Ultime mostre personali

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

14 aprile - 1 maggio 2018, "Parafrasi veneziane"

Alla Galleria Cantiere Barche 14, Vicenza, Stradella Barche 14

14 gennaio-28 febbraio 2018, "Giorni di freddo", a cura di Paola Caramel

Alla Galleria ItinerArte, Venezia, Rio Terà della Carità -Dorsoduro 1046 (accanto alle Gallerie dell'Accademia)

5-14 settembre 2017, "Skylines et Silhouettes", nell'ambito della rassegna "AUT-OUT OF-F BIENNALE"

A Castel dell'Ovo, Napoli, nell'ambito del Progetto DRAMATIS PERSONAE.

Dal 16 gennaio al 14 febbraio 2016.

Virgilio Patarini - DRAMATIS PERSONAE 2016. Org.  Zamenhof Art, in collaborazione col Comune di Napoli - Assessorato alla Cultura, e col patrocinio dell'Unesco di Napoli.

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A Palazzo della Racchetta, Ferrara, via Vaspergolo 4,6,6a, Ferrara Art Festival -Extra Time

Dal 21 AL 30 agosto  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

personale antologica

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Presso il Complesso Museale Ricci Oddi. Piacenza, via S.Siro, 13

Dal 16 AL 22 maggio  2015:

Virgilio Patarini - EX-PO(st) 2015

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Alla Galleria Spazio Libero 8, Milano, Alzaia Naviglio Pavese, 8

Dal 18 AL 24 APRILE 2015:

Virgilio Patarini - Giovanni Drogo, NAVIGLI CORSARI E ALTRE STORIE

Alla Galleria del Rivellino, Ferrara, via Baruffaldi, 6

Dal 19 luglio al 3 agosto 2014:

Virgilio Patarini - Luigi Profeta, MEMORIE CONDIVISE

Alla Galleria 20, Torino,

Corso Casale, 85

Dal 10 al 23 maggio 2014:

Virgilio Patarini, ZIBALDONE 2014

Mostra personale di pittura

SPAZIO E, Milano

Stratificazioni

mostra bi-personale di Raffaele De Francesco e Virgilio Patarini

Dal 15 al 28 febbraio 2014

ROCCA VISCONTEA, Lacchiarella (MI), dal 30 nov. al 12 dicembre 2013:

LA RUGGINE E LA LUCE, mostra personale di Virgilio Patarini

Prigioniero politico

 

La tragedia di Aldo Moro

 

 

 

Introduzione

Questo testo vede la luce a quasi dieci anni dalla sua composizione. I suoi estensori lo avevano concepito come un’opera che doveva incarnarsi su un palcoscenico prima che fissarsi sulla pagina. Perciò non avevano nemmeno pensato alla pubblicazione per una platea di lettori. Lo fanno ora per una serie di circostanze, in parte casuali, come spesso accade. E compiendo questa scelta hanno scoperto, loro per primi, tutto quello che in queste poche, forti pagine è racchiuso. Scoperto perché le parole, le idee non appartengono agli autori, i quali hanno un ruolo e non lo rinnegano, ma vengono direttamente da uno statista, un uomo, una vittima ­ Aldo Moro - e da terroristi, carnefici, uomini - i brigatisti rossi che lo rapirono e lo uccisero. Entrambi furono protagonisti di un evento tragico che ha segnato la storia del Paese. Ha marcato uno spartiacque non solo politico e sociale. Il 16 marzo 1978 in via Fani, i 55 giorni del sequestro, il 9 maggio in via Caetani sono, e forse rimarranno ancora a lungo, dei topoi della vicenda pubblica italiana. Di indagarli hanno tentato forze dell’ordine e magistratura (con cinque dibattimenti processuali), un’indagine parlamentare, inchieste giornalistiche e contro-inchieste di personalità della cultura, della politica, gruppi e movimenti, decine di libri dovuti ad attori, testimoni o studiosi del fatto, film e spettacoli teatrali. Non solo in Italia, ma anche all’estero. Ancora oggi c’è chi sostiene vi siano lati oscuri, misteri inesplorati, complicità non emerse. Complotti di ogni genere sono stati intravvisti dietro la fine del presidente democristiano. E’ questo, se non altro, il segno certo che si tratta di un evento scavato nel vivo della coscienza italiana, una di quelle ferite che si rimarginano solo a prezzo di cicatrici indelebili. Sembra quasi impossibile rassegnarsi a una ricostruzione lineare, alla “banalità del male”: deve esservi qualcosa che va oltre, un gioco più grande, una disfida metafisica, una summa di valori e passioni; il suo significato, la sua portata non possono che trascendere le contingenze nelle quali si è inverato; assume inevitabilmente i connotati di una tragedia archetipica.

Accostandoci al “caso Moro” a metà degli anni Novanta, anche noi, che ne avevamo una sbiadita memoria di ragazzi colpiti in quei giorni fatali più dallo sgomento degli adulti che dagli accadimenti in sé, ci imbattemmo nel sovraccarico ermeneutico riversato sui fatti. Decidemmo allora di diradare molte interpretazioni e di affidarci all’essenzialità di fonti documentarie, consapevoli che nemmeno esse sono neutre ed estranee al circolo interpretativo. Adesso, nella primavera del 2004, possiamo dire che quella opzione - certo consapevole eppure con la fortuna ad aiutare una giovanile incoscienza - ha prodotto un testo che restituisce una ricchezza di sguardi sulla storia di ieri e di oggi non così trasparente ai tempi della stesura. Un limite nostro. Tuttavia un testo parla per quanto c’è un orizzonte di ricezione, come da tempo segnala certa scuola critica. E i primi lettori sono per forza di cose gli autori.

Nel memoriale della prigionia di Aldo Moro, ritrovato in via Monte Nevoso a Milano nel 1990, e nei comunicati delle Brigate Rosse diffusi durante il rapimento, smontati e riassemblati drammaturgicamente nella loro essenzialità, non può esservi tutta la vicenda, che ebbe partecipazione diffusa a molti livelli, e riflessi pure oltre confine. Ma forse c’è di più.

Proponendo alcuni spunti, siamo consapevoli del rischio di vedere troppo. Non si tratta però di complotti o di “manine”, di verità taciute o di esiti pilotati, bensì di una apertura euristica, di conoscenza, della quale la forma teatrale, quindi il velo dell’arte, attenua e, per altri versi, accresce la forza. Non didascalia di fatti ed eventi, ma sollecitazione a guardare dentro e oltre.

L’ideologia delle Brigate Rosse, il loro cieco fanatismo non hanno smesso di sedurre. Quando perfino il caso Moro sembrava potesse entrare in un passato che non lacera a ogni rievocazione, il sangue di Massimo D’Antona e Marco Biagi è stato sparso in nome di una rivoluzione sognata dagli assassini ma - dovremmo ormai saperlo - soltanto incubo per tutti. La solidarietà espressa in Francia a un terrorista condannato per quattro omicidi ha riaperto il dibattito pubblico, anche a sinistra, su che cosa spinga in Italia a uccidere ancora oggi per il comunismo, il “dio che ha fallito”.

Uno studioso parigino ha spiegato che qualcuno continua a mitizzare l’idea di una “guerra civile italiana” in cui i rivoluzionari avrebbero avuto il coraggio di prendere le armi contro lo Stato oppressore. E ha commentato: “In realtà, non sanno nulla di quello che accadde”.

Qual è il fascino che promana dal gelido e burocraticamente immaginifico linguaggio delle risoluzioni strategiche delle Br? Perché, come ha chiesto recentemente uno storico, gli intellettuali riformisti finiscono spesso in minoranza? E come mai suscitano simpatia i facinorosi che oggi come allora contestano rumorosamente, e anche violentemente, i leader dell’opposizione schierati con responsabilità su posizioni moderate? La democrazia è imperfetta, oggi come allora. Aldo Moro non lo nascondeva ai suoi carcerieri-giudici: a quel processo farsa aveva accettato di sottoporsi, seppure a suo modo. I difetti, non del “sistema”, come si erano convinti i brigatisti, ma degli uomini che lo incarnavano, il presidente dc li mise nero su bianco. Parlò di corruzione, di finanziamenti illeciti, di contiguità con la mafia, di rapporti pericolosi con ambienti del terrorismo di destra, di organizzazioni anti-insurrezionali semiclandestine...

Vicende che sono poi venute alla ribalta, una per una. I loro risvolti indagati, i loro protagonisti rivelati e finiti anche alla sbarra. Tanti assolti, alcuni condannati. Molto è stato chiarito, altro è rimasto oscuro. Parlava anche di “barche”, Aldo Moro, nelle disponibilità di chi non avrebbe dovuto avere redditi tali da permetterlo... Una polemica non ancora sedata di questi tempi pare un’eco di quei rilievi. Allora le barche erano dei democristiani, oggi sappiamo che il Pci era sostenuto dall’Unione sovietica, poi c’è stata Tangentopoli che non ha visto distinzioni di colore politico... Sì, la democrazia è imperfetta; arranca, sbanda, a volte marcia a passo lento, sembra indietreggiare. Non uccide a sangue freddo, però. Colpendo a tradimento. Con la P38 non si edifica una nuova società. Sembra banale, l’avrebbero sottoscritto anche i killer della stella a cinque punte. Il terrorismo non punta alla sconfitta militare del nemico; vuole solo fiaccarlo, indebolirlo e aprire la strada a una sollevazione generale. Sogna una palingenesi contro le miserie di un quotidiano cui non si rassegna. La spada taglia di netto, il fuoco distrugge sino alle fondamenta. Qui risiede la fascinazione nichilista del terrorismo. Mutatis mutandis, riappare sotto le spoglie del fondamentalismo islamico stragista. Perché assume l’autocritica dell’Occidente come arma per combatterlo. Abbiamo molti difetti, li riconosciamo, cerchiamo di emendarli, non sempre ci riusciamo. “Non è facile”, ripete Moro. Né replica, né giustificazione. “Non è facile”, dice prima di tutto a se stesso. Costituisce un’ammissione, ma anche un monito ai brigatisti. Loro non se accorgono. Per loro è tutto “facile”, netto, chiaro. Uno slogan spazza via esitazioni, lutti, affetti. Ci sarà mai un mondo così perfetto? Basterà la dittatura del proletariato per fare uomini integerrimi, infallibili? Soprattutto, quale sistema toglierà mai dalla Storia i dilemmi, le scelte laceranti tra due mali? Nelle lettere di Moro c’è la debolezza dell’uomo che abdica al ruolo di statista nel tentativo di avere salva la vita. Era lucido o coartato? Non lo sapremo mai con sicurezza. Certo era un marito, un padre, un nonno di fronte a una morte ingiusta dopo un’esistenza spesa per il bene comune. Le sue scelte politiche possono discutersi (e il presente le sta rivalutando), nessun brigatista aveva il diritto di giudicarle. Nelle lettere di Moro c’è la “maledizione” inflitta a Benigno Zaccagnini, mite segretario della Dc. Poteva salvare il presidente e amico? Doveva trattare con le Br che minacciavano la saldezza delle istituzioni? Non abbiamo gli strumenti per dire se uno scambio di prigionieri sarebbe stato effettivamente accettato; né per prevedere che cosa ne sarebbe seguito. La linea della fermezza contro chi porta un ricatto violento è sempre frutto di una decisione dolorosa, né risulta di per sé più giusta o nobile di un “cedimento” destinato a salvare vite in pericolo. E’ però uno scenario che vediamo tragicamente ripresentarsi in questi anni di kamikaze ancor più fanatici.

E c’è un privato di amore familiare nelle lettere tra Moro, la moglie e i figli. Contrapposto alla spersonalizzazione, alla rinuncia delle dimensione personale che emerge dal linguaggio delle Br. La politica “degenerata” è tutto per i brigatisti; la politica “realistica” di Moro può fare un passo indietro, anche quando, osservata dall’esterno, la si vorrebbe invece ferma e intransigente.

Moro è una figura Christi? Forse lo è diventato nella ricostruzione drammaturgica. Non c’è stata pacificazione con la sua morte, è vero. Ma lo scandalo del suo Calvario rimane. Questo affidiamo ai lettori.

 

Andrea Lavazza

 

 

 

 

Questo testo si basa quasi esclusiva-mente su documenti originali relativi al sequestro di Aldo Moro (16 marzo-9 maggio 1978). Nella ricerca di una maggior aderenza al reale svolgimento dei fatti, ogni affermazione contenuta nel testo è stata dedotta, di volta in volta, dai comunicati delle Brigate rosse, dalle lettere e dal memoriale redatti da Aldo Moro durante il periodo della sua prigionia.

La forma drammaturgica scelta è diretta conseguenza di questa impostazione metodologica.

 

 

 

 

 

Dramatis personae

 

Unico personaggio che agisce sulla scena:

Aldo Moro 

 

Personaggi che compaiono in platea:

Nora  - moglie di Moro    

Giovanni - figlio di Moro

Agnese - figlia di Moro          

Maria Fida - figlia di Moro  

Anna - figlia di Moro  

Luca - nipote di Moro (personaggio muto)

 

Voci fuori campo:               

Prima Voce - maschile, prevalentemente narrativa

Seconda Voce - femminile, aggressiva

Terza Voce - maschile, stentorea

Coro di Voci

 

 

 

 

La scena è immersa nelle tenebre. Si ode come un brusio di voci. Poi, improvvisa e violenta, irrompe una voce. A tutta prima potrebbe sembrare un oratore il quale arringhi la folla durante un comizio. La folla risponde improvvisando dei cori come durante un corteo. Ma in realtà non si tratta né di un comizio, né di un corteo. E la folla non è una folla ma un gruppetto di persone sparuto e agguerrito: un piccolo coro, il quale scandisce i suoi slogan in un crescendo di aggressività e di esaltazione, producendo su chi ascolta un effetto straniante.

Contemporaneamente al gioco delle voci fuori campo e in rapida successione compaiono, proiettate sul fondo della scena, alcune delle fotografie scattate in via Fani il 16 marzo 1978 e pubblicate l’indomani dai giornali: le due auto crivellate di colpi, i corpi riversi sui sedili, quelli a terra, i fori nelle divise, le pozze di sangue...

 

 

PRIMA VOCE:

Disarticoleremo le strutture e i progetti

Della sporca borghesia imperialista...

 

CORO:

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO!

 

PRIMA VOCE:

Estenderemo e intensificheremo il processo

Al bieco regime dittatoriale...

 

CORO:

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO!

 

PRIMA VOCE:

Sferreremo l’attacco contro il centro vitale

Dell’incombente mostro imperialista...

 

CORO:

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO!

 

PRIMA VOCE:

Attaccheremo il ceto politico-economico

Militare partorito dal mostro...

 

CORO:

ABBATTEREMO IL MOSTRO IMPERIALISTA!

 

PRIMA VOCE:

Daremo unità, forza e intensità

Al movimento rivoluzionario...

 

CORO:

ABBATTEREMO IL MOSTRO IMPERIALISTA!

 

PRIMA VOCE:

Edificheremo e organizzeremo

Il Partito comunista combattente...

 

CORO:

ABBATTEREMO IL MOSTRO IMPERIALISTA!

 

PRIMA VOCE:

Costruiremo finalmente una libera

Società comunista marxista leninista...

 

CORO:

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO!

ABBATTEREMO IL MOSTRO IMPERIALISTA!

 

Mentre le voci del coro vanno sfumando, un’ultima fotografia di via Fani, una panoramica, resta visibile più a lungo delle altre. Quindi lentamente si comincia a distinguere un’ombra sulla scena: la sagoma di un uomo seduto su una sedia al centro del palcoscenico. L’ombra si staglia in controluce sulla panoramica di via Fani...

 

PRIMA VOCE: Giovedì 16 marzo 1978 un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del  popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana. La sua  scorta armata è stata completamente annientata...

 

Con una dissolvenza incrociata, la fotografia scattata dai brigatisti ad Aldo Moro il 18 marzo 1978 prende lentamente il posto della panoramica sulla strage. Contemporaneamente un riflettore illumina l’uomo sulla scena, che si rivela essere Aldo Moro, seduto e con gli occhi bassi. Non occorre affatto che sia riprodotta realisticamente la cella stretta e lunga della sua prigionia, né il letto di ferro, né il minuscolo comodino-scrittoio. Possono bastare una sedia e un paio di manette ai polsi per rappresentare inizialmente la condizione in cui si trova.

 

SECONDA VOCE: Chi sia Aldo Moro è presto detto...

 

All’udire la voce scandire il suo nome, Moro solleva lo sguardo in direzione dell’enorme vuoto del boccascena. E’ come se scrutasse nell’oscurità di quella voragine che gli si apre dinanzi alla ricerca di qualcosa, di un segno, di un volto amico...

 

SECONDA VOCE: Dopo Alcide De Gasperi, Aldo Moro è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole del potere democristiano, il teorico e lo stratega indiscusso di un regime che opprime da trent’anni il popolo italiano.

 

TERZA VOCE: Ogni tappa della Controrivoluzione Borghese ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste...

 

PRIMA VOCE: Compagni, la Controrivoluzione borghese sta tentando di  innestare i meccanismi di una profonda ristrutturazione dello Stato allo scopo di annichilire ogni legittima aspirazione rivoluzionaria del proletariato. E la Democrazia cristiana  costituisce il fulcro strategico di tale operazione, fornendo i quadri politici, economici e militari necessari allo scopo...

 

A partire dalle ultime due frasi il volume della voce fuori campo è andato progressivamente sfumando in modo da passare in secondo piano e sovrapporsi al rumore di passi, che dà l’avvio alla scena successiva, e alle prime parole di Moro.

 

MORO (voltandosi, come per guardare verso invisibili visitatori): Chi siete?

 

Alle spalle del prigioniero compare la bandiera rossa con la stella a cinque punte delle Brigate rosse.

 

MORO (guardando la bandiera dispiegata): Le Brigate rosse... Avrei dovuto immaginarlo...(parla con interlocutori di cui non è possibile udire le voci) Come dice? Sto bene, direi... Tutto sommato... (resta in ascolto) No, non soffro di nessuna malattia particolare... (voltandosi verso un diverso interlocutore) Le medicine nella borsa? No, nulla di importante... Sì, certo, preferirei comunque tenerle con me... No, non mi serve nient’altro... Dei libri? Una bibbia, se fosse possibile... (voltandosi, come se qualcun altro ancora  gli avesse detto qualcosa) Come? Dovrei spostarmi? Sì... Certo... Sotto la bandiera, capisco... (con un sorriso amaro) per la fotografia... capisco... (si mette “in posa” sotto la bandiera)

 

Un flash improvviso e il rumore di una Polaroid in azione

 

PRIMA VOCE (tornando in primo piano): ...Sì, la Dc fornisce i quadri necessari alla ristrutturazione dello Stato... Ma noi staneremo dai covi democristiani gli agenti di questa vera e propria Controrivoluzione promossa dalla Borghesia imperialista contro il Proletariato...

 

CORO:

STANEREMO DAI COVI

GLI AGENTI CONTRORIVOLUZIONARI!

 

SECONDA VOCE: Noi li braccheremo, senza pietà, ovunque si nascondano.

 

TERZA VOCE: Estenderemo il fronte di una guerriglia senza tregua e senza quartiere...

 

CORO:

ESTENDEREMO IL FRONTE

DI UNA GUERRIGLIA SENZA QUARTIERE!

 

PRIMA VOCE: E’ questa una delle direttrici su cui far marciare il Movimento Offensivo della Resistenza Proletaria.

 

SECONDA VOCE (sfumando progressivamente in secondo piano): E’ questa una delle direttrici su cui sferrare l’attacco decisivo, per disarticolare il progetto controrivoluzionario dello Stato imperialista delle multinazionali...

 

Rumore di passi in primo piano.

 

MORO (alzandosi, leggermente impacciato, come se volesse mantenere un certo contegno, ma senza ben sapere come comportarsi, si rivolge a invisibili interlocutori): Scusate... Potrei... Potrei rivolgervi una domanda? (Si volta, ascolta) Sì, sì, certo... Capisco... Naturalmente... Naturalmente qui le domande siete voi a porle... Me ne rendo conto... Tuttavia, vogliate scusarmi, ma proprio perché mi trovo in queste circostanze... In tutte queste ore di solitudine e reclusione non ho trovato modo di scacciare dalla mente questa domanda... E solo voi, credo, potreste...(resta in ascolto) Grazie...Vi ringrazio davvero di cuore... (ora indugia, come se cercasse le parole giuste per la domanda che, evidentemente, ha avuto il permesso di porre) Ecco... Come dire? Vorrei sapere per quale...  motivo... avreste deciso...  Insomma... Voglio dire... Perché proprio io, ecco... Sì, insomma, perché proprio io...

 

La voce di Moro sfuma, sovrastata dalla voce stentorea fuori campo. Moro si risiede a testa bassa.

 

PRIMA VOCE: Aldo Moro viene indicato da più parti come il  naturale designato alla presidenza della Repubblica.

 

SECONDA VOCE: Nel progetto controrivoluzionario di ristrutturazione dello Stato, la concentrazione di potere nelle mani del Presidente  ha un’importanza fondamentale.

 

TERZA VOCE: Chi meglio di Aldo Moro potrebbe rappresentare gli  interessi della Borghesia imperialista, in qualità di Capo dello Stato imperialista delle multi-nazionali?

 

Rumore di passi.

 

MORO (solleva lo sguardo e si volta verso i suoi invisibili visitatori; osserva qualcosa per qualche istante, come incuriosito): E’ un registratore quello? A che cosa...? Per registrare l’interrogatorio, capisco... Scusate, ma dal momento che, se non mi sbaglio, mi trovo ad essere, per così dire, “sotto processo”... (annuendo alla reazione dei brigatisti) Sì, certo, mi rendo perfettamente conto della condizione in cui mi trovo... Debbo considerarmi un prigioniero politico, naturalmente... Processato da un Tribunale del Popolo, certo... (cercando di imporsi) Ma appunto per questo, dicevo, vorrei... desidererei... conoscere di che cosa sono accusato... ecco di quali crimini politici... Quali siano, in definitiva, i capi di imputazione... I capi di imputazione, sì, dal momento che questo è un processo... Un vero e proprio processo...

 

Sfuma la voce di Moro, mentre la voce fuori campo torna in primo piano. Moro ascolta in silenzio.

 

PRIMA VOCE: L’interrogatorio di Aldo Moro verterà a chiarire le politiche imperialiste ed antiproletarie di cui la Dc è portatrice...

 

SECONDA VOCE: ...ad individuare con precisione le strutture internazionali e le filiali nazionali della Controrivoluzione...

 

TERZA VOCE: ...a smascherare il personale politico, economico e militare sulle cui gambe marcia il progetto delle Multinazionali.

 

PRIMA VOCE: L’intera carriera politica di Aldo Moro verrà scandagliata, tappa dopo tappa.

 

CORO:

D’OGNI COSA ALDO MORO

DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Contemporaneamente al gioco delle voci fuori campo che segue compaiono sul fondo, in rapida successione, alcune foto di Moro a inizio carriera.

Le voci fuori campo si inseguono, si sovrappongono, incalzano, provenendo da diverse direzioni danno la sensazione di una pressione crescente sul prigioniero, posto sotto martellante accusa.

Inizialmente Moro è in piedi. Egli ascolta in silenzio molto attentamente.

 

PRIMA VOCE: Nel 1955 è ministro di Grazia e giustizia nel governo Segni.

 

SECONDA VOCE: Nel 1957 è ministro della Pubblica istruzione nel governo Zoli.

 

PRIMA VOCE: Nel 1960 Moro viene eletto segretario della Dc.

 

Moro si volta ora a destra, ora a sinistra, come per seguire di volta in volta diversi interlocutori.

 

SECONDA VOCE: Sono gli anni del governo Tambroni e dello scontro frontale sferrato dalla Borghesia contro il Movimento Operaio.

 

CORO:

DI TUTTO QUESTO MORO

DOVRA’ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

PRIMA VOCE: Nel 1963 scatta la strategia americana di recupero della frangia di sinistra della borghesia italiana con l’inglobamento dei socialisti al governo...

 

SECONDA VOCE: E’ la svolta del centro-sinistra, di cui Moro si assumerà la gestione negli anni a venire in qualità di presidente del Consiglio.

 

CORO:

ANCHE DI QUESTO MORO

DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

PRIMA VOCE: Nel 1964 Moro è presidente del Consiglio.

 

SECONDA VOCE: In quell’anno emergono le manovre golpiste del Sifar, del generale De Lorenzo e di Segni, che, a conti fatti, risulteranno un’abile macchinazione ricattatoria perfettamente funzionale alla politica controrivoluzionaria del governo Moro.

 

PRIMA VOCE: Quando la sporca trama verrà a galla, Moro, come un vero “padrino” che si rispetti, affosserà ogni cosa e ricompenserà i suoi autori con una valanga di “omissis”.

 

CORO:

ANCHE DI QUESTO MORO

DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Moro appare contrariato, scuote il capo sconsolato. Alle sue spalle continua la proiezione di fotografie che lo ritraggono in diversi momenti della sua carriera.

 

PRIMA VOCE: Dal 1965 al 1968 Moro è presidente del Consiglio.

 

SECONDA VOCE: Dal 1968 al 1972 è quasi ininterrottamente ministro degli Esteri.

 

PRIMA VOCE: Sono gli anni in cui la politica del centro sinistra perde sempre più la sua efficacia narcotizzante.

SECONDA VOCE: Il Movimento operaio riprende la sua offensiva con un crescendo straordinario.

 

PRIMA VOCE: La risposta imperialista è quella che va sotto il nome di strategia della tensione.

 

CORO:

ANCHE DI QUESTO MORO

DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Moro è provato, si accascia sulla sedia. Il riflettore su di lui si smorza molto lentamente. Sullo sfondo prosegue la proiezione delle fotografie.

 

SECONDA VOCE: Tra il 1973 e il 1974 Moro è sempre ministro degli Esteri.

 

PRIMA VOCE: Dal 1974 al 1978 assume di nuovo la presidenza del Consiglio.

 

SECONDA VOCE: Nel 1976 diventa presidente della Dc.

 

PRIMA VOCE: E’ in questi anni che la Borghesia imperialista supera le sue maggiori contraddizioni e procede speditamente alla realizzazione del suo progetto controrivoluzionario.

 

SECONDA VOCE: E’ in questi anni che Aldo Moro diventa l’uomo di punta della Borghesia, quale più alto fautore della ristrutturazione dello Stato imperialista delle multinazionali...

 

CORO:  

DI TUTTA LA SUA CARRIERA POLITICA

ALDO MORO DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Si accende il riflettore su Moro.

 

MORO (in piedi, profondamente scosso): Voi pretendereste che io mi piegassi a un processo politico, che mi viene imposto con la forza... Ma io non posso, non posso riconoscere l’autorità di questo vostro Tribunale del Popolo... (si arresta, solleva lo sguardo e lo dirige intorno a sé, nelle tenebre che lo circondano, come se guardasse negli occhi i suoi carcerieri, ad uno ad uno) Conoscevo perfettamente ognuno degli uomini della scorta... Come potrei riconoscere l’autorità di questo vostro tribunale? Come posso riconoscere un’autorità che rinnega a priori qualsiasi forma di mediazione pacifica e democratica? (pausa, poi, come se rispondesse a un’obiezione specifica) Come dite? Certo, possono esservi stati degli errori, da parte nostra, tuttavia... (viene interrotto) Niente affatto... Questa mia fermezza non significa affatto che rifiuto di collaborare, come dite voi... Mi rendo perfettamente conto della complessità della situazione... Ho ascoltato molto attentamente la vostra articolata teoria di accuse, accuse che rivolgete a me e al mio partito... E francamente devo dire che, a parte l’impostazione che naturalmente non posso condividere, pure non tutti i vostri interrogativi mi sono parsi privi di fondamento, tuttavia... Tuttavia vorrei fosse ben chiaro che semmai decidessi di rispondere alle vostre domande, lo farei esclusivamente per motivazioni di coscienza... (Pausa) Sì, sì, avete inteso bene: non ho alcuna intenzione di trincerarmi dietro un muro di inutile silenzio... D’altronde non mi si addice il ruolo del martire silenzioso... Ma ribadisco che se risponderò alle vostre domande, sarà solo per ragioni di coscienza, poiché ritengo che in certe circostanze un uomo non debba nascondere quel poco di verità di cui è a conoscenza, specialmente in determinate circostanze... In circostanze come queste, intendo, in cui è in gioco la sorte di una nazione come la nostra, lacerata da così controversi conflitti sociali e politici... Inoltre non credo che in un momento come questo un mio ostinato silenzio sarebbe d’un qualche giovamento, anzi, tutt’altro... Come dite? (pausa: è perplesso) Ma scusate, come potrei, trovandomi rinchiuso qui dentro, con tutte le conseguenti difficoltà di comunicazione con l’esterno...? Come? Non ci sono problemi? La vostra organizzazione sarebbe in grado... In questo caso allora le cose cambiano... Dovrei rifletterci un poco, ma immagino che la cosa migliore che potrei fare sarebbe di adoperarmi per una risoluzione pacifica e indolore di questa penosa situazione... Come? Sì, credo di sì...Credo che possa esserci un margine di manovra... In fin dei conti sono ancora il presidente del mio partito... la mia voce, anche se affievolita, filtrata dai muri di questa cella, dovrà pur ricevere una qualche udienza... Si tratta di rivolgersi alle persone giuste, passando per i canali più opportuni, avanzando argomenti appropriati... (pausa, resta in ascolto) Sì, potrei mettermi subito all’opera... (con un amaro sorriso) Non è certo il tempo che mi manca, qui dentro, né l’ispirazione...

 

Buio.

 

CORO:

PROCESSEREMO MORO!

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO!

(in lontananza)

DI TUTTA LA SUA CARRIERA POLITICA

ALDO MORO DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Si riaccende la luce su Moro. E’ passato qualche tempo. Moro ha in mano dei fogli che rilegge e corregge brevemente. Ha come un’esitazione: s’arresta perplesso, guarda verso il buio della platea.

 A questo punto si sente il cigolio di una porta che si apre e un rumore di passi che si avvicinano. Moro si volta, infila rapidamente i fogli piegati in una busta, estrae di tasca altre due buste, e porge il tutto ad una invisibile mano nel buio.

 

MORO (parlando all’invisibile visitatore): C’è anche una lettera per il ministro Cossiga. Nella lettera al mio segretario sono contenute le istruzioni per fargliela recapitare in tutta sicurezza... Mi raccomando... sarebbe opportuno che arrivasse a destinazione con la massima riservatezza... Ne va del buon esito di tutta questa... situazione...

    

I  passi si allontanano.

 

MORO (si volta, fa qualche passo verso la platea, raggiunge il proscenio, scruta nelle tenebre che ha dinanzi a sé, come se cercasse qualcosa, un volto amico, qualcuno in ascolto a cui rivolgere il suo appello: appare in preda a una forte emozione): Francesco... sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te alcune lucide e realistiche considerazioni. Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. (pausa) E’ fuori discussione che sono considerato un prigioniero politico. Mi è stato detto con chiarezza. Sono sottoposto, in qualità di presidente della Dc, a un vero e proprio processo, diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità. Si tratta di un processo per ora contenuto in termini politici, ma che diventa, giorno dopo giorno, sempre più stringente. Mi rivolgo a te in modo riservato, perché tu e gli altri amici, con alla testa il presidente del Consiglio, possiate valutare opportunamente il da farsi, per evitare guai peggiori. Riflettete dunque sino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Il grave addebito che mi viene fatto si rivolge a me in quanto esponente qualificato della Dc nel suo insieme. (cambiando il tono) Francesco, ascoltami... Cerca di capire... In verità, siamo tutti noi del gruppo dirigente a essere chiamati in causa, ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa. Di questo io, qui e ora, devo rispondere in prima persona... Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto a un processo popolare opportunamente graduato... (sibillino) Sono in questo stato avendo tutte le conoscenze che derivano dalla mia lunga esperienza... con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe risultare sgradevole e pericolosa... Al di là di ogni considerazione umanitaria, che pure non si può ignorare, in queste circostanze entra in gioco la ragione di Stato. La dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi non regge nell’attuale situazione politica. In questo caso si provocheranno danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma anche allo Stato. (accorato) E’ inammissibile il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità. Salvo Israele e Germania, tutti gli Stati del mondo si sono regolati in modo positivo. E non si dica poi che lo Stato perde la faccia. (recuperando la calma) Capisco la gravità di un fatto del genere, ma si deve anche pensare lucidamente al peggio che può venire. Queste sono le alterne vicende di una guerriglia che bisogna valutare con freddezza, bloccando l’emotività e riflettendo sui fatti politici. Un atteggiamento di ostilità sarebbe un’astrattezza, un errore. Che Iddio vi illumini per il meglio, Francesco, evitando che finiate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose...

 

Si spegne il riflettore su Moro. Riaffiorano le voci fuori campo come un’eco lontana.

 

PRIMA VOCE: Nel 1964 Moro è presidente del Consiglio.

 

SECONDA VOCE: In quell’anno emergono le manovre golpiste di Segni e De Lorenzo.

 

PRIMA VOCE: Moro, come un vero padrino, affosserà tutto con una valanga di omissis.

 

CORO:

ANCHE DI QUESTO MORO

DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Un riflettore torna a illuminare la figura di Aldo Moro che ora è in piedi, al centro del palcoscenico, che gesticola e passeggia su e giù, in una fase molto concitata dell’interrogatorio.

 

MORO (parlando con invisibili interlocutori): Il presidente Segni era un uomo di scrupolo, ma anche estremamente ansioso. Nel 1964 le sue preoccupazioni erano cresciute. Egli osteggiava la politica di centro sinistra, inoltre non aveva particolare fiducia nella mia persona. Molto volentieri mi avrebbe sostituito alla direzione del governo. Era terrorizzato da consiglieri economici che gli agitavano lo spettro di un milione di disoccupati di lì a quattro mesi. Veniva attaccato duramente dall’onorevole Nenni che... (viene interrotto) Come? Sì, sì, ci sto arrivando... Perché fu proprio allora che avvenne l’incontro con il generale De Lorenzo... Nel quadro di tali circostanze, intendo... (viene interrotto nuovamente) Prego? (resta in ascolto) Per quanto io sappia, il generale evocò uno dei piani di contingenza con l’intento... (si volta verso un altro interlocutore, come interrotto da una specifica domanda) Come dite? Tentativo di colpo di Stato? Certo, il piano di contingenza ebbe le caratteristiche di un intervento militare... A prima vista sarebbe potuto anche sembrare il piano per un vero e proprio colpo di Stato... Ma il vero obbiettivo era un altro. In definitiva si trattava di una pesante interferenza per  bloccare, o almeno ridimensionare, la politica di centro-sinistra che allora prendeva avvio. Tutta la vicenda, insomma, dette l’impressione, più che altro, di un intervento ammonitore... (resta in ascolto) Sì, il piano fu messo a punto su disposizione del capo dello Stato nelle sue parti operative... Sì, naturalmente gli obbiettivi erano quasi tutti della sinistra, secondo lo spirito dei tempi...

 

Si spegne il riflettore su Moro.

 

PRIMA VOCE: E’ cominciato l’interrogatorio ad Aldo Moro. Il prigioniero si dimostra disponibile a collaborare. Ogni notizia rivelata verrà resa pubblica al momento opportuno.

 

CORO:

ANCHE DI QUESTO MORO

DOVRÀ RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Si riaccende la luce su Moro, il quale tiene tra le mani la copia di un quotidiano che legge attentamente. Dopo qualche istante ha un moto di stizza e scaglia a terra il giornale. Rumore di passi.

 

MORO (raccogliendo da terra il giornale e mostrandolo agli invisibili visitatori): Che significa questo? (contrariato) Non eravamo d’accordo che... (viene interrotto) Ma non capite che in questo modo la trattativa si fa più difficile? Se avessi saputo che intendevate far pubblicare la mia lettera a Cossiga, mi sarei espresso diversamente... (interrotto di nuovo) Ma in questo modo si rischia di ottenere un effetto contrario... E poi così cambia tutto! (resta in ascolto) Non credo proprio che sia la strada giusta, se davvero voi volete che la trattativa approdi a uno sbocco positivo... (pausa) No, non sono affatto d’accordo! (Pausa)  Va bene, d’ora in poi dovrò tenerne conto, va bene... Ammesso che non sia tutto inutile... Ammesso che davvero voi intendiate aprire una trattativa, e che anche fuori...

 

Buio. Riaffiorano le voci fuori campo come un’eco lontana.

 

PRIMA VOCE: Dal 1965 al 1968 Moro è presidente del Consiglio.

 

SECONDA VOCE: Dal 1968 al 1972 è ministro degli Esteri.

 

PRIMA VOCE: Sono gli anni in cui la pillola del centro-sinistra perde la sua efficacia narcotizzante.

 

SECONDA VOCE: Il Movimento operaio riprende la sua offensiva.

 

PRIMA VOCE: La risposta imperialista va sotto il nome di strategia della tensione...

 

Scemano le voci. Un riflettore illumina Moro che ora è seduto, impegnato in una ulteriore fase dell’interrogatorio.

 

MORO (guardando nel vuoto davanti a sé): ...Sì, mi rendo conto delle accuse rivoltemi... Certo, la cosiddetta strategia della tensione, nel suo complesso, è un intrigo difficile da districare... Presumo che le chiavi si trovino in qualche organizzazione specializzata, probabilmente al di là del confine...(si volta e resta in ascolto) Questo vi è noto?... E allora cosa...? (annuisce e ripete tra sé la domanda dei suoi carcerieri) Vedere in quale misura nostri uomini politici possano averne avuto parte... Sì, certo, capisco... (continuando ad annuire) Con quale grado di conoscenza... Con quale grado di iniziativa... Capisco perfettamente ciò che intendete... Come? (resta in ascolto) Certo, queste trame hanno potuto contare su indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia cristiana, almeno in alcuni settori... Credo che fautori ne fossero in generale coloro che nella nostra storia si trovano ad ogni buona occasione dalla parte di chi respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico... Sicuramente tra di essi vi erano anche elettori e simpatizzanti della Dc... Non ho motivo di dubitarne... (resta in    ascolto)  Sì, certo, mi rendo conto della portata delle vostre domande, ma considerate che all’epoca dei fatti io ero ministro degli Esteri e quindi quasi continuamente fuori d’Italia, come si potrebbe facilmente documentare... I nomi di chi... Ma io non posso... Non potrei assolutamente dire chi... (resta in ascolto, scuote il capo energicamente) No, non potete mettere tutti sullo stesso piano. Ci sono differenze... Differenze notevoli... (comincia a passeggiare su e giù nella cella) Fanfani è da moltissimi anni lontano da responsabilità governative ed è stato, pur con qualche estrosità, sempre lineare. Forlani è sempre stato sul terreno politico e non amministrativo... (interrotto da una specifica domanda) Rumor? Rumor è stato egli stesso l’obiettivo di un attentato. E’ un uomo intelligente, certo, ma incostante e di scarsa attitudine realizzativa. (nuovamente interrotto da una domanda) Colombo? Lui  pure ha poco mordente e poi possiede convinzioni democratiche solide... (resta in ascolto a lungo; poi cambiando tono) Certo, Andreotti è stato sempre al potere, ha origini piuttosto a destra, si è, a suo tempo, abbracciato e conciliato con Graziani, ha presieduto con indifferenza il governo con i liberali prima, e poi quello con i comunisti... Ora  tiene la linea dura verso di voi Brigate rosse, col malcelato proposito di sacrificare senza scrupolo il patrono  e il realizzatore degli attuali accordi di governo... (viene ancora interrotto) Come? Il mio ruolo centrale?... (esita lungamente, poi ricomincia a passeggiare nervosamente su e giù nella sua invisibile cella; ogni  tanto gesticola, come se si accalorasse per spiegare la propria posizione) Si parla molto delle funzioni che io ho esercitato per un trentennio nella gestione della Dc. E della mia attuale qualità di presidente. Credo sia giusto precisare, ora soprattutto. Come tanti altri, sono entrato nella Dc con la spontaneità e l’entusiasmo di una scelta religiosa. In quel fervore iniziale c’era più fede che arte politica. Si può dire che quella era una Dc religiosa, rispetto a quella laica che venne poi. E questa trasformazione, auspicata da molti, può essere una necessità, ma non è un bene, né facilita equilibri costruttivi nella complessa realtà italiana...(viene interrotto) Come? Sto divagando? No, no, certo, voglio collaborare, ma è importante chiarire il contesto, precisare con oggettività... Senza questa origine, non sarei stato democratico cristiano, sarei stato chissà che cosa, o forse niente... No, certo non posso e non voglio negare di aver esercitato funzioni di rilievo. Però è giusto legare strettamente tutta la prima parte del mio lavoro alla Costituente alla mia ispirazione religiosa e... (viene nuovamente interrotto) Va bene, capisco, a voi interessano le fasi più recenti... Capisco... Ma dovreste considerare che dopo le elezioni del 20 giugno 1976, ero fermamente deciso a ritirarmi dall’attività politica... (rispondendo a una specifica obiezione) Sì, è la verità... A parte la stanchezza, ritenevo che fosse un serio dovere concorrere con il mio ritiro al rinnovamento del partito. Inoltre, non vi erano problemi di successione... Come? Certo, l’obiezione è legittima. Il fatto è che, mentre maturavo il mio sospirato abbandono della politica, vennero da me persuasori più o meno occulti. Costoro volevano indurmi ad accettare la presidenza del Consiglio nazionale della Dc al posto dell’onorevole Fanfani. Io opposi la mia strenua resistenza, ma furono enormi le pressioni di Zaccagnini, di Fanfani, di Salvi, di Morlino. Così fui bloccato in modo perentorio e dovetti assumere questa carica, una carica impropria per cui avevo una totale riluttanza e per la quale oggi mi ritrovo qui sotto processo... Come? No... Non voglio dire di non aver fatto nulla, né di non aver auspicato lo sbocco politico che poi si è verificato... Certo che no. Ma a Zaccagnini sono rimasti tutti i poteri, mentre io... E poi, stando così le cose, dispiace che un segretario della specchiata rettitudine di Zaccagnini non alzi la voce per dire che io mi sono trovato in questa delicata posizione esclusivamente su richiesta sua e dei suoi amici... (si risiede, scuotendo il capo, amareggiato) Sì, dispiace... Dispiace profondamente.

 

Si spegne il riflettore su Moro.

 

PRIMA VOCE: Le risposte di Moro chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie delle centrali imperialiste, delineano i contorni del nuovo regime che si sta instaurando nel nostro Paese e che ha come perno la Democrazia cristiana.

 

CORO:

NIENTE SARA’ NASCOSTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Si riaccende la luce su Moro. Si sentono dei passi, Moro si volta.

 

MORO: (dopo essere restato qualche secondo in ascolto): Sì, sono  pronto... Possiamo riprendere... Dove eravamo rimasti? (pausa) L’orribile notizia di Piazza Fontana mi colse a Parigi, mentre ero al Consiglio d’Europa. Le informazioni che mi furono date in principio erano per la pista rossa e... certo che no! Non vi ho creduto nemmeno per un minuto. La pista era vistosamente nera, come si è poi presto riconosciuto... Come dite? (esita prima di rispondere) Indubbiamente bisogna dire che mancò alla Dc di allora un atteggiamento talmente lontano da connivenze e tolleranze da mettere il partito al di sopra di ogni sospetto, tuttavia... No, nessuna reticenza, ma come ho già spiegato, all’epoca ero prevalentemente all’estero, e dunque non ebbi occasione né di partecipare a riunioni, né di fare estesi colloqui... Sì, certo, qualcosa, qualche episodio... Ricordo, ad esempio, una viva raccomandazione fatta al ministro Rumor di lavorare per la pista nera... Rammento anche un episodio che mi colpì. Uscendo dalla Camera, qualche tempo dopo la strage, l’amico onorevole Salvi, mi comunicò che in ambienti giudiziari di Brescia si parlava di connivenze e di indulgenze deprecabili della Dc. Si  accennava addirittura al senatore Fanfani come promotore, sia pure da lontano, della strategia della tensione. Come reagii? Io francamente rimasi esterrefatto e Salvi stesso aggiunse che la voce non era stata comprovata, né aveva avuto alcun seguito...

 

Moro continua a passeggiare su e giù e a interloquire con i suoi invisibili  carcerieri anche durante l’intervento della voce fuori campo, ma quello che dice non si sente.

 

PRIMA VOCE: L’informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti a un tribunale del popolo.

 

SECONDA VOCE: Ogni particolare dell’interrogatorio verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente.

 

TERZA VOCE: Ogni cosa verrà portata alla luce del sole.

 

CORO:

NIENTE DEVE ESSERE NASCOSTO AL POPOLO!

 

MORO (rispondendo a una domanda specifica): La pista anarchica? Si trattava di una costruzione giudiziaria elaborata, ma nel complesso non convinceva... No, non ho alcun elemento concreto da contrapporre... Perché? L’ho già detto, all’epoca mi trovavo quasi sempre all’estero... Però, personalmente non ebbi mai dubbi. Continuai a sostenere che questi e altri fatti che si andavano sgranando avessero una chiara matrice di destra. L’obiettivo sembrava quello di scatenare un’offensiva di terrore indiscriminato. Si volevano bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo. Si tentava di tornare ad una gestione moderata del potere con il morso della paura... Solo la vigilanza delle masse popolari impedì il rischio di una deviazione costituzionale... (resta qualche istante in ascolto) Sì, in tutto questo, potrebbero essere entrati anche i servizi segreti... La  loro ristrutturazione fu posta in atto dal governo della non sfiducia, sull’onda delle critiche e delle polemiche sul loro funzionamento nel passato... Direi che la partita si è giocata tra i ministri competenti e il presidente del Consiglio... Vi è stata una vera e propria gara per acquisire maggiore potere, tramite quello strumento determinante nella vita dello Stato che sono i servizi segreti... (resta in ascolto) Chi...? Mi pare che sia stato il presidente del Consiglio Andreotti ad uscirne nettamente vincitore, avendo dimostrato una straordinaria capacità di impadronirsi di tutte le leve di comando... E le masse, i partiti, gli organi dello Stato dovrebbero stare bene attenti al personaggio che la legge ha voluto detentore di tutti i più delicati segreti dello Stato. Oggi il presidente Andreotti detiene nelle sue mani un potere enorme, all’interno e all’estero, di fronte al quale i dossier dei tempi di Tambroni francamente impallidiscono... (resta in ascolto, poi come se rispondesse a un’altra domanda) La strategia antiguerriglia della Nato? Sì, certo, non fingo di dimenticare... Quando ero ministro degli Esteri avevo una certa conoscenza dell’organizzazione militare alleata, ed a una tale struttura non era attribuita grande importanza. No, con ciò non intendo dire che in qualche reparto non sia stato previsto o attuato un addestramento alla guerriglia. E in duplice forma... O guerriglia contro eventuali forze avversarie occupanti; o controguerriglia contro forze nemiche interne... Questo è quanto so, ma non escludo che negli ultimi tempi si siano fatti grossi passi in avanti su questa strada... No, non lo escludo...

 

Si spegne il riflettore su Moro.

 

PRIMA VOCE: Il prigioniero Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue illuminanti risposte sulle strutture e sugli uomini che annidati nella nuova Dc gestiscono il progetto controrivoluzionario di ristrutturazione dello Stato imperialista delle multinazionali...

 

CORO:

NIENTE SARA’ NASCOSTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

MORO (rispondendo a una domanda specifica): La Dc? Della Dc, com’è noto, si può dire tutto e il contrario di tutto. Il partito è dominato dalla logica del potere e dall’esigenza di conservarlo... Cercate d’intendermi, lo dico con vergogna... Gli altri partiti hanno il loro progetto, la Democrazia cristiana, no. La complessità della sua base, certe forme di mediazione... No, non si può proprio dire che la Dc corra con i tempi. Da anni si parla di un centro di alti studi intitolato ad Alcide De Gasperi. Ma in tanto tempo ne è venuto fuori solo il nome... La Dc è un partito d’opinione nel quale le cose non sono il risultato di un progetto, ma si realizzano così, per forza d’inerzia, per iniziativa spontanea... Così è stato anche per il poderoso cambiamento di personale dirigente avvenuto a tutti i livelli... No, francamente non vedo un disegno, una pianificazione in tutto questo... La Dc semmai ha sempre peccato nel segno opposto... (viene interrotto) Come? (resta in ascolto) No, no... Niente affatto, sono cose che ho sempre sostenuto... Basterebbe consultare i giornali dell’epoca... Fin dal periodo della famigerata strategia della tensione il mio stato d’animo era di contrarietà... Sì, è così... Accusavo apertamente il partito di inconcludenza. Ricordo che in una riunione di amici mi spinsi a parlare di quotidiana immolazione al nulla... Sì, proprio così, quotidiana immolazione al nulla. Cosa? La Dc primo nemico del proletariato? No, non... Come? Certo, alle origini, la struttura era più semplice e più umana... Poi è stata la stessa integrazione europea e occidentale a complicare questo schema, subordinando la linea popolare del partito a esigenze diverse... In definitiva l’integrazione occidentale laicizza e rende moralmente più complesso e fragile il tessuto politico-sociale del Paese... L’afflusso di ceti laici, di opportunismi, di clientele... Nascono correnti, ciascuna con il proprio compito, finanziate spesso da gruppi economici che contano di trarne profitto. La lotta interna al partito, allora, scade a lotta di potere. Si perdono le caratteristiche ideali delle correnti come organi della dialettica democratica. Il capo corrente diventa il gestore dei propri interessi e di quelli del gruppo. Ci si trova in condizioni di spartirsi il potere nel governo e soprattutto nel sottogoverno... Sì, certo, in questo modo si corrode il circuito del rinnovamento democratico... Si corrode nel Paese, per la lunga e immutata gestione del potere, pur nel variare delle alleanze... Si corrode nel partito, dove i gruppi  si scontrano con una durezza senza precedenti nella gestione del potere fine a se stesso...

 

PRIMA VOCE: Il prigioniero Aldo Moro prosegue la sua collaborazione, fornendo risposte illuminanti sulle centrali e sugli agenti della controrivoluzione, sulla subordinazione internazionale della Democrazia cristiana, e sui meccanismi di finanziamento occulto che alimentano tutto questo...

 

CORO:

NIENTE SARA’ NASCOSTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

MORO (appare visibilmente contrariato, ama-reggiato, come se dovesse affrontare un argomento particolarmente  sgradevole): Sì, la risposta è positiva... I finanziamenti alla Dc, come ad altri partiti, provenivano dalla Confindustria, allora impersonata da Costa. Era considerata una cosa naturale. De Gasperi, capo del governo e in un certo senso capo dei partiti della maggioranza, riceveva le sovvenzioni e le distribuiva agli altri secondo equità. In seguito, i rapporti si sono fatti più sofisticati e meno personalizzati... In che modo? Mi pare evidente che abbia un ruolo centrale il segretario amministrativo... No, non credo che entrino spesso in gioco altre persone, almeno non direttamente, per ovvi motivi... La Cia? Bisogna dirlo francamente... Per alcuni anni affluirono aiuti americani. Dovevano servire a tenere una linea politica omogenea a quella degli Stati Uniti... No, non è un bel modo... Sono d’accordo... Non è certo un modo dignitoso di armonizzare le proprie politiche. Se ciò è bene che avvenga, deve avvenire in libertà, per autentica convinzione... Qui si ha invece un brutale do ut des. Ti do questo denaro affinché tu faccia questa politica... Perché vi dico questo? Perché dico questo proprio a voi che siete in guerra con lo Stato, a voi che pretendete di processarlo attraverso di me? Perché questo, anche se è accaduto, è comunque vergognoso e inammissibile. Lo scandalo Italcasse? Ecco un’altra vicenda su cui non si può tacere...Come? Sì, tutto vero, purtroppo. Ma c’è dell’altro. Quell’episodio si inserisce in un quadro più vasto e inquietante di predominio della Dc nel settore bancario... Intendo dire come potere esercitato dall’Iri, con banche lasciate per anni senza una guida adeguata... Certo, il problema delle esigenze di partito è un problema autentico... Come? Sì, le entità economiche di cui si parla sono quelle che dite... Ma aggiungete il campo inesauribile dell’edilizia, dell’urbanistica, degli appalti, delle varianti ai piani regolatori... Nel complesso è un vero e proprio ginepraio, un intreccio inestricabile. Si dovrebbe operare con la scure. Per non parlare delle concessioni che vengono date, talvolta da finanziarie pubbliche... dove anche un provvedimento giustificato è occasione di una regalia, di una festa in famiglia... Così come in famiglia, tutta in famiglia, fu sistemata la successione al vertice dell’Italcasse... L’Italcasse, il grande elemosiniere della Dc... Ma a proposito di legami pericolosi tra finanza e politica non posso non accennare ai rapporti tra Sindona e l’onorevole Andreotti... Ricordo un episodio, di per sé minimo, ma pieno di significato alla luce delle cose che sono accadute poi. Tra il ’71 e il ’72, Andreotti, allora presidente del gruppo democristiano alla Camera, desiderava fare un viaggio negli Stati Uniti e mi chiedeva un’investitura ufficiale. Venne poi fuori il discorso di un banchetto ufficiale che avrebbe dovuto qualificare la visita, banchetto in cui ospite d’onore sarebbe stato Sindona. All’epoca il banchiere era per me uno sconosciuto, ma l’ambasciatore Ortona, che per quasi vent’anni è vissuto in America, intervenne con decisione per deprecare e sconsigliare questo accoppiamento. Ma i suggerimenti dell’ambasciatore, e il mio, non furono tenuti in conto e il banchetto si fece, come previsto. No, non fu un gran giorno per la Dc... L’affare Lockheed? No, questa è un’altra storia. Lo scandalo è frutto delle elezioni del 20 giugno e dell’indubbio successo comunista. Il Pci voleva mostrare che un momento politico era finito e che ne cominciava un altro. Dunque, dietro il caso Lockheed c’è un fatto politico. La Dc è alle corde e il Partito comunista dà la prova della sua forza e della sua intransigenza... Come? Certo, è vero, ma se la Dc tenne questa linea fu perché era convinta fortemente dell’innocenza personale di Gui e... sì, non ha compreso in tempo che la gente voleva il processo ad ogni costo... Comunque ribadisco che si tratta fondamentalmente di un fatto politico. Il reato, se c’è, è un elemento del tutto secondario...Quanto poi al fatto che sia esploso lo scandalo, proprio questo scandalo, intendo... Credo che sia stato scelto quasi a caso nella fitta boscaglia della corruzione... Così, a titolo dimostrativo... (si siede, appare molto stanco, provato sia moralmente che fisicamente)

 

Si spegne molto lentamente il riflettore su Moro. Lunga pausa.

 

PRIMA VOCE: E’ passato più di un mese dalla cattura di Aldo Moro. L’interrogatorio del prigioniero è terminato. Attraverso le risposte di  Moro è stato possibile ricostruire trent’anni di regime democristiano, ripercorrere passo dopo passo le vicende che hanno scandito lo svolgersi della controrivoluzione imperialista nel nostro Paese, dipanare i vari intrecci, le oscure trame di potere con cui la  borghesia ha intessuto la sua offensiva contro il movimento proletario, individuare le specifiche responsabilità della Dc in generale e di ciascuno dei suoi boss in particolare.

 

Si riaccende il riflettore su Moro.

 

MORO: Come dite? Sì, me ne rendo conto... Ormai siamo giunti al termine... Sì, lo credo anch’io... Capisco... E voi ora vorreste sapere se io, alla fine di questo interminabile interrogatorio, attraverso il quale ho percorso quasi trent’anni di vita politica... voi ora vorreste sapere se io, al termine di questo Calvario, ammetto le imputazioni mosse contro di me e contro il mio partito... Non è così facile... Si tratta di una vicenda spinosa... Il riesame di una vita intera... Vorrei avere un poco più di tempo per riflettere, per fare un esame di coscienza... E poi ora sono stanco, davvero molto stanco... Non potremmo riparlarne domani? 

 

PRIMA VOCE: Tutto questo non ha fatto che confermare delle verità e delle certezze che sono da sempre nella lucida coscienza di tutti i proletari. Non ci sono segreti che riguardano la Dc: il suo ruolo di cane da guardia della borghesia e la sua funzione di pilastro dello Stato delle multinazionali non sono certo sconosciuti al  proletariato...

 

MORO (in proscenio, illuminato da una luce “di taglio”, sta scrutando nelle tenebre dinanzi a sé, alla ricerca di qualcosa, di un volto, che alla fine trova, o crede di trovare, tra i fantasmi che affollano la platea... Fissa quel volto a lungo, finché non comincia parlargli): Caro Zaccagnini, mentre mi rivolgo a te, intendo rivolgermi a Piccoli, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti, Cossiga... ai quali tu vorrai leggere la mia lettera e con i quali vorrai assumere le responsabilità del caso, che sono a un tempo individuali e collettive... Parlo innanzi tutto della Dc, alla quale si rivolgono pesanti accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare in prima persona, con conseguenze che non è difficile immaginare... (con impeto improvviso) E’ doveroso che ora io ti ricordi la mia estrema, reiterata, motivata riluttanza ad assumere la carica di presidente che tu, Zaccagnini, mi offrivi e che ora mi strappa alla mia famiglia... Moralmente... moralmente sei tu, Benigno Zaccagnini, ad essere qui, al mio posto. (riprendendo con tono pacato) Ma tutto questo, in fondo, appartiene al passato. Il presente è che io sono sottoposto a uno spinoso processo politico, del quale sono fin troppo prevedibili sviluppi e conseguenze. Mi trovo a essere a tutti gli effetti un prigioniero politico... Un prigioniero politico che la vostra decisione di chiudere qualsiasi discorso sullo scambio di detenuti porrebbe in una situazione assolutamente insostenibile. (Accorato) Il tempo corre veloce e purtroppo non ce n’è abbastanza. Ogni momento, amico mio, potrebbe essere troppo tardi... In definitiva, di che cosa stiamo discutendo noi qui, ora? Non di astratto diritto, ma di opportunità umana e politica... Insomma, se sia possibile dare realisticamente una soluzione positiva alla mia penosa situazione, l’unica soluzione positiva possibile, voglio dire, prospettando una liberazione di prigionieri da entrambe le parti... Mi intendi? Certo, tener duro, può apparire, come dire? Più... appropriato, ecco... più appropriato... Ma una qualche concessione, non solo sarebbe francamente equa, ma anche, io credo, politicamente utile. Come ho già ricordato, moltissimi Stati si sono regolati in questo modo. Se altri non hanno il coraggio di farlo, e posso capirli, lo faccia la Dc. (Pausa, poi scandendo bene le parole) Se così non sarà, lo dico senza animosità, l’avrete voluto e le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e ugualmente senza sbocco... Ci tengo a precisare, caro Zaccagnini, che dico tutto questo in piena lucidità e senza alcuna coercizione... (amareggiato) Tanta lucidità, almeno, quanto può averne chi si trova da tanti giorni in una situazione assolutamente eccezionale, senza nessuno che lo consoli, e senza sapere che cosa lo aspetti... E’ proprio così, amico mio... (a mezza voce, sconsolato) In verità, in verità, mi sento abbandonato anche da voi... Ci vorrebbe davvero molto, troppo coraggio per pagare per tutta la Dc, avendo sempre dato con generosità, così come io ho fatto...

 

Si smorza il taglio di luce in proscenio.

 

PRIMA VOCE (come riprendendo il discorso prima interrotto): No, non ci sono segreti che riguardano la Dc. I proletari e gli operai conoscono fin troppo bene che cosa significhi il regime democristiano, perché l’hanno vissuto e lo vivono sulla loro pelle. Contro il potere della borghesia hanno sempre opposto la loro più strenua resistenza...

 

Si accende di nuovo la luce su Aldo Moro, in piedi, ancora rivolto verso la platea.

 

MORO (dolcemente, pacatamente): Mia dolcissima Nora... sappi che sono intatto nel fisico e perfettamente lucido, anche se dai giornali leggo che altri la pensano diversamente... Ma tu non credere... La mia condizione va facendosi sempre più precaria e difficile per l’irrigidimento delle forze politiche dinanzi a qualsiasi accenno a un possibile scambio di prigionieri politici... (animandosi) E dico scambio coscientemente, perché anch’io, qui, ora, non sono altro che un prigioniero politico. Bisogna cercare di mettere in moto un movimento umanitario, che oggi nelle Camere è assolutamente assente. Solo i socialisti hanno avuto qualche debole accenno a motivi umanitari. Dagli altri nessun segnale. Specialmente la Dc, a cui avevo scritto nella persona di Zaccagnini, ricordandogli che fu proprio lui che mi volle, per i suoi comodi, a questo odiato incarico, mentre io avrei preferito senz’altro ritirarmi per prendermi cura del piccolo Luca... Ma questo tu lo sai meglio di me... Pensa che sono giunto al punto di dire a Zaccagnini che egli moralmente avrebbe dovuto essere al mio posto. E la risposta? Nulla... Assolutamente nulla... Ora, mia dolcissima Noretta, si tratta di vedere che cosa tu puoi fare ancora, in pubblico e in privato, con la tua energia, perché se questo blocco non comincia a sgretolarsi un poco, ne va della mia vita... Sarebbe per me una tragedia morire abbandonando il piccolo Luca... Lo amo... Sarà il dolore più grande... Ma forse non si deve, neppure un poco, essere felici... (si volta, fa due passi indietro verso il centro della scena; poi si blocca e torna sui suoi passi, come se avesse dimenticato di dire qualcosa) Se fosse possibile ricevere una risposta, due righe di messaggio attraverso un giornale... Questo riempirebbe meglio l’inevitabile solitudine... Ma se non fosse possibile... pazienza... In questi giorni bui io mi consolo immaginando, ricordando, ripercorrendo nella memoria gli itinerari della nostra vita quotidiana, che ora si rivelano così pieni di luce...

 

Si accende un riflettore puntato sulla platea. Si alza, tra gli spettatori, la figura di una donna di mezza età, la quale stringe al petto la copia di un giornale. Avanza trepidante, emozionata. Fa qualche passo in direzione del palco.

Proiettata sul fondo della scena, compare una fotografia della signora Moro tratta dai giornali dell’epoca.

La donna e Aldo Moro si fissano lungamente, teneramente.

 

NORA (stringendo al petto il giornale e senza mai staccare lo sguardo dalla figura del marito): Aldo, amore mio... grazie alla cortesia del direttore di questo giornale, posso rivolgermi a te in questa dolorosa situazione che non ci consente alcun contatto... Voglio rassicurarti, prima di ogni altra cosa, sulla salute di ciascuno. In famiglia stiamo tutti bene... In questa penosa situazione ci siamo ritrovati molto uniti. (esita, si fa scura in volto) Purtroppo... purtroppo, Aldo, amore mio, non abbiamo avuto alcun segnale positivo che possa confortare la nostra speranza in un tuo ritorno... Vorremmo tuttavia che tu sapessi che ti siamo vicini. Viviamo con te, attimo dopo attimo, le ore interminabili di questi giorni oscuri. Preghiamo con te. Abbiamo fiducia negli uomini, nonostante tutto... Crediamo ancora che sia possibile, dopo tanto dolore, avere il dono di poterti riabbracciare... (resta immobile dov’è, continuando a guardare dritto negli occhi il fantasma del marito lontano e stringendo al petto la copia del  giornale)

 

MORO (anch’egli stringendo al petto una copia del medesimo giornale e senza mai distogliere lo sguardo dalla moglie in platea): Mia dolcissima Nora... sebbene il contenuto del tuo messaggio non recasse motivi di speranza, mi ha fatto comunque un bene immenso. Mi ha dato conferma, nel dolore, di un amore che mi accompagna, e mi accompagnerà per sempre, lungo questo mio Calvario. (abbassando lo sguardo) Mi dispiace, mi dispiace profondamente, di essere costretto dalle circostanze a darti questo supplemento d’impegno e di sofferenza...

 

NORA (sottovoce, commossa):No, Aldo, non devi dire così...

 

MORO (risollevando lo sguardo in direzione della moglie lontana): Ma so che non mi avresti mai perdonato se, nel momento del bisogno, non ti avessi domandato questo gesto d’amore. Anche se forse sarà tutto inutile... (cambiando intonazione) Quello che è davvero stupefacente è che in pochi minuti il governo abbia creduto di poter valutare il significato e le implicazioni di un fatto tanto grave. E così, in tutta fretta e con grande superficialità, è stata decisa una linea dura - così dura! - che più nulla ha potuto scalfire... (comincia a gesticolare passeggiando su e giù lungo il perimetro dell’invisibile cella) Questo è davvero stupefacente! Specie in un Paese come il nostro... Tanto rigore in un Paese così scombinato come l’Italia! Certo, la faccia è salva. Ma domani saranno soprattutto i democristiani a piangere per questo crimine compiuto. Ora, in tutta questa vicenda, mi pare che manchi soprattutto la voce degli amici... ( si blocca, guarda verso la platea) Dove sono finiti tutti quanti? Converrebbe chiamarli e incitarli apertamente a una dissociazione, a una rottura del fronte compatto. E’ l’unica cosa che i nostri capi temano davvero. Per il resto, mi pare evidente che non si curino di nulla. La dissociazione dovrebbe essere ferma e pacata al tempo stesso... E tutto questo andrebbe fatto presto, molto presto, perché i tempi stringono... L’espulsione dallo Stato viene praticata in tanti casi, non vedo perché qui dovrebbe essere sostituita da una strage di Stato. Che cosa perderebbe lo Stato se espellesse qualche prigioniero politico, aprendo così uno spiraglio? Nulla! Non perderebbe nulla. Guadagnerebbe tutt’al più la vita di un innocente! E poi, se davvero ero tanto necessario al partito, al punto da costringermi contro la mia volontà ad assumere la carica di presidente, com’è che ora accettano così tranquillamente la mia dipartita? Se davvero ero tanto necessario, avrebbero dovuto anche accettare una cosa come lo scambio dei prigionieri... (scuotendo il capo, dolorosamente) In questo momento supremo la mia amarezza personale è profonda... Possibile che  non si sia trovato nessuno che si dissociasse? Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo, che assolutamente io non avrei voluto? E Zaccagnini? Come può Zaccagnini rimanersene tranquillo al suo posto? E Cossiga? Non ha saputo immaginare nulla? (con gli occhi bassi, sordamente) Se il mio sangue cadrà, cadrà su di loro... (risolleva lo sguardo in direzione dell’ombra della moglie) Scusami, Nora, non era di questo che avrei voluto parlarti... No, non era di questo... (con un mesto sorriso) Avrei voluto parlarti di voi, che amo e amerò sempre, della gioia, della luce che avete portato nella mia vita e che  ora soprattutto la rischiara, ora che al buio i miei occhi si sono fatti più sensibili... Avrei voluto parlarti del piccolo Luca che amavo guardare e che, nonostante tutto, anche qui, continuerò a guardare fino all’ultimo... (rabbuiandosi) I democratici cristiani mi strappano anche questo...

 

PRIMA VOCE: Per quel che ci riguarda il processo ad Aldo Moro finisce qui. Processare Aldo Moro non è stato che una tappa di quel più vasto movimento chiamato guerra di classe per il comunismo. Le responsabilità di Aldo Moro sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo. La sua colpevolezza è la stessa per cui la Dc e il suo regime saranno definitivamente abbattuti, liquidati, dispersi dalle forze comuniste combattenti...

CORO:

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO,

ABBATTEREMO IL MOSTRO IMPERIALISTA!

COSTRUIREMO UNA LIBERA SOCIETÀ COMUNISTA!

 

In religioso silenzio si alzano, tra il pubblico, un ragazzo e tre giovani donne, una delle quali tiene per mano un bambino molto piccolo. Nora si volta a guardarli, sorride. Il bambino si stacca dalla mano di una delle donne e corre verso Nora, precedendo il gruppo dei quattro giovani.

          

NORA (prendendo in braccio il piccolo): Vieni, Luca... Vieni dalla nonna...

 

I quattro giovani nel frattempo hanno raggiunto la madre, quasi sotto il palcoscenico. Si tratta di Giovanni, Agnese, Maria Fida e Anna: i figli di Aldo Moro.

Egli è rimasto dov’era, immobile. Stringe al petto il giornale.

Anche i figli hanno una copia del medesimo giornale. Giovanni lo tiene piegato in quattro infilato in una tasca della giacca. Agnese piegato in due sotto braccio. Maria Fida tra le mani dietro la schiena. Anna lo ha arrotolato e lo torce nervosamente. Il giornale di Nora viene preso in mano dal piccolo Luca che si mette a  giocarci.

 

GIOVANNI: Papà, mi ascolti? Sono Giovanni... Abbiamo sentito il bisogno, dopo tanti giorni, di farti arrivare, attraverso questo giornale, un segno tangibile del nostro affetto...

 

AGNESE: Mi senti? Sono Agnese. Volevo dirti che ti pensiamo sempre...

 

MARIA FIDA: Il pensiero di ogni momento ti è dedicato con amore    rinnovato, di giorno in giorno più consapevole di ciò che tu sei    sempre stato per noi, e non solo per noi. Sì, papà, sono, Maria Fida.

 

 AGNESE: Possiamo toccare con mano tutto l’affetto che hanno per te le persone più diverse: dai tuoi amici ai bambini, alla gente che ogni    giorno scrive per te cose tanto care...

 

NORA: In questa tragedia abbiamo scoperto, ognuno a suo modo, che ci hai regalato risorse insospettate di forza morale e di amore. E proprio per questo, pur nella nostra grande debolezza, siamo oggi immensamente più forti e uniti... Anche Anna è qui con noi... sta bene e ti pensa con particolare amore...

 

ANNA: (torcendo il giornale fra le mani) Sì, papà. E’ così... E ricordo ogni cosa bella ricevuta da te...

 

NORA: Coltiviamo con la preghiera e le opere la speranza di riaverti con noi e di poterti riabbracciare. Tutti quanti ti amiamo profondamente...

GIOVANNI: Sì, papà, ti vogliamo bene...

AGNESE: Ti amiamo, papà...

 

MARIA FIDA: Ti pensiamo sempre...

 

ANNA: Ti amiamo profondamente...

 

I sei fantasmi si guardano mestamente negli occhi, indugiano, lanciano un’ultima occhiata verso il palco. Poi mestamente, con gli occhi bassi, e in ordine sparso, chi un attimo prima, chi un attimo dopo, fanno ritorno al loro posto a sedere.

Si spengono le luci in platea.

Resta solo il riflettore su Aldo Moro, immobile sulla scena. Dopo qualche istante anche Moro torna sui suoi passi e si risiede, mentre la voce fuori campo torna in primo piano.

La luce su Moro si spegne.

Sul fondo compare la fotografia del 20 aprile ’78 che ritrae Moro con in mano la prima pagina di un quotidiano che reca il titolo “Moro assassinato?”.

 

PRIMA VOCE: Sì, il processo ad Aldo Moro è finito. Non ci resta che decretare la sentenza...

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

PRIMA VOCE: Aldo Moro è stato ritenuto politicamente e personalmente responsabile di trent’anni di oppressione e soprusi nei confronti del popolo italiano.

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

PRIMA VOCE: Aldo Moro è colpevole. Viene pertanto condannato a morte.

 

CORO DI VOCI: (in crescendo)

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO,

ABBATTEREMO IL MOSTRO IMPERIALISTA!

COSTRUIREMO UNA LIBERA SOCIETÀ COMUNISTA!

 

MORO (in proscenio, visibilmente scosso): Caro Zaccagnini, mentre mi rivolgo a te, intendo rivolgermi nel modo più solenne e formale all’intera Democrazia cristiana, nella mia qualità di presidente. L’ora è drammatica. Vi sono dei problemi per il Paese che possono trovare una soluzione equilibrata, umanitaria, democratica e cristiana. Una  soluzione alla quale, in situazioni analoghe, si sono dimostrati sensibili degli Stati assai civili...E poi, di fronte ai problemi del Paese, vi sono quelli che riguardano la mia persona e la mia famiglia. E di questi problemi, terribili e angosciosi, non credo proprio che vi potrete liberare con la facilità, l’indifferenza, e il cinismo che avete manifestato finora, nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze... Con mio grande stupore e profonda amarezza, ho visto assumere un atteggiamento di rigida chiusura nel giro di pochi minuti, senza nessuna seria valutazione umana e politica. Ho visto assumere questo assurdo atteggiamento dai massimi dirigenti, senza che da nessuna parte risulti dove e come un tema tremendo come questo sia stato discusso. Non sono emerse voci di dissenso. Eppure non posso credere che non vi siano state. Chi le ha messe a tacere? La mia stessa famiglia è stata brutalmente soffocata, senza che potesse gridare la sua disperazione, il suo dolore, il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti quanti d’accordo nel volere la mia morte, in nome di una presunta e incomprensibile ragion di Stato? Lo so, qualcuno, lividamente ve la suggerisce, quasi che questa sia la soluzione a tutti i problemi del Paese. Altro che soluzione dei problemi! Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste in alcun modo fronteggiare. Ne sareste travolti. Si aprirebbe, malgrado le prime apparenze, una frattura insanabile nel partito. Penso ai tanti e tanti democristiani che si sono abituati per anni a identificare il partito con la mia persona. Penso ai miei amici della base e del gruppo parlamentare. Penso anche ai miei moltissimi amici personali, ai quali non potreste in nessun modo far accettare questa tragedia. Possibile che in quest’ora drammatica tutti costoro rinuncino a far sentire la loro voce? Io lo dico chiaramente: per parte mia non assolverò, né giustificherò nessuno. (quasi implorante) Vi scongiuro. Che non avvenga il fatto terribile di una decisione di morte, presa su direttiva di qualche dirigente ossessionato dai problemi della sicurezza. Come se non vi fosse la soluzione dell’esilio quale alternativa! Io vi scongiuro! Che ciascuno valuti ogni cosa fino in fondo, che ciascuno si interroghi con sincerità, e con sincerità faccia parlare la propria coscienza. Le ore corrono veloci. Qualsiasi apertura, qualsiasi posizione problematica, qualsiasi segno di consapevolezza del problema, può essere decisivo. Vi prego, amici. Rifiutatevi di dare la risposta più semplice, la condanna a morte. Dissipate subito l’impressione di un partito unito in una sentenza di morte. Ricordate che la nostra Costituzione, come primo segnale di novità, ha cancellato la pena di morte. Poiché di questo, in sostanza, si tratta: di pena di morte. Poiché nell’Italia democratica del 1978, nell’Italia del Beccaria, io sono condannato a morte. Quanto al fatto che la condanna sia eseguita, questo dipende solo da voi. Quello che vi chiedo è che mi sia concessa la grazia. Che mi sia concessa in considerazione del bisogno che la mia famiglia ha di me, della mia cura, della mia assistenza. E’ questa ora la mia angoscia: lasciare sola la mia famiglia, proprio ora che sola non può stare... Lasciarla sola per l’incapacità del mio partito ad assumersi le proprie responsabilità, per l’incapacità di fare un atto di coraggio e di responsabilità al tempo stesso. (scandendo bene le parole) Mi rivolgo personalmente a ciascuno degli amici che sono al vertice del partito e con i quali ho lavorato per anni nell’interesse della Dc. Mi rivolgo a Cossiga, Fanfani, Rumor, Forlani. E anche tu, caro Zaccagnini, pensa ai sessanta giorni di crisi che insieme abbiamo vissuto con Piccoli, Galloni, Gaspari, sotto la tua guida e con il continuo consiglio di Andreotti. Dio sa quanto mi sono dato da fare per venirne fuori bene, senza mai pensare, come del resto non ho mai fatto, né al mio riposo, né alla mia sicurezza personale. Oggi il governo è in piedi, ed è questa la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese. (disperato) E’ questa! Questa! Lontano dai miei familiari, lasciati senza un addio. La fine solitaria, senza la consolazione di una carezza, del prigioniero politico condannato a morte... Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d’Italia... Una pagina agghiacciante... E il sangue... Il mio sangue versato per un’assurda ragion di Stato... Il mio sangue, amici, ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese... Pensateci bene, amici miei, e siate indipendenti nel vostro giudizio. Non guardate né all’oggi, né al domani, ma al dopodomani. E pensaci bene soprattutto tu, Benigno Zaccagnini, massimo responsabile del partito. Ricorda, in quest’ora tragica, la tua insistenza per avermi come presidente del Consiglio nazionale, le tue pressioni perché fossi partecipe e corresponsabile nella nuova fase politica, che fin da principio si annunciava difficilissima. Ricordi le mie fortissime resistenze? Ricordi? Lungamente ti parlai dei problemi che assillavano la mia famiglia e che esigevano la mia presenza, ma tu insistevi, insistevi... Alla fine, come sempre, mi piegai alla volontà del partito. Ed ora eccomi qua, sul punto di morire, solo per averti detto sì e aver detto sì alla Democrazia cristiana. Questa è la ricompensa! (durissimo) Sei tu dunque, Benigno Zaccagnini, ad essere responsabile in modo personale, personalissimo, di tutta questa vicenda. Un tuo sì o un tuo no sono decisivi. Se tu mi strappi alla mia famiglia, lo farai per la seconda volta e questa volta in maniera definitiva. Questo peso, Benigno Zaccagnini, non te lo scrollerai mai più di dosso. E questo lo sai... (appoggiandosi alla sedia affannato) Che Dio ti illumini, amico mio, ed illumini anche gli altri amici ai quali rivolgo questo mio disperato messaggio... Se la pietà prevale, il Paese non è finito... No, non è finito...

 

Moro si accascia esausto sulla sedia. La luce su di lui indugia qualche secondo e poi,  gradualmente, si smorza.

Nora, i figli e il piccolo Luca si alzano dal loro posto in platea e corrono fin sotto il palco; fissano a lungo, in silenzio, quel volto amato, impietrito dal dolore; quindi, repentinamente, si voltano e indirizzano versa la platea un accorato appello.

Come nelle scene precedenti ciascuno di loro stringe tra le mani la copia di un quotidiano.

Anche sulla scena, nelle tenebre, tra le mani di Aldo Moro, balena una copia dello stesso giornale.

 

NORA: (tenendo in braccio il piccolo Luca) Dopo tutti questi giorni passati nell’angoscia di un’estenuante attesa, rivolgiamo alla Dc un appello pressante affinché essa si assuma con coraggio tutte le sue responsabilità per la liberazione di Aldo Moro, suo attuale presidente.

 

GIOVANNI: L’atteggiamento della Democrazia cristiana è stato fin qui del tutto insufficiente a salvare la vita a nostro padre!

 

NORA: Sappia la delegazione dc...

 

GIOVANNI: (fissando uno spettatore) Sappia l’onorevole Zaccagnini...

AGNESE: (fissando un altro spettatore) L’onorevole Piccoli...

 

MARIA FIDA: (fissandone un terzo) L’onorevole Galloni...

 

ANNA: (fissandone un quarto) L’onorevole Gaspari...

 

NORA: Sappiano dunque tutti costoro che con il loro comportamento di assoluta immobilità e rifiuto d’ogni possibile iniziativa stanno ratificando di fatto la condanna a morte di Aldo Moro, mio marito...

     

I FIGLI: (insieme) ... Nostro padre...

 

ANNA: Se questi cinque uomini non si vogliono assumere  responsabilità nel dichiararsi aperti ad una trattativa...

 

MARIA FIDA: ...Almeno convochino il Consiglio Nazionale...

 

AGNESE: ...Così come ha richiesto formalmente il suo Presidente...

 

GIOVANNI: La nostra coscienza non può tacere di fronte a questo atteggiamento del tutto insufficiente!

 

NORA: Con questo nostro appello siamo certi d’interpretare anche la volontà del nostro congiunto, il quale peraltro non può esprimerla direttamente senza essere dichiarato sostanzialmente pazzo dalla totalità dei politici italiani...

 

GIOVANNI: Ed in primo luogo dalla Dc dei sedicenti amici                     che non hanno fatto niente di niente per salvare la vita a nostro padre!

 

NORA: Per evitare una lunga stagione di dolore e di morte, a nulla serve negare la dura realtà. Occorre invece affrontarla, con lucido coraggio!

 

I sei fantasmi restano immobili, come impietriti, ai piedi del palco.

 

MORO: (ripetendo tra sé)  Per evitare una lunga stagione... Di dolore e di morte... a nulla serve negare la dura realtà... Occorre invece affrontarla... con lucido coraggio...

 

Mestamente i sei personaggi si avviano in ordine sparso verso i loro posti a sedere.

 

PRIMA VOCE: Ancora una volta la Democrazia cristiana, sta cercando di scaricare le proprie responsabilità, di confondere la realtà, di ribaltare i fatti.

 

SECONDA VOCE: Parlando del trattamento che avrebbe subito Moro, gli “specialisti” ci hanno spiegato nei minimi dettagli, sulle pagine dei giornali, quali effetti devastanti e disumani producano lo snaturare l’identità politica dell’individuo, l’isolamento prolungato, le raffinate e incruente sevizie politiche, i sadici pestaggi...

 

Moro è di nuovo illuminato: se ne sta curvo su se stesso, intento a leggere la bibbia che tiene appoggiata sulle ginocchia.

Continua a leggere pagine su pagine, senza mai sollevare il capo per l’intera durata dell’intervento della voce fuori campo, ripetendo tra sé, sottovoce, le parole che legge, come se pregasse...

 

TERZA VOCE: Si tratta di menzogne spudorate.

 

PRIMA VOCE: Aldo Moro è un prigioniero politico e come tale è stato trattato. Niente di più, niente di meno.

 

SECONDA VOCE: La stessa cosa non si può certo dire per le centinaia di comunisti combattenti rinchiusi nei campi di concentramento dello Stato imperialista.

 

TERZA VOCE: Si tratta di un vero genocidio!

 

PRIMA VOCE: Un genocidio contro il quale noi sapremo lottare ma per il quale non rivolgiamo nessuna supplica.

 

SECONDA VOCE: Ora  invece è la Dc a lanciare a noi un appello.

 

TERZA VOCE: Grottesca spudoratezza.

 

PRIMA VOCE: A quale umanità si possono mai appellare i vari Andreotti, Fanfani, Leone, Cossiga, Piccoli, Rumor e compari?

 

SECONDA VOCE:  La Dc può anche far finta di non capire, ma questo non cambierà le cose. Aldo Moro è un prigioniero politico condannato a morte perché responsabile di trent’anni di potere democristiano.

 

PRIMA VOCE: Il rilascio di Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di compagni imprigionati.

 

TERZA VOCE; La Democrazia Cristiana dia una risposta chiara e definitiva!

 

PRIMA VOCE: Nel caso di un ennesimo, reiterato atto di vigliaccheria, ci assumeremo la responsabilità di eseguire la condanna a morte.

 

Moro interrompe per un istante la lettura, solleva il capo, socchiude gli occhi. Lentamente si smorza la luce su di lui. Solo il volto resta ancora illuminato.

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

PRIMA VOCE:

Porteremo l’attacco al cuore dello stato!

 

SECONDA VOCE:

Abbatteremo il mostro imperialista!

 

TERZA VOCE:

Edificheremo una società comunista!

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

Il volto di Aldo Moro, circondato dalle tenebre, appare contratto in una smorfia di angoscia e di apprensione, le labbra serrate, gli occhi socchiusi.

 

MORO: (pregando tra sé): Allora Dio dispose che Giona fosse inghiottito dal Leviatano... Dal ventre del Leviatano Giona invocò il Signore e disse:

“Nel carcere della mia angoscia

alzo la mia preghiera al Signore

perché so che mi ascolterà

Dal profondo del mio sepolcro

levo alto il mio grido

Tu mi hai gettato nell’abisso del mare

e le acque mi hanno circondato

I tuoi flutti si sono richiusi sul mio capo

Io mi sento lontano da te

allontanato dalla tua presenza

Le acque mi hanno sepolto fino alla gola

l’abisso mi ha avvolto

come tentacoli le alghe hanno avvinto il mio corpo

Sono disceso fino alle radici delle montagne

fino alle porte dell’Inferno

e le sue sbarre mi hanno rinchiuso

Ma nell’angustia della mia anima

mi sono ricordato di Te, Mio Signore

poiché sono certo che Tu

mi trarrai in salvo dalla corruzione...

 

Si smorza lentamente il riflettore su Aldo Moro.

 

PRIMA VOCE: Alle nostre richieste del precedente comunicato, la Democrazia cristiana ha risposto con un messaggio di due frasi.

 

TERZA VOCE:  Noi avevamo chiesto una risposta chiara e definitiva sulla questione dello scambio dei prigionieri.

 

SECONDA VOCE: Di questo messaggio tutto si può dire tranne che sia chiaro e definitivo.

 

Si riaccende il riflettore su Moro. E’ passato qualche tempo. Egli continua a leggere la bibbia sottovoce, passeggiando su e giù nella sua angusta cella e pregando.

 

PRIMA VOCE: Da parte nostra non possiamo che ribadire che Aldo Moro è un prigioniero politico e che il suo rilascio è subordinato al rilascio di prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nei lager del regime... La Dc e il suo governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza di morte e il rilascio del prigioniero Aldo Moro.

 

SECONDA VOCE: Diano immediatamente la libertà ai comunisti combattenti che la barbarie dello Stato ha condannato alla morte lenta dei campi di concentramento.

 

TERZA VOCE: Nessun equivoco è più possibile!

 

PRIMA VOCE: Ogni tentativo di eliminare il problema con ambigui comunicati o sporche manovre per prendere tempo sarà interpretato come il segno della loro viltà e della loro chiusura chiara e definitiva.

 

SECONDA VOCE: Solo una risposta immediata, positiva e concreta della Dc e del suo governo potrà consentire il rilascio di Aldo Moro.

 

PRIMA VOCE: Se così non sarà trarremo le debite conseguenze, eseguendo la sentenza di morte a cui Aldo Moro è stato condannato.

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

PRIMA VOCE:

Porteremo l’attacco al cuore dello stato!

 

SECONDA VOCE:

Abbatteremo il mostro imperialista!

 

TERZA VOCE:

Edificheremo una società comunista!

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

MORO (in proscenio, il suo sguardo sonda le tenebre che ha davanti, non si fissa su un punto, ma si muove a scatti repentini, come se, una volta focalizzato un volto, subito il suo sguardo saltasse a  un  altro. In mano stringe i fogli di una lettera che, evidentemente, ha appena terminato di scrivere): Amici... amici della Democrazia cristiana, mi appello a voi... Dopo i vostri no, ora alle mie lettere rispondete con il silenzio. Eppure materia da discutere ce n’era tanta. E’ mancato al partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un dibattito sulla salvezza della mia vita e sulle condizioni per conseguirla in modo equilibrato. E’ vero: sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo sereno. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, né maltrattato, scrivo con il mio stile, per brutto che sia, ho la solita calligrafia... (con un sorriso amaro) Ma voi dite che non sono più io, che sono un altro e non merito di essere preso sul serio. Così ai miei argomenti non si risponde neppure. E se faccio la legittima richiesta che si riunisca la direzione perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua in degradanti conciliaboli, che in verità, in verità significano paura del dibattito, paura della verità, paura di firmare col proprio nome una condanna a morte... Provo una profonda tristezza. Non avrei mai creduto possibile che alcuni amici arrivassero addirittura a pensare che io scrivessi sotto dettatura delle Brigate rosse... Perché sostenere che abbia perso la mia libertà di spirito? Ve lo ripeto: tra le Brigate rosse e me non c’è alcuna identità di vedute. E se ho sostenuto fin dall’inizio che ritengo accettabile uno scambio di prigionieri politici, come avviene in guerra, questo non significa certo identità di vedute... Di sicuro lo Stato non andrà in rovina se un innocente sopravvive e, in cambio, un’altra persona lascia la prigione per l’esilio. Il discorso in fondo è tutto qui. Su questa posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle Brigate rosse, è arroccato il governo, è arroccata la Dc, sono arroccati tutti i partiti. Solo i socialisti hanno qualche riserva. Guai, caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse... Ma il vero problema è la Dc. E’ nella Dc che non si affrontano le questioni. In questo caso la Democrazia cristiana con la sua reticenza avalla la mia condanna a morte... Arroccata su discutibili principi non fa nulla per evitare che un militante fedele sia condotto a morte... Un uomo che aveva ormai chiuso la sua carriera, che aveva rinunciato a presiedere il governo, è stato strappato da Zaccagnini e dai suoi amici dal ritiro di riflessione e studio per assumere l’equivoca veste di presidente del partito. Non è la prima volta che ricordo a Zaccagnini che qui al posto mio dovrebbe esserci proprio lui. Eppure... E che dire dell’onorevole Piccoli? Egli sostiene che se io mi trovassi al suo posto, cioè libero e tranquillo nel suo comodo ufficio a Piazza del Gesù, direi le stesse cose che dice lui e non quello che dico stando rinchiuso qui dentro. Vorrei proprio vedere che cosa direbbe l’onorevole Piccoli se fosse rinchiuso qui dentro al posto mio. Inoltre, gli argomenti che espongo ora con la massima lucidità, io li ho già sostenuti in passato, in condizioni di assoluta obiettività. E poi basterebbe ricordare i casi in cui è stata concessa la libertà a prigionieri palestinesi per evitare danni rilevanti alla comunità. E si trattava di minacce molto meno incombenti di quelle attuali. Allora il principio era stato accettato, la necessità di fare uno strappo alla legalità formale era stata riconosciuta. Possibile che oggi non ci siano dei coraggiosi che alzino la voce e chiedano questo? Ricordo che centinaia di parlamentari volevano votare contro il governo per motivi di coscienza. E ora? Che fine hanno fatto tutte quelle coscienze? Inoltre tutti sanno che io conduco questa mia lotta estrema, questa mia lotta contro la morte, non per me stesso, ma per la mia famiglia, che da tempo attraversa gravissimi problemi. E per questo ha bisogno di me, della mia presenza... Ma Zaccagnini e molti altri amici tutto ciò lo sanno benissimo, eppure... (si siede  affranto, amareggiato, cambia il tono della voce) Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare, che adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera d’amore di mia moglie, dei miei figli, dell’amatissimo nipotino... La pietà di chi mi inviava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, la mia condanna a morte, se non avverrà il miracolo che la Dc torni in se stessa.(a mezza voce)  Questo bagno di sangue non porterà nulla di buono né a Zaccagnini, né a Andreotti, né a la Dc, né al Paese. Ciascuno dovrà assumersi le sue responsabilità... (con voce ferma) Quando tutto sarà compiuto, io non desidero attorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me soltanto coloro che mi amano davvero. Per il resto, se tutto questo è deciso, così sia, sia fatta la volontà di Dio! Ma nessuno si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Sarà chiaro a tutti, presto sarà chiaro a tutti come stanno le cose... (resta seduto con lo sguardo perso nel vuoto)

 

Si spegne la luce su Moro.

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

PRIMA VOCE:

Porteremo l’attacco al cuore dello stato!

 

SECONDA VOCE:

Abbatteremo il mostro imperialista!

 

TERZA VOCE:

Edificheremo una società comunista!

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

Appare Aldo Moro, seduto, intento a leggere le pagine di un giornale. Scuote ripetutamente il capo, come se non comprendesse il significato di quello che legge e ne fosse turbato.

Si ode il rumore della porta che si apre.  I passi di più persone che entrano.

 

MORO (scuotendo il capo): Non capisco il perché di questo falso allarme... Comunicare il luogo dove poter ritrovare il mio cadavere, mentre io sono ancora qui, prigioniero, sì, ma vivo... (sollevando lo sguardo verso uno dei suoi carcerieri) Volevate vedere in che modo avrebbero reagito? (Abbassando di nuovo lo sguardo) Non capisco... Mi sembra che così si esasperi solo la situazione... (risolleva lo sguardo, la sua espressione muta radicalmente: appare sbalordito) Come? Non siete stati voi a...? Ma allora chi... (pausa: fissando a lungo i suoi interlocutori) Voi vorreste saperlo da me? (Sollevando le spalle) E come potrei saperlo, io, rinchiuso qui dentro da settimane, senza alcuna possibilità di comunicazione con l’esterno, se non attraverso di voi e i giornali che mi recapitate... (pausa: resta ancora in ascolto) Voi dite? Non so... no, non saprei... Anch’io, certo, credevo di conoscerli, almeno prima che mi capitasse tutto questo... ma ora, tutte queste settimane di estenuante e angosciosa immobilità, questa repentina e inaspettata chiusura che resiste nel tempo... Non so, no... Non so più... Non sono più sicuro di nulla... Non più... (alludendo alla notizia letta sul giornale) Tutto questo mi sembra così assurdo, frutto di un calcolo complesso, complicato, di cui al momento mi sfuggono le coordinate... Una specie di prova generale, suppongo... (pausa) Voi vorreste sapere da me chi potrebbe avere architettato tutto questo?

 

Si affievolisce la luce su Moro. Appaiono fotografie, tratte dai giornali, in cui si vedono i sommozzatori che si preparano ad immergersi nel Lago della Duchessa.

 

PRIMA VOCE: Con il falso comunicato del 18 aprile gli specialisti di Stato in guerriglia psicologica hanno inscenato una macabra farsa, una macabra farsa allestita nel desolante scenario naturale del Lago della Duchessa... Di certo non si tratta che del prologo di quel “grande spettacolo” che il regime si appresta a dare, per stravolgere le coscienze, per mistificare i fatti, per raccogliere il consenso...

 

SECONDA VOCE: Certo i mass media possono sbandierare ciò che in realtà non esiste. Giornali e televisioni possono tentare di manipolare l’opinione pubblica, con la loro consueta campagna di menzogne... Possono anche montare la ridicola sceneggiata di un sostegno e di una solidarietà popolare alla Dc... Tutto questo non potrà cambiare tutta l’avversione e tutta la ripugnanza che il proletariato prova nei confronti di questo sporco partito...

 

TERZA VOCE: A questo punto non ci resta che denunciare come falso e provocatorio il comunicato del 18 aprile, e indicarne gli autori: Andreotti e i suoi complici!

 

SECONDA VOCE: Come è sempre stato, i giochi di potere sono una parte vitale del modo corrotto in cui la cosca democristiana gestisce la cosa pubblica...

 

TERZA VOCE: Aldo Moro, rinchiuso nel carcere del popolo, è ormai fuori da questo genere di losche trame,  e quindi può indicarcele chiaramente, senza reticenza.

 

PRIMA VOCE: Nel caso che lo riguarda, poi, è lo stesso Moro a spiegarci come il suo degno compare Andreotti cercherà in ogni modo di trasformare questa vicenda in un “buon affare”...

 

SECONDA VOCE: Non c’è dubbio che la patetica sceneggiata recitata dai burattini di Stato intorno al Lago della Duchessa abbia la sua sapiente regia.

 

TERZA VOCE: Ma non dubitino, Andreotti e i suoi compari, che ben presto anche loro dovranno rendere conto di ogni menzogna.

 

CORO: 

D’OGNI COSA DOVRANNO RENDERE CONTO

AL TRIBUNALE DEL POPOLO!

 

Termina la proiezione di fotografie relative al Lago della Duchessa. La luce torna ad illuminare la scarna e ormai trasandata figura di Aldo Moro.

 

MORO (si alza e si rivolge disperato verso la platea fissando un punto preciso): Caro Zaccagnini, siamo all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio. Naturalmente mi rivolgo a te, ma intendo parlare individualmente a tutti i componenti della direzione cui spettano le decisioni del partito. (il suo sguardo spazia su tutta la platea) Intendo rivolgermi ancora alla immensa folla dei militanti, che per anni e anni mi hanno ascoltato, mi hanno capito, mi hanno considerato l’oracolo della Democrazia cristiana. La situazione non è matura, mi ero detto, converrà aspettare, è la prudenza tradizionale della Dc. E  ho atteso fiducioso. E invece, niente. Sedute notturne, angosce, insofferenze, richiami alla ragione del partito e dello Stato. Alla fine è scaturita una proposta unitaria, nobilissima, ma che elude purtroppo il problema politico reale. Qui non si parla di pietà umana, ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra. Soffermiamoci sulla comparazione dei beni che sono in gioco: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libertà; l’altro, la vita, in nessun modo recuperabile. Vi rendete conto? Così si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro aveva escluso fin dai tempi del Beccaria... E’ una cosa enorme... Ti prego, ascoltami. Ci vuole un atto di coraggio... Zaccagnini, sei eletto dal congresso. Nessuno ti può sindacare. La tua parola è decisiva. Non essere incerto, pencolante, acquiescente. Sii coraggioso e puro come nella tua giovinezza... (con un cambio di voce fermo e repentino) Io non accetto l’iniqua e ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. Nessuna ragione politica o morale mi potrà spingere a farlo. La Dc non creda di avere chiuso il suo problema. Io non sarò liquidato. Io ci sarò ancora come segno irriducibile di contraddizione e di alternativa... per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità di Stato, né uomini di partito...

(fissa il suo sguardo in un’altra direzione, come si rivolgesse a un diverso interlocutore) Caro Piccoli, non ti dico tutte le cose che vorrei per brevità e  per l’intenso dialogo che tra noi dura da anni. Ho fiducia nella tua saggezza e nel tuo realismo. So che non ti farai complice di un’operazione che, oltre tutto, distruggerebbe la Dc. Naturalmente comprendo tutte le difficoltà. Ma qui occorrono atti di coraggio, non sotterfugi... Dopo un po’ l’opinione pubblica capisce, pur che sia guidata. In realtà, me ne rendo conto, qui l’ostacolo è l’intransigenza del Partito comunista. Certo anche a voi l’intransigenza può sembrare una garanzia, ma credo sarebbe più prudente guardare le cose più in profondità. Forse i comunisti vogliono rimanere soli a difendere l’autorità dello Stato. Ma la Dc no, non ci può stare. Perché nel nostro impasto c’è una irriducibile umanità e una pietà da cui non si può prescindere. L’importante è convincere Andreotti, che non sta seguendo la strada vincente...

(si blocca, riflette un istante, quindi cambia ancora interlocutore e intonazione) Caro presidente Andreotti, so bene che ormai il problema è nelle tue mani, e tu ne porti la massima responsabilità. Ti dirò solo questo: se comincia con un bagno di sangue, questa nuova fase politica di accordo con il Pci non porterà nulla di buono né per il governo, né per il Paese. Se si andrà contro il chiaro orientamento umanitario dei socialisti, la lacerazione alla fine sarà insanabile. Caro Andreotti, sai bene che quando ho concorso alla tua designazione speravo di darti un aiuto sostanzioso, onesto e sincero. Che Iddio ora ti illumini e ti faccia tramite dell’unica cosa che conta per me, non la carriera, ma la mia famiglia.

 

Buio.

 

PRIMA VOCE: Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la Dc e il suo governo devono dare la libertà per ottenere in cambio il rilascio di Aldo Moro... Così noi oggi chiediamo che vengano liberati i compagni Sante Notarnicola, Mario Rossi... (sfuma la voce, scivolando in secondo piano)

 

Luce su Aldo Moro che scrive, scrive, scrive. L’elenco dei brigatisti da liberare fa da sottofondo al breve dialogo che segue tra Moro e i suoi carcerieri.

 

PRIMA VOCE (in secondo piano): ...Giuseppe Battaglia, Domenico Delli Veneri, Augusto Viel, Giorgio Panizzari, Pasquale Abatangelo, Maurizio Ferrari...

 

MORO (smette bruscamente di scrivere, come se fosse stato interrotto e si rivolge ai suoi invisibili carcerieri): Come? No. Non è un’altra lettera. Certo, lo so, è tutto inutile. Non c’è nessuna volontà di trattare. Naturalmente, è chiaro anche a me. Ma ora vi prego, lasciatemi solo...(si china sui fogli e riprende a scrivere)

 

Si attenua la luce su Moro.

 

PRIMA VOCE (tornando in primo piano): ...Se questi compagni verranno liberati, Aldo Moro sarà rilasciato. Diversamente trarremo le debite conseguenze.

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

PRIMA VOCE:       

Porteremo l’attacco al cuore dello stato!

 

SECONDA VOCE: 

Abbatteremo il mostro imperialista!

 

TERZA VOCE:       

Edificheremo una società comunista!

 

CORO:

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

Luce piena su Moro.

Moro ha terminato di scrivere, riordina le carte che comincia a rileggere.

 

VOCE DI MORO (mentre rilegge):L’interminabile periodo che ho passato come prigioniero politico delle Brigate rosse... (la voce sfuma).

 

MORO (tiene i fogli tra le mani ma ha smesso di rileggere, parla come se riflettesse tra sé e sé, seduto, pacatamente): L’interminabile periodo che ho passato come prigioniero politico delle Brigate rosse è stato duro, e come tale educativo. Sotto la pressione di vari stimoli, e soprattutto di una riflessione che mi ha richiamato in me stesso, i tumultuosi avvenimenti della vita politica e sociale riprendono il loro ritmo, il loro ordine, si presentano più comprensibili. Motivi critici che solo per un istante in passato avevano attraversato la mia mente, ora si riaffacciano invece con una nuova straordinaria capacità di persuasione. Da tutto ciò deriva un’inquietudine difficile da placare. Si fa avanti la spinta a un riesame globale e sereno della mia esperienza umana, sociale e politica. (con un respiro più narrativo) Guardando le cose le tensioni e le contraddizioni di questi ultimi anni riaffiorano i ricordi della giovinezza. E viene naturale il paragone con l’epoca ormai lontana in cui passammo all’esperienza politica con ingenuità, freschezza e fede religiosa... (sospirando) Ma tutto questo appartiene al passato... (amaramente) Ora invece si parla di democratici cristiani come di ospiti in castelli o barche di qualche affarista... O peggio, si parla di democratici cristiani, per i giorni oscuri della strage di Brescia, come di coloro che venivano toccati dal sospetto. Tante cose sono dunque oggetto di amara riflessione. (si alza, comincia a passeggiare su e giù nella sua invisibile cella. Si rivolge direttamente alla platea con inedito tono sarcastico) Ma a questo punto credo sia giusto dedicare una parola all’austero regista che si è assunto l’onere di restaurare la dignità e il potere costituzionale di questo povero Stato, rimanendo del tutto indifferente a quei valori umanitari che fanno un tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un’esitazione, un momento di pietà umana... Parlo dell’onorevole Andreotti, naturalmente, del quale tutti gli altri sono stati soltanto docili pedine. Il che, intendiamoci, non significa che li reputi uomini sensibili, capaci di pietà. Erano portaordini e al tempo stesso inetti a capire, a soffrire, a provare pietà. Ma torniamo ad Andreotti. Benché nutra una antica diffidenza verso quest’uomo, io non rifiutai il mio appoggio alla sua ultima fatica ministeriale e mi ripromisi di lasciargli fare il suo lavoro con pieno rispetto... anzi di aiutarlo, nell’interesse del Paese. Con questi precedenti, mi attendevo che l’onorevole Andreotti si agitasse, si preoccupasse, temesse il vuoto provocato dalla mia dipartita... Nulla di tutto questo invece è accaduto... Andreotti è rimasto indifferente, livido, assente, chiuso ermeticamente nel suo cupo sogno di gloria. L’umanità avrebbe potuto facilmente giocare a mio favore, qualche vecchio detenuto avrebbe potuto andare in esilio all’estero senza grandi problemi, ma no, l’onorevole Andreotti doveva comunque mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, i tedeschi e chi sa quanti altri... In presenza di tutto questo, che significava il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, la reazione irresistibile della Dc una volta passate le elezioni? Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere? Ebbene, tutto questo non significava nulla... Andreotti sarebbe stato il padrone della Dc, anzi il padrone della vita e della morte dei democristiani e dei non democristiani. Con la pallida ombra di Zaccagnini sullo sfondo, ombra dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, Benigno Zaccagnini, il peggiore segretario che abbia mai avuto la Dc. Delle figure di contorno poi non parlo. Non meritano neppure l’onore di una citazione. (fissando un punto preciso in platea) Onorevole Piccoli, com’è insondabile il suo amore che in lei si risolve sempre in odio. Lei sbaglia da sempre e sbaglierà sempre, perché lei è costituzionalmente chiamato all’errore. Ma in fondo l’errore è senza cattiveria. (fissando un altro punto della platea) Che dire di lei, onorevole Bartolomei? Nulla... (fissando un altro punto della platea) Che dire di lei, onorevole Galloni, volto gesuitico che sa tutto, ma nulla sa della vita e dell’amore? (fissando un altro punto della platea) Che dire di lei, onorevole Gaspari, dei suoi falsi giuramenti, della sua riconoscenza per me, dopo che la volli a capo dell’organizzazione del partito. Eravate tutti lì, ex amici democristiani, al momento della trattativa per il governo, quando la mia parola era decisiva... Provo un immenso piacere al pensiero di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la stessa gioia con cui io vi ho perduti io... Con o senza di voi, la Dc non farà molta strada. I  pochi seri e onesti che ci sono non serviranno a molto, finché ci sarete voi. Ecco tutto... Non ho niente di cui debba ringraziarvi, ma non ho neppure risentimento... Auguro buon lavoro, a lei, onorevole Andreotti, e al suo inimitabile gruppo dirigente... (si accascia sulla sedia) Non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con la Democrazia cristiana... Rinuncio a tutte le cariche, escludo qualsiasi candidatura, mi dimetto dalla Dc... Chiedo al presidente della Camera di trasferirmi al gruppo misto... (si accascia sulla sedia)

 

PRIMA VOCE: Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione. Dopo l’interrogatorio e il processo popolare, il presidente della Democrazia cristiana è stato condannato a morte. A quanti tra i suoi compari della Dc ne chiedevano il rilascio abbiamo dato una possibilità, l’unica praticabile, concreta, reale: per la libertà di Aldo Moro, la libertà di tredici combattenti comunisti imprigionati nei lager dello Stato imperialista. La libertà, quindi, in cambio della vita. In questi 51 giorni la risposta della Dc è arrivata con tutta chiarezza, con i fatti più che con le parole. Lo Stato imperialista delle multinazionali ha finalmente rivelato il suo vero volto, senza la maschera grottesca di una democrazia formale. Ma i suoi colpi di coda non ci intimoriscono. La cattura, il processo e la condanna del presidente della Dc Aldo Moro sono stati una vittoria del movimento rivoluzionario e una cocente sconfitta delle forze imperialiste. Ma questa è stata solo una battaglia, una fra le tante...

 

SECONDA VOCE:

Porteremo l’attacco al cuore dello Stato!

 

TERZA VOCE:      

Porteremo l’attacco al cuore dello Stato!

 

CORO:

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO!

 

PRIMA VOCE: Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici dobbiamo dunque registrare il chiaro rifiuto della Dc, del governo e dei suoi complici. (gelido, scandendo bene le parole) Concludiamo pertanto la battaglia eseguendo la sentenza di morte a cui Moro è stato condannato.

 

CORO: (in un’esplosione selvaggia)

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

PORTEREMO L’ATTACCO

AL CUORE DELLO STATO!

DISTRUGGEREMO IL MOSTRO IMPERIALISTA!

COSTRUIREMO UNA LIBERA SOCIETA’ COMUNISTA!

A MORTE, A MORTE, A MORTE! A MORTE MORO!

 

Moro si alza, riordina le proprie carte, si rassetta gli abiti, si prepara a morire.

 

MORO: Ecco...

 

Dolente e dignitoso si sdraia in mezzo alla scena nella posizione in cui sarà poi ritrovato nel bagagliaio dell’auto in via Caetani.

Buio per qualche secondo.

Sullo sfondo viene proietta a “tutto schermo” la foto del cadavere di Moro rannicchiato nella Renault rossa. Tale immagine campeggerà sulla scena fino al termine.

Nel frattempo Moro ricompare sul margine della scena come un’ombra, in controluce. Come un’ombra che esiti a incamminarsi verso il regno dell’oblio poiché un ultimo pensiero, un ultimo desiderio la trattiene ancora un poco sulla soglia.

 

MORO (parlando con voce lontana e profonda): Mia dolcissima Noretta...

 

La moglie in platea si alza.

 

MORO: Mia dolcissima Noretta, siamo al momento conclusivo. Non voglio più  parlare di questa condanna che cade sulla mia mitezza e sulla mia moderazione. Certo mi rendo conto di aver sbagliato a indirizzare la mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. (con voce ferma) A questo punto vorrei fosse ben chiara la piena responsabilità della Dc con il suo assurdo e incredibile comportamento. E’ una cosa che va detta con fermezza, così come con fermezza dovrai rifiutare eventuali medaglie alla memoria e altri simili ipocrisie. E’ poi vero che moltissimi amici non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento firme raccolte sarebbero bastate per costringere lo Stato a  trattare... Ma tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta. E questo è tutto per il passato. (dolcemente, pacatamente) Ora c’è una infinita tenerezza per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande carico di ricordi apparentemente insignificanti ma in realtà preziosi. Vivete insieme, uniti nel mio ricordo. Mi parrà così di essere ancora tra voi. Per carità, vivete tutti insieme, in un’unica casa! Accarezza tutti per me, volto per volto, capelli per capelli... A ciascuno la mia immensa tenerezza che passa attraverso le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Luca, tanto tanto Luca, Anna, Agnese, Giovanni. (pausa) Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.

 

Si spegne la luce sulla scena.

Nora, mestamente, attraversa la platea incamminandosi verso l’uscita.