo ... "diavolo" in senso esclamativo. Ma allora, insomma, secondo lei il prof. Woland chi sarebbe?

 

ISPETTORE:  Il prof. Woland? Un volgarissimo ciarlatano.

 

STRAVINSKIJ:  Prego?!

 

ISPETTORE:  Ha presente quel genere di imbroglioni che girano da una fiera all'altra col loro baraccone; che si spacciano per luminari della medicina o per indovini, ma che sono al massimo degli scaltri illusionisti o degli abili ipnotizzatori?

 

STRAVINSKIJ:  Secondo lei il prof. Woland appartiene a questo genere di persone?

 

ISPETTORE:  Perché, secondo lei no? Come si spiegherebbe diversamente tutto quello che è accaduto?

 

STRAVINSKIJ:  Non saprei.

 

ISPETTORE:  Glielo dico io. Bisognerebbe attribuire a questo professore, o presunto tale, dei poteri decisamente sovrumani, direi, se non addirittura diabolici. Ma voglio sperare che un uomo di scienza come lei non creda ancora al diavolo e a tutto questo genere di sciocchezze ...

 

STRAVINSKIJ:  Certo che no! Certo che no!

 

ISPETTORE:  Benissimo! Non ci resta altro allora che ipotizzare che questo Woland sia un volgare ipnotizzatore, molto abile, ma nient'altro che un ipnotizzatore; e quindi cercare di ricostruire quanto accaduto sulla scorta di questa ipotesi.

 

STRAVINSKIJ:  Magnifico! Magnifico! Sono con lei, procediamo con la ricostruzione!

 

ISPETTORE:  Benissimo! Se questo Woland è un volgare ipnotizzatore che si serve della sua arte per sbarcare il lunario, qual è la prima cosa di cui ha bisogno?

 

STRAVINSKIJ:  Qual è?

 

ISPETTORE:  Un pollo da spennare!

 

STRAVINSKIJ:  Un pollo da ...?! Secondo me lei ha visto troppi (tele-)film polizieschi.

 

ISPETTORE:  Ma sì, un pollo da spennare, una vacca da mungere; insomma una vittima. Ma per trovare la sua vittima che fa?

 

STRAVINSKIJ:  Che fa?

 

ISPETTORE:  Mette un annuncio sul giornale.

 

STRAVINSKIJ:  Ma certo! Un annuncio sul giornale! "Cercasi pollo da spennare, eccetera eccetera".

 

ISPETTORE:  Ma no, che dice! "Professore straniero esperto in arti medianiche e magia offre i suoi servigi a prezzi modici, eccetera eccetera". Capisce?

 

STRAVINSKIJ:  Capisco, capisco.

 

ISPETTORE:  A questo punto l'esca è lanciata, non rimane che aspettare che il pesce abbocchi.

 

STRAVINSKIJ:  Che il pesce abbocchi?! Insisto col sostenere che lei vede troppi (tele-)film polizieschi!

 

ISPETTORE:  E chi è il primo pesce che abbocca?

 

STRAVINSKIJ:  Chi è?

 

ISPETTORE:  Il Maestro!

 

STRAVINSKIJ:  Il Maestro?

 

ISPETTORE:  Ma certo! Il Maestro, che vuole servirsi dell'arte medianica del professore per intervistare Ponzio Pilato. Ora, mi sembra evidente che un individuo che per scrivere un romanzo su Ponzio Pilato decide come prima cosa di fargli un'intervista, ebbe costui non dev'essere proprio un soggetto perfettamente equilibrato. O mi sbaglio?

 

STRAVINSKIJ:  Non si sbaglia affatto!

 

ISPETTORE:  Insomma, dev'essere stato un gioco da ragazzi per uno come Woland riuscire ad ipnotizzarlo e fargli credere di parlare direttamente proprio con Ponzio Pilato, eccetera eccetera. Anzi, il giochetto deve essergli riuscito decisamente bene, dal momento che tuttora il povero Maestro continua a vedersi comparire dinnanzi questo maledetto Ponzio Pilato, che per la sua povera mente malata è diventato una sorta di persecutore personale. "Mania di persecuzione", mi pare venga definita la sua malattia sulla sua cartella clinica. O mi sbaglio, professore?

 

STRAVINSKIJ:  Non si sbaglia affatto. "Mania di persecuzione" è proprio l'esatta diagnosi per il povero Maestro. Ma la prego, proceda.

 

ISPETTORE:  Presumibilmente lo scopo del professore era di impossessarsi di tutti i beni del malcapitato scrittore. Il che, una volta che costui perse completamente il lume della ragione, non deve essergli risultato difficile. A questo punto si passa alle vittime successive. Chissà, magari stavolta il prof. Woland se ne stava buono buono seduto su di una panchina agli Stagni Patriarsie senza nessuna cattiva intenzione se non  quella di prendersi il fresco della sera, quando sono capitati da quelle parti Berlioz e Bezdomnyi, ed egli ha ascoltato involontariamente i loro discorsi, così come spesso capita. A uno come Woland due così devono essere sembrati dei bocconcini prelibati. Niente di più facile che buggerare due scrittori dallo spirito inquieto e suggestionabile come quei due! E così non ha saputo trattenersi. Con una scusa qualunque ha attaccato conversazione, e piano piano si è insinuato nelle loro menti, fino ad averli completamente in suo potere. Forse Berlioz si è resto conto di quanto stava accadendo e ha cercato di resistere, e sentitosi alle strette, in stato di confusione mentale, ha tentato di fuggire. Ma non si è accorto del tram che sopraggiungeva e così ci ha rimesso la testa. Questo orribile fatto naturalmente ha dato il colpo di grazia al povero Bezdomnyi, il quale, già ipnotizzato e in uno stato di totale confusione, ha perso ogni residuo barlume di ragione. In questo secondo caso il movente di Woland non è affatto evidente. Personalmente propendo per una certa ipotesi. A mio avviso il prof. Woland voleva semplicemente verificare se fosse in grado di ipnotizzare più persone contemporaneamente. Insomma, una specie di prova generale di quanto forse aveva già in animo di tentare: vale a dire un esperimento di ipnosi di massa. E così arriviamo all'episodio più eclatante della fin qui breve ma intensa carriera del prof. Woland: uno spettacolo di magia nera nel più grande teatro di Mosca! Anche in questo caso risulterebbe dalle indagini che il professore non ne abbia tratto alcun profitto economico. Il che potrebbe indurci ad avanzare l'ipotesi che si tratti di un maniaco che fa impazzire le persone per il solo gusto di farlo. Questo tuttavia, sulla base dei dati sin qui acquisiti, risulta difficile da appurare. Lei che è un esperto sarà d'accordo con me ...

 

STRAVINSKIJ:  Senz'altro. Ma mi pare che ci possa essere anche un'altra ipotesi.

 

ISPETTORE:  Un'altra ipotesi?

 

STRAVINSKIJ:  Il piano di questo prof. Woland potrebbe essere così complesso e articolato da non essere intelliggibile, allo stato attuale delle cose. Forse ne ha attuato sin ora solo una piccola parte, tanto che è impossibile decifrare il tutto. Come se di un grande mosaico fossimo in possesso solo di poche tessere. Come ricostruire l'intero disegno? Come individuare il soggetto dell'opera?

 

ISPETTORE:  Ipotesi interessante, egregio professore. Decisamente interessante. Mi permetta di terminare la mia ricostruzione, e poi ne parleremo ... Dov'ero rimasto? Ah, sì, lo spettacolo di magia nera! Dunque a questo punto non ci rimane che ricostruire come il prof. Woland riuscì ad ipnotizzare migliaia di cittadini a teatro.

 

STRAVINSKIJ:  Ricostruiamo! Ricostruiamo!

 

ISPETTORE:  Innanzitutto bisogna domandarsi come sia stato possibile per un individuo del genere conquistarsi un posto a sorpresa nel cartellone del teatro più grande di Mosca. Sebbene non ci siano elementi provanti è lecito supporre che egli abbia ipnotizzato o altrimenti imbrogliato i responsabili della direzione del teatro. Oppure, in subordine, che si sia trattato di un caso di corruzione. Il che naturalmente provvederemo ad appurare. Inoltre occorrerà accertare l'eventuale responsabilità degli organi sovrintendi preposti dal Ministero della Cultura al controllo della moralità degli spettacoli, i quali evidentemente non hanno compiuto adeguate indagini su questo prof. Woland e sul suo spettacolo, che si sarebbe rivelato poi, alla prova dei fatti, altamente immorale e sovversivo.

 

STRAVINSKIJ:  Addirittura?

 

ISPETTORE:  Lei ritiene che incitare le masse al consumismo non sia profondamente immorale e sovversivo?

 

STRAVINSKIJ:  Egli avrebbe incitato le masse al consumismo?!

 

ISPETTORE:  Beh, certo non lo ha fatto apertamente. Egli, come si addice al suo stile, si è comportato in maniera subdola e scaltra, facendo leva sui sentimenti più bassi e primitivi, sugli istinti primordiali degli spettatori, vale a dire sul loro desiderio di beni, benessere, ricchezza. Deve aver pensato: "Che cos'è che accomuna tutta questa gente? Che cos'è che tutti vorrebbero, ma quasi nessuno ha?" I soldi! Il denaro! Chi non vorrebbe essere ricco? Chi non vorrebbe avere bei vestiti, una dacia in campagna, e un'amante in città? Chi non vorrebbe avere onore, prestigio, appoggi importanti, e andarsene tutte le sere a teatro? E così il nostro prof. Woland fa piovere soldi e vestiti alla moda dal soffitto del teatro sugli spettatori, e in men che non si dica conquista tutto il pubblico, convince tutti a salire sul palco, uno per uno, a buttare i vestiti vecchi per indossare quelli piovuti dal cielo, nuovi, splendidi, magici, e in realtà illusori. Tutti lo ascoltano, pendono dalle sue labbra, restano impigliati nella rete delle sue parole, ammaliati, incantati; si spogliano dei loro abiti e si mettono quelli nuovi, immaginari, si riempiono le tasche di soldi che in realtà non esistono, e cantando e ballando se ne escono felici dal teatro e si sparpagliano per la città. Può immaginarsi lo scandalo! Migliaia di persone in mutande in giro per Mosca che cantano e ballano!

 

STRAVINSKIJ:  (ridendo sotto i baffi) Eh, sì, un vero scandalo! Un vero scandalo!

 

ISPETTORE:  Mi dica lei se tutto questo non è assolutamente immorale e sovversivo!

 

STRAVINSKIJ:  (c.s.) Assolutamente immorale! E assolutamente sovversivo! Proprio quello che dissi a Ponzio Pilato a proposito di quel Nazareno. "Questo Jehoshua è un uomo fondamentalmente senza moralità e con un istinti sovversivo".

 

ISPETTORE:  Prego?!

 

STRAVINSKIJ:  (prendendolo sottobraccio e parlandogli con voce profonda e suadente) Era il quattordicesimo giorno del mese primaverile di Nisan. Ponzio Pilato indossava un mantello bianco con fodera rosso-porpora e passeggiava nervosamente sotto il porticato che collegava le due ali del palazzo di Erode il Grande. Un intenso profumo di rose si spandeva nell'aria ... (uscendo di scena e tirandosi dietro il povero ispettore che lo guarda allibito).

 

VOCE DI STRAVINSKIJ:  ... mentre una terribile emicrania gli provocava spasimi dolorosi ai muscoli facciali ...

 

 

TREDICESIMA SCENA

 

 

 

Stanza dell'ispettore nella clinica psichiatrica, di fianco a quella di Ivan, dalla parte opposta rispetto a quella del Maestro.

 

L'ispettore è seduto sul letto, gli occhi sbarrati. Evidentemente la chiacchierata col prof. Stravinskij non gli è stata salutare. La luna piena è bassa all'orizzonte.

 

ISPETTORE:  (in delirio) Trema, Ponzio Pilato! Trema, perché sto per  smascherare il tuo piano sovversivo! Credevi di farla in barba alla polizia di Mosca?  Credevi che le tue mosse, che il tuo complotto passasse inosservato? Complotto, sissignore, l'ho chiamato "complotto", hai capito benissimo! Tutto mi è chiaro adesso! Lampante! Evidente! (Guardando la luna) Ecco! Come la faccia della luna! Che è sempre piena, notte dopo notte, ma qualche sprovveduto sostiene che possa essere un quarto, mezza ... addirittura che possa non esserci! Figuriamoci! Una notte senza luna piena è una vera bestemmia! Insomma si tratta di una cospirazione in piena regola, in cui sono coinvolti intellettuali e letterati, scrittori, poeti e maestri, insomma la feccia della società! Hanno formato una specie di setta segreta, si chiamano tra di loro fratelli, parlano in codice e il loro capo è Ponzio Pilato in persona! E' stato lui, proprio lui, a ordire tutta la faccenda, per mezzo del suo plenipotenziario professor Woland! Lui trama nell'ombra e quell'altro scorrazza per la città diffondendo zizzania. Il loro pezzo forte sono gli attentati culturali. Sono capaci di far pubblicare un romanzo assurdo col solo scopo di diffondere il dubbio e lo sconcerto tra la popolazione! oppure allestiscono spettacoli discutibili solo per inficiare il buon gusto della gente! Insomma è un vero demonio, questo Ponzio Pilato, e il prof. Woland è il suo braccio temporale! Il suo scopo è chiaro: destabilizzare il Paese, minando i valori morali ed estetici della popolazione, allo scopo di ricostituire qui, a Mosca, la sua egemonia. Eh! Ma non siamo in Giudea qui! (Gridando) Attento a te, Ponzio Pilato, hai i giorni contati!! (confuso) Ti acchiapperò e ti sbatterò in galera, al buio ... La gente applaudirà ... e io diventerò un eroe nazionale! Il mio ritratto sostituirà quello di Lenin sulla Piazza Rossa e verrò citato sui libri di scuola come esempio per le nuove generazioni! Attento a te, Ponzio Pilato! E’ suonata la tua ora!

 

 

 

QUATTORDICESIMA SCENA

 

 

 

Stanze del Maestro, di Ivan e dell'Ispettore, contemporaneamente. E' notte fonda, la luna alta nel cielo.

 

Tutti e tre i pazienti stanno dormendo sonni irrequieti, si muovono, si agitano, parlottano. Stanno facendo lo stesso sogno?

 

Alle loro spalle appaiono in una luce decisamente onirica: Ivan, Berlioz (con la sua testa in mano), l'ispettore (con la pipa in bocca) e il Maestro (col suo cappellino in testa) che si tengono sotto braccio, e facendo una specie di goffo balletto recitano in coro sotto la direzione di un prof. Woland armato di bacchetta e vestito da mago. Pilato osserva compiaciuto.

 

CORO:      Era il quattordicesimo giorno

                   Del mese primaverile di Nisan ...

                   Ponzio Pilato indossava un mantello

                   Bianco, foderato di rosso porpora,

                   Passeggiava molto nervosamente

                   Sotto il lungo porticato del palazzo.

                   Un intenso profumo di rose selvatiche

                   Si spandeva nell’aria (ecc. ecc.)

 

Alle spalle di questo grazioso quadretto una moltitudine di indiavolati in mutande che canta e balla sotto una pioggia di danaro.

 

Margherita in un angolo piange sommessamente illuminata dalla luna.